7 giugno 2021

Andrea Villa, lo street artist 2.0

Intervista ad Andrea Villa

Si diverte a prendere un argomento che più lo ispira per rilanciarlo e agitare un po’ lo stagno del dibattito. Andrea Villa crea la sua arte dosando quel quanto che basta di spiazzante provocazione necessaria a veicolare in maniera supersonica messaggi di rilevanza sociale. 

È il caso di Mask, la sua più recente installazione – composta da un ingigantito dispositivo di protezione agganciato sulla facciata di una palazzo – realizzata al fine di invogliare i più al riciclo consapevole: «Dopo questo mio lavoro, il tema dello smaltimento delle mascherine è tornato di grande attualità. Diverse riviste e quotidiani hanno trattato la questione, alcuni di essi citando la mia opera. È importante che l’arte sensibilizzi costantemente su questi temi».

Nato a Torino, Andrea Villa non si chiama Andrea Villa. Il suo nome d’arte, infatti, è il risultato di un errore di pubblicazione: «Nel 2017 ho creato Duxlex, un manifesto raffigurante Alessandra Mussolini con un preservativo-aureola sulla testa. L’opera è stata fotografata da un passante di nome Andrea Villa, e riproposta su Twitter da un noto blogger. Il quotidiano Libero ha rilanciato la notizia attribuendo l’intervento proprio ad Andrea Villa. Ho scelto così di ispirarmi liberamente allo sketch di Rossano Brazzi in Indietro Tutta in cui il pubblico da casa aveva decretato che il vero nome di Massimo Troisi doveva essere Rossano Brazzi. Una trasmissione televisiva aveva scelto il nome di un artista, a dimostrazione che tutto esiste se esistono i media».

 

La tua identità, però, è ancora ignota. E anche tu – come un gruppo sempre più vasto di street artist – un po’ come i super eroi dei fumetti, indossi una maschera. 

Sì, perché la maschera porta lo spettatore a concentrarsi sui messaggi e non sulla persona. Le avanguardie non esistono più, poiché l’egocentrismo mediatico e la fame di soldi hanno portato gli artisti a tendere all’autoreferenzialità. La maschera annulla la personalità e riporta il discorso artistico sulle idee.

 

Citando in parte il maestro Franco Battiato, la maschera è fondamentale «per avere più carisma e sintomatico mistero». Quella che tu hai scelto è insolita, specchiata

Lo stereotipo culturale vuole che l’arte sia eterna, e che un’opera debba essere leggibile anche a distanza di anni. Io faccio l’esatto contrario. Le mie opere trattano temi contingenti e attuali, che diventano obsoleti e dimenticati dopo pochi giorni. Sono l’evoluzione dei quindici minuti di notorietà che diventano quindici secondi; sono praticamente lo specchio della società, poiché l’immagine nello specchio cambia appena cambia chi vi si riflette all’interno. I miei lavori non sono più arte dopo che la loro visibilità mediatica svanisce. Rappresentano l’anti-arte. 

 

Hai sempre creato anti-arte?

No, ho iniziato come writer e street artist, ma ho capito che quella strada non era abbastanza. Qualcosa stava cambiando. Il futuro era Internet, ed era lì che dovevo andare.

 

Definirti esponente della street art, dunque, potrebbe sembrare un affronto offensivo

Be’ no. La street art è morta perché si è legata troppo al media pittorico. Gli street artist sono quasi spesso assenti dalle maggiori Biennali e fiere mondiali. Il futuro dell’arte a mio avviso è la cross-medialità, lavori che vivono su vari formati e non hanno paura di mixare mondi e tecniche diversi: dalla pittura a TikTok, dalla pubblicità alla moda. Sono stato definito «Street Artist 2.0» poiché i miei lavori non devono rimanere per strada, ma vengono tolti dopo poche ore. Praticamente vivono perché sono rilanciati sui social media e su Internet.

