11 luglio 2021

L’amore e la cura. Intervista a Jennifer Guerra

Ci sono sempre dei versi che ci portiamo dietro, con noi, come ombre affidabili, qualsiasi sia la stagione della vita che stiamo attraversando, la città in cui stiamo vivendo, i progetti che stiamo sognando. Magari li abbiamo incontrati in una poesia o in una canzone, non importa molto la fonte, quello che conta davvero è il ritmo, la misura del passo che hanno dato alle nostre vite. Per me sono due versi dell’Elegia sulla tomba d’un piccolo combattente del poeta greco Nikiforos Vrettakos, che in italiano si potrebbero tradurre così: «Mi sono accorto che il mondo è più grande / e lo è diventato, più grande, per contenere più amore».

Mi colpisce questo movimento implicito, di corpi e di spazi. Si ama singolarmente, un singolo corpo prova amore per una o per più persone. Ma questo nostro sentire, che viene percepito perlopiù come personale, privato, invisibile, intoccabile, irrintracciabile, nei versi di Vrettakos si materializza, si fa mondo. Un mondo più grande, più accogliente, di quello che ci ospita già.

Questo stesso movimento – dell’amore che trova la sua realizzazione e nella singolarità e nella comunità – l’ho ritrovato leggendo un saggio estremamente necessario (non potrei usare aggettivo diverso) per il presente che abitiamo: Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario di Jennifer Guerra.

 

 

Per questa ragione, vorrei cominciare la conversazione di oggi con Jennifer domandandole proprio di questo movimento: dell’eros, dell’amore del singolo, che diventa pratica per l’amore collettivo, l’agape. Del singolo che si fa comunità. Cosa unisce eros e agape? Cosa permette all’amore di diventare mondo?

Se riduciamo l’amore alla sua essenza, rintracciamo una pratica quotidiana di cura. Prendersi cura dell’altro, riconoscere l’alterità: noi non amiamo chi è uguale a noi, noi amiamo chi è diverso da noi. E d’altra parte, anche se riduciamo la politica alla sua essenza ritroviamo la medesima dimensione: prendersi cura dei bisogni altrui, anche quando sono diversi dai nostri. Questa dimensione io non credo sia innata, tutt’altro, penso sia naturale avere molti problemi con chi è diverso da noi. Ma la pratica quotidiana dell’amore ci aiuta a imparare i possibili modi di prenderci cura degli altri. E per farlo è importante rendersi conto che l’amore non è soltanto un sentimento romantico, una passione che ci travolge e che ci rende privi del nostro libero arbitrio; l’amore ha una parte attiva nelle nostre vite, che dipende dalla nostra volontà, dal nostro metterlo in pratica. Dal metterlo in pratica giorno dopo giorno.

 

Ci parli di amore come gesto di cura verso gli altri, come riconoscimento delle alterità. In questi giorni in Italia infuria il dibattito attorno al ddl Zan. Trovi che le obiezioni al disegno di legge contro l’omotransfobia tengano conto o trascurino questa dimensione di cura dell’altro di cui ci parli?

Le due principali obiezioni che vengono fatte al ddl Zan mancano di questo riconoscimento, del fatto che esiste un’alterità, ma che non significa che sia nociva per qualcuno. Da una parte, nell’ambito conservatore, si pensa che la mia libertà di espressione sia più importante della tutela dell’altro; dall’altra, c’è la prospettiva essenzialista del femminismo, per cui l’identità di genere cancella l’identità di donna. Ma chi stabilisce che il mio esistere è più importante di quello altrui? Di fatto è questo il problema.

 

In un tuo recente articolo per The Vision scrivi che l’Italia è pronta per questa legge, «come testimoniamo le piazze piene per i Pride di quest’anno». L’aggettivo «pieno» fa pensare ai corpi che hanno conquistato le piazze per rivendicare il loro diritto di amare liberamente e senza paura. Pensi che il ritorno ai corpi sia uno degli elementi innovativi di questa battaglia?

