6 aprile 2021

Antonino Pio e Marco Aurelio, di Andrea Carandini

 

Leggendo i Pensieri di Marco Aurelio (basti pensare al celeberrimo monito a «non cesarizzarsi» di 6.30, seguito da un commosso ricordo del proprio padre adottivo, Antonino detto Pius) è difficile ignorare l’impressione che l’imperatore fosse profondamente – e dolorosamente – cosciente dell’esistenza di un divario incolmabile tra ciò che egli ambiva ad essere – vale a dire un discepolo della tradizione filosofica stoica, il sapiente di cui parla Seneca nei suoi trattati e nelle Lettere a Lucilio – e ciò che tutto nella sua vita, dalla nascita alla formazione, se non addirittura i fati (i quali, come la stessa Stoà insegnava, volentem ducunt et nolentem trahunt) gli imponeva di essere, ovvero un uomo di Stato, dotato almeno sulla carta di un potere pressoché assoluto su di un territorio esteso dall’Atlantico all’Armenia e dalla Britannia all’Egitto nonché, soprattutto, perno e custode di un sistema di valori il quale non per forza, e anzi a dire il vero piuttosto di rado, si conciliava con l’ideale umano professato dall’ammiratissimo Epitteto. La dimensione lacerante che è possibile ipotizzare abbia a più riprese tormentato l’intellettuale – unita all’altissimo senso di responsabilità dello statista – è sintetizzata in maniera efficace, se non in tutto e per tutto storicamente fedele, in una serie di accorate domande che l’ormai anziano Cesare rivolge «al figlio che avrei dovuto avere», il centurione Massimo Decimo Meridio, nel celebre film Gladiator di Ridley Scott (2000): «Come pronuncerà il mio nome il mondo negli anni a venire? Sarò noto come il filosofo? Il guerriero? Il tiranno?».

Sospeso, da un lato, tra l’ultimo slancio propulsivo dell’impero (sotto Traiano) e i sofisticatissimi anni di Adriano (il cui Zeitgeist è stato reso da Marguerite Yourcenar con una maestria artistica che rende assai facile dimenticare che le Memorie di Adriano sono, per riprendere la dicotomia di Fabio Lando, opera di finzione, e non analisi storiografica e tanto meno fatto) e, dall’altro, i tumultuosi decenni di trasformazione noti sotto la (per più versi problematica) formula di «crisi del III secolo, al governo di Antonino Pio e Marco Aurelio è stata dedicata meno attenzione – sicuramente a livello di divulgazione scientifica – di quanto tale periodo storico meriterebbe.

Nell’intento di colmare questa lacuna (e, a giudicare almeno alla vis polemica, di saldare alcuni conti aperti – per esempio con Augusto Fraschetti, autore nel 2008 di uno studio profondamente critico sia dell’opera di Marco Aurelio sia dell’uomo), Andrea Carandini e una nutrita schiera di collaboratori presentano in Maestro e allievo all’apice dell’impero un ambizioso affresco del quarantennio circa (138-180 d.C.) che vide il faticoso, ma nel complesso non privo di successi, tentativo da parte dei due successori di Adriano di amministrare il patrimonio del quale erano stati fatti (letteralmente) eredi e di quello, non meno improbo, di adattare le strutture costituitesi in due secoli di egemonia su quello che all’epoca, nella retorica dei panegiristi se non nella coscienza della classe dirigente (e dei sudditi imperiali) veniva descritto, e acclamato, come il mondo.

La vita di un uomo (persino, e anzi forse soprattutto, quella di un imperatore) non può essere compresa adeguatamente se non all’interno del più ampio contesto storico e sociale nella quale essa si dipanò, sullo sfondo delle relazioni che il protagonista della biografia in questione intrattenne, dei luoghi che maggiormente la segnarono e a fronte della vita di altri attori (uomini e – nel caso della casata degli Annii particolarmente importanti – donne) che con il soggetto dell’interesse biografico vennero in contatto.