 

Non a caso hai scelto il manifesto, che a oggi rappresenta ancora il più potente strumento di comunicazione “usa e getta”

Il manifesto è soltanto un pretesto, perché un’opera per strada attira immediatamente l’attenzione di chi passa. Ciò che veramente mi interessa è che alla fine finisca su Internet. La strada è l’ultima vera provocazione perché è pubblica, mentre le gallerie d’arte sono delle enclave chiuse al mondo civile e mediatico.

Andrea Villa, #maskpollution (foto per gentile concessione dell’artista)

Fra le missioni dell’artista vi è anche quella di restituire bellezza, di riqualificare aree pubbliche dismesse e degradate. Niente di tutto ciò in te. Offri altro: stimoli le menti e ri-accendi le coscienze degli osservatori

La street art ha perso il suo valore proprio con la scusa della riqualificazione urbana, finendo così alla mercé di amministrazioni che non vogliono veramente investire in infrastrutture serie per riqualificare un quartiere. I miei lavori sono anarchia pura. Uso ogni mezzo per riuscire a veicolare un messaggio. L’estetica è la tecnica sono secondarie, finalizzate al messaggio stesso. Se l’estetica supera il messaggio, l’opera perde di potenza.

 

Fai spesso riferimento alla politica

La politica è la cultura del popolo. Volevo creare dei temi che coinvolgessero le persone comuni. Il calcio era troppo sterile dal punto di vista semantico; la politica – invece – implica filosofia, sociologia e antropologia. La politica è lo specchio del nostro mondo e della nostra società. Anche se ultimamente ho deciso di parlare meno di politica per dare un respiro al mio lavoro sui temi più universali.

Andrea Villa, Affamati (foto per gentile concessione dell’artista)

Non c’è niente di meglio dell’ironia per esorcizzare i demoni, no? 

Be’ sì. L’ironia è l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza.

 

La bellezza delle avanguardie contemporanee è la sua totale accessibilità. Siamo nel massimo splendore del social network che – divenuti ormai mezzo di divulgazione dell’arte – donano agli artisti una visibilità che anni fa era impensabile. Tu ne hai beneficiato?

Il mio lavoro vuole dimostrare che se riesci a controllare i mass media, controlli il mondo. Quindi sì, ne ho beneficiato. Per la prima volta nella storia, non è un governo a decretare quel che è arte e ciò che arte non è ma una multinazionale privata. In un contesto del genere, i musei devono riprendere in mano le redini dell’avanguardia e della sperimentazione. Delle opere criptiche e di difficile comprensione popolare, come quelle di Lucio Fontana, avrebbero avuto successo se si fossero basate sui like del popolo? Mi pongo sempre questa domanda. 

 

Oggi, però, le opere escono dai musei e dalle gallerie e diventano popolari. Possiamo considerarla la più grande vittoria dell’arte?

Penso che l’arte concettuale del secolo scorso sia al tramonto, e ve ne stia nascendo un’altra; anche se non so ancora dove e come stia nascendo. Il gigantismo dei fiori e della fragola – visti nell’ultima Quadriennale a Roma – segna il passo di un’arte che tenta di stupire per riallacciarsi al pubblico, poiché stupire è il modo più veloce e sicuro per il plauso popolare. L’importante è che non vi sia solo stupore ma anche riflessione. 

 

Dunque, siano nel bel mezzo di un processo evolutivo? 

Sì, perché l’arte si sta evolvendo verso un contesto di multimedialità e di interconnessione con gli individui. Le barriere culturali accademiche sono ormai abbattute, e qualsiasi spunto culturale diventa ottimo per un’analisi artistica. Le nuove tecnologie stanno radicalmente rivoluzionando la percezione del media artistico stesso; non so ancora come diventerà, ma sono sicuro che questo sarà un fondamentale periodo storico di passaggio e di evoluzione. 

 

Andrea Villa, Mussolini (foto per gentile concessione dell’artista)

Immagine di copertina: Andrea Villa, Mask (foto per gentile concessione dell’artista)

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