Andando in una direzione di crescente digitalizzazione di ogni aspetto della nostra vita, il corpo viene meno nella sua fisicità. In effetti, però, nel momento che stiamo vivendo, adesso che sono state tolte le restrizioni e le persone hanno ricominciato a potersi ritrovare, c’è un entusiasmo, una voglia di esserci fisicamente, che onestamente non mi aspettavo. Temevo che dopo questo anno di relazioni esclusivamente digitali, la gente avrebbe fatto più fatica a tornare alla dimensione corporea, e invece questa dimensione corporea, questa voglia di esserci è tornata a invadere le piazze. E proprio il Pride, e le tante altre manifestazioni, è significativo che siano molto partecipate proprio adesso. Non soltanto per la discussione sul ddl Zan, ma proprio per questa sentita esigenza di partecipazione. Per le riflessioni che conduco, penso ci diano modo, inoltre, di smentire tanti luoghi comuni sul femminismo attuale, che si pensa funzioni solo sulla rete, che sia incapace di creare delle relazioni concrete tra i soggetti. Secondo me non è assolutamente vero, se oggi dobbiamo confrontarci con la dimensione digitale, però, forse dovremmo abbattere l’idea che esista una separazione netta tra dimensione digitale e dimensione reale. Il corpo torna, torna sempre.

 

C’è un passaggio finale di Capitale amoroso su cui mi sono molto interrogato e di cui vorrei chiederti. Scrivi: «ancora oggi tendiamo a pensare che per risollevare la crisi dell’amore basti scrollare di dosso i retaggi dei nostri genitori e dei nostri nonni». E in queste «crisi dell’amore» penso possa benissimo inserirsi il discorso che abbiamo finora fatto. Ma la mia domanda è: per quell’istanza di cambiamento che auspichiamo, davvero non basta scrollarsi di dosso quei retaggi?

No, non credo che basti. Innanzitutto, non è affatto scontato riuscire a scrollarsi di dosso questi retaggi, perché l’interiorizzazione è così forte che le dinamiche di potere si ripetono anche in quella che pensiamo essere una prospettiva liberata. E quindi il lavoro non deve essere solo di decostruzione, ma anche di costruzione di un’alternativa. Perché, altrimenti, se si fa solo la decostruzione, se si elimina la tossicità di alcuni modelli e di alcuni meccanismi, ma poi non si propone un’alternativa concreta… Alla fine si ritornerà a quei modelli di sempre, magari ribrendizzati. E di concreto non sarà davvero cambiato nulla. Non penso sia possibile intravedere un punto di arrivo. Pure nel Secondo sesso di Simone de Beauvoir possiamo leggere, parafrasando, che della «questione femminile ne hanno parlato in tanti, e comunque siamo arrivati a buon punto». Era il 1949. Mi ripeto: non possiamo illuderci che basti la parte distruttiva, se manca quella costruttiva.

 

Allora, permettimi un’ultima domanda: che fare? Cosa dobbiamo costruire?

Se dovessi indicare alcuni punti su cui credo che sia importante lavorare, sicuramente direi la costruzione di una coscienza politica, soprattutto da parte delle cosiddette nuove generazioni. Coscienza politica, e direi anche coscienza di classe, maturare la capacità di capire quanto la questione economica, la questione di classe, informi le nostre esistenze. Bisognerebbe uscire da questa prospettiva di individualità, in cui sei tu solo contro il mondo, e cominciare a comprendere che, invece, ci sono tante persone sulla tua stessa barca, molto diverse da te. Persone con cui pensi di non avere nulla a che fare e che si ritrovano nella tua stessa condizione, solo che non hai gli strumenti per accorgertene, perché non c’è tanta differenza se sei uno stagista pagato una miseria, un rider o lavoratore del call center. Prendere coscienza di questa cosa che ci unisce tutti quanti: non so se chiamarla, precariato, povertà… Non voglio essere una riduzionista e pensare che una volta raggiunta questa coscienza avremo svoltato, anche perché come provo a scrivere nel Capitale amoroso tutto questo non basta se non si arriva a quella dimensione di relazione autentica e di riconoscimento reciproco dei bisogni. E quindi forse l’altra sfida importante è la questione della cura, in senso molto ampio. Partire dal prendersi cura di sé, della propria salute mentale, dal proprio benessere, e poi arrivare al prendersi cura degli altri, aiutare chi è in difficolta e poterlo fare senza che questo pesi o danneggi qualcun altro.

 

Jennifer Guerra, Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario, Bompiani, 2021, pp. 129

 

Crediti immagine: fizkes / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0