18 luglio 2014

Antonia Pozzi le foto dell'anima

“Caro Dino, l'altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele”. Se i versi di Antonia Pozzi sono spirituali quanto concreti e ancorati alla natura, le fotografie che ha realizzato nei “luoghi dell'anima” - la montagna e la campagna lombarda soprattutto ma anche la costa ligure - sono frammenti poetici: scorci di cose e persone - bambini e povera gente di mare in particolare - che stanno per trasformarsi in assoluto, immagini colte nell'attimo incantato in cui stanno per diventare pensieri. Nella Pasqua del 1938, l'anno delle leggi razziali e dell'appesantirsi della cappa fascista sull'Italia, Antonia Pozzi compiva un viaggio al mare e mandava all'amico Dino Formaggio circa trecento scatti. L'edicola di Nostra Signora del Buon Viaggio, nella calata al porto di Camogli, in un trionfo quasi pagano di conchiglie. Una donna che rammenda le reti. Un giovane che protegge la sigaretta dal vento accendendola in mezzo al mare. Un bambino seduto a prua e nitidamente messo a fuoco mentre fissa la costa distante e sfocata. Le reti da pesca appese a un albero che velano l'orizzonte. Un bambino scalzo e cotto dal sole, avvolto in un giaccone che sembra della marina. E profili neri di pini magri, aggrappati alla ripida scogliera e mangiati dal salino. Le fotografie sono annotate dalla Pozzi in poche righe che ci restituiscono il significato dei luoghi dove si posa lo sguardo. Per la spuma di un'onda in controluce che si infrange sulla scogliera scura di Portofino: “E questo sia l'immagine e l'augurio per le nostre due vite: ondate libere, al sole”. Grazie alla vedova di Dino Formaggio, Adriana Zeni, le fotografie marine di Antonia Pozzi sono confluite nella sala consigliare del comune di Camogli, in una mostra curata da Roberto Figari e Ludovica Pellegatta, che è possibile visitare fino al 14 settembre, tutti i giorni dalle dieci all'una, tranne ferragosto (http://www.comune.camogli.ge.it/po/mostra_news.php?id=199&area=H&x=8f42d528b56f16f9caa3e488d32baa81). Quasi una penombra avvolge nella sala affrescata l'asciutto ma intenso bianco e nero delle fotografie mentre scorrono le immagini del docu-film realizzato dai registi Sabrina Bonaiti e Marco Ongania e uscito da pochi mesi: Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa (https://www.youtube.com/watch?v=sWVJpiuRVZI), prodotto da Emofilm (http://www.emofilm.eu/). La pellicola, alternando recitazione e testimonianze, ricostruisce la vita della Pozzi. Il padre podestà e molto severo, che le impedisce di sposare il professore del liceo. Le camminate sulle amatissime montagne. L'amicizia col famoso alpinista Emilio Comici. Il circolo di studenti universitari che si riunisce intorno al filosofo Antonio Banfi – Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Giulio Preti, Alberto Mondadori -, che darà quel giudizio severo sulla poesia pozziana che uscirà solo postuma e solo molti anni dopo senza le censure paterne. C'è poi la fuga a Londra dei fratelli Treves, di origine ebraica. L'affetto della nonna e il progetto estremo di scrivere un romanzo storico su tre generazioni di donne nella campagna lombarda. Il rapporto con Dino Formaggio, di umile estrazione, che porta Antonia nelle case degli sfrattati della periferia milanese, tra il fango e il tanfo di miseria e morte. Infine il chiarimento con Dino al concerto al Conservatorio di Milano – un altro amore impossibile – e la decisione di togliersi la vita vicino all'abbazia di Chiaravalle, nel dicembre del '38, addormentandosi nella neve dopo avere ingoiato barbiturici. Con sé un messaggio che è di pacificazione. A breve dovrebbe uscire Antonia, il film di Ferdinando Cito Filomarino – imparentato con Luchino Visconti –, avvolto nel mistero delle nebbie lombarde, che potrebbe essere selezionato alla Mostra del cinema di Venezia, con un cast di attori di teatro e girato senza che nulla trapelasse delle riprese. Uno spaccato di vita della borghesia e aristocrazia lombarda prima del diluvio, cioè fino alla fine del '38. L'anno del suicidio è anche quello in cui Antonia – a Pasqua e non nel freddo inverno che segue il patto di Monaco e le prime avvisaglie della guerra – compie il viaggio tra Camogli, San Fruttuso, Paraggi, e una Portofino che è ancora un villaggio di pescatori. Almeno nel suo sguardo. Benché la Pozzi appartenga a una famiglia nobile – i Cavagna Sangiuliani, del ramo materno –, la costa ligure dei suoi scatti – è stata anche una fotografa, Antonia Pozzi - è semplice e lontana da atmosfere mondane, tra i pescatori, le donne che rammendano le reti, i bambini scalzi o con le gambe nude sotto gli abiti di ruvida lana, la natura essenziale fatta di rocce, mare e alberi scarni, nella nostalgia asciutta per un mondo che sta per essere travolto dal tempo. L'insegna di legno di un'osteria chiusa, una casupola sotto gli ulivi a Portofino, reca la seguente didascalia: “Questi sono i veri paradisi perduti”. Ma è nella natura che emerge l'anima di Antonia Pozzi, più o meno consapevolmente già avviata verso quel campo dove si toglierà la vita. Dietro a una fotografia di un sentiero tra gli ulivi, tra ombre dorate ed erba verdissima, scrive: “E a chi tocchi di camminare a lungo da solo per una strada così bella, capita magari di trovarsi ad un tratto disteso per terra tutto in un pianto, perché ci sono soavità così perfette che fanno orribilmente soffrire e gridare il nome di tutte le cose e le persone perdute”. In una poesia del '33 – scritta dunque quando aveva 21 anni – e intitolata Il porto (in Lieve offerta, a cura di Alessandra Cenni e Silvio Raffo, Bietti), si trova ancora un mare metafisico e spirituale quanto duro ed essenziale: “Risogna la nave ferita/ il primissimo porto -/ che vale/ se sopra/ la scia del suo viaggio/ ricade l'ondata sfinita?”    


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