23 luglio 2021

Amy Winehouse, 10 anni dopo

Dietro gli occhi bistrati dall’eyeliner applicato con la spatola, l’esorbitante pettinatura ad alveare, i bicipiti illividiti di tatuaggi da marinaio, e dietro quella chiassosa e vivace personalità c’era un’artista dal taglio autentico. In Amy Winehouse ardeva il sacro fuoco del talento. Dal 23 luglio 2011 – giorno in cui è stata trovata morta nel letto della sua casa al numero 30 di Camden Square a Londra – a oggi nessun fenomeno apparso nel firmamento musicale è stato in grado di farcela dimenticare.

Amy Winehouse nel suo breve ma intenso passaggio terrestre ha saputo rivoluzionare con caparbietà la realtà musicale. Non era soltanto una giovinetta smilza dall’aria disastrata, amante del tè pomeridiano come ogni abitante del Regno Unito. Era un Essere dotato di un’aura un po’ magica, capace di far breccia nei cuori di tutti. Piombata sulla scena all’improvviso come un fulmine a ciel sereno, Winehouse è stata una furia abbagliante, diversa dai modelli femminili di successo che già da un paio di decenni dominavano il panorama musicale e scalavano le classifiche. Peschiamo due nomi a caso: Mariah Carey e Céline Dion. Vocalmente perfette, certo, ben vestite e pettinate, ovviamente; ma altere come una serie di inaffondabili stereotipi. Con l’entrata a gamba tesa della ragazza della buona borghesia ebraica londinese, e col suo timbro così dolce e potente, tutto cambia. L’industria della musica china il capo, ne riconosce il valore, e ne subisce in maniera prepotente l’influenza. Il fenomeno Winehouse si consacra sempre di più elevandosi bruscamente al rango di star internazionale. 

Con i suoi segni distintivi dal sapore meravigliosamente retrò e la sua viscerale sincerità sporcata da un soul aggressivo e passionale, Amy – alla maniera di Billie Holiday, per la quale nutriva una profonda ammirazione – non si limitava alla perfetta esecuzione, ma da vera interprete viveva la musica in ogni vibrazione e in ogni pausa. Le doti che a noi l’hanno fatta più amare sono state quel portamento maturo che trasforma i semplici cantanti in veri interpreti, e la dirompente forza espressiva tanto simile a quella di Jeff Buckley. Così come il cantautore californiano, Amy ha vissuto un’esistenza breve, fulminea, tormentata e gravida di successo. Ma la fama, si sa, non cancella né il dolore né le voragini dell’anima in chi è visibilmente predestinato a una fine tragica. E proprio come Buckley, Winehouse ci ha lasciato in dono soltanto due album – Frank (2003) e Back to Black (2006) – oltre all’inesauribile convinzione che entrambi avrebbero potuto darci molto di più. Anche per lei – vittima della cosiddetta “maledizione del 27” come Brian Jones (Rolling Stones), Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison (The Doors) e Kurt Cobain (Nirvana) – il processo di mitizzazione della rockstar inquieta e maledetta è immediato.

Ma oltre a quella sorta di reality show a titoli cubitali – narrato per anni sui tabloid inglesi dai compilatori di colonne sempre pronti a registrare ogni sua ubriacatura in un locale pubblico, ogni suo ricovero in ospedale e ogni sua scena di pianto in strada – a parlare di Amy Winehouse sono da sempre i testi dei suoi brani, nei quali riversava la sua vita, i suoi amori intensi e tormentati, le sue esperienze e i piccoli mostri che le ballavano dentro e che lentamente le hanno imprigionato la mente. Amy componeva in maniera sincera e disarmante. Ed è proprio quando si scava nelle tenebre per scrivere senza alcun filtro dei propri stati d’animo che si rischia di diventare troppo fragili. Il suo ultimo album, non a caso, è un grido sofferto. Se in Rehab cantava «Hanno provato a mandarmi in riabilitazione, ma io ho detto no, no, no», nella languida e struggente ballata Love is a losing game ha raccontato a cuore aperto la disillusione dell’amore. Le opere d’arte di cui vale la pena parlare, in fondo, non scaturiscono da rapporti amorosi appaganti e cuoriformi, ma dai conflitti selvaggi del travagliato monologo interiore che l’autore ha vissuto. Dopo 10 anni ci accorgiamo di quanto Amy Winehouse sia ancora unica e irripetibile. Vittima incantata e incatenata di un dono dannato che può innalzati e renderti libero, ma anche dominarti, soffocarti, disintegrarti per renderti immortale. 

 

Immagine: Copertine e inserti di Amy Winehouse (15 aprile 2020). Crediti: Kraft74 / Shutterstock.com

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