Per questo motivo, e non da ultimo in virtù della formazione degli autori del volume, Maestro e allievo si distingue per una sezione particolarmente corposa (intitolata significativamente Contesti e Monumenti e corredata in appendice da un ricchissimo apparato di tavole e di illustrazioni) dedicata ad una rassegna commentata dei più importanti lieux de mémoire tanto dei due esponenti di spicco della dinastia antonina (soprattutto l’eponimo Pius e Marco, senza però dimenticare Lucio Vero e le matronae, Faustina Maior e Faustina Iunior), dall’Urbs alla campagna italica fino alle più remote province dell’impero, quanto quelli di alcuni dei più eminenti – e chiacchierati – intellettuali che incrociarono il cammino dei due optimi principes: dal retore Frontone all’oratore Erode Attico. L’abbondanza del materiale discusso e la perizia della trattazione contribuiscono in maniera significativa ad accompagnare il lettore in una affascinante Periegesi (non a caso Pausania, l’autore della celebre Guida della Grecia fu un contemporaneo degli Antonini) di un mondo che, nelle parole della celebre orazione A Roma di Elio Aristide, era divenuto tutt’uno con la città che lo governava ed essa si era fusa con quello: un’immagine di rara potenza simbolica, quale forse nemmeno Augusto, che di quel mondo (e di quella retorica, si pensi al celebre Tu regere imperio populos, Romane, memento di Virgilio, Eneide, 6.850) era stato il fondatore, aveva conosciuto e che avrebbe lasciato un’impronta duratura – benché non sempre fausta – nella memoria collettiva di quella che, pur tra mille incoerenze, siamo adusi a definire «cultura occidentale».

Tracce di questa eredità ideologica si rinvengono persino all’interno del volume stesso, in particolare nella sezione introduttiva (Il racconto), pervasa com’è dalla celebrazione di un mondo, a quel che emerge dalla narrazione, in perfetta seppur fragile armonia con se stesso, governato da uomini onesti e probi, florido nella propria economia (con buona pace del ritratto, per più versi letterariamente compiaciuto ma non per questo meno rivelatore, della vita quotidiana di Roma – il che implica che non di rado nelle province fosse peggio – tratteggiato per esempio da Marziale, morto solo pochi decenni prima dell’ascesa al trono di Antonino) e splendido nei simboli della cultura delle sue élites la quale assomiglia per più versi alle statue di Bertel Thorvaldsen: mirabili nella loro ieratica compostezza ma in realtà specchio assai più di ciò che secondo il loro autore dovesse essere l’arte (per non dire la spiritualità) del mondo classico che non di ciò che esso fu.

A ciò si aggiunge (occorre notarlo) una visione dello sviluppo storico che, se comprensibile alla luce del contesto socioculturale dell’epoca di Winckelmann, sembra non tenere in conto gli sviluppi teorici e metodologici conseguiti nel corso degli ultimi decenni di (auto)analisi portata avanti dalla storiografia del mondo antico. Un esempio particolarmente macroscopico di questo fenomeno si riscontra a p. 193, in cui apprendiamo che «senza l’Ellenismo e le successive due altre grandi svolte avvenute in Italia e in Germania [ovvero il Rinascimento e l’epoca romantica], la modernità non sarebbe nata, come infatti altrove non è nata, e di qui la centralità della tradizione antica, rinascimentale e romantica – pagana, cristiana e laica – per la civiltà europea e americana nell’Occidente». Nella sua implicita, ma nemmeno troppo, netta separazione tra l’«Occidente» (noi) e l’«Oriente» (gli altri, chiunque essi siano), un’affermazione del genere si inserisce con decisione all’interno di un discorso che trova le sue radici come minimo in Catone il Censore, vale a dire all’interno di un impianto ideologico che si propone di giustificare – che è cosa ben diversa dallo spiegare – un fenomeno, vale a dire l’ascesa di Roma a potere (per i criteri di allora) globale, razionalizzando (il che significa, esorcizzandone) le sfide all’ordine socioeconomico costituito (di cui Catone faceva parte) fino ad allora vigente.

Discorso analogo vale per il trattamento riservato alle cosiddette invasioni barbariche, dipinte sulla scorta di una lunga tradizione storiografica come una iattura che avrebbe causato il tramonto della luminosa civiltà di Roma (si pensi nuovamente al Massimo Decimo Meridio di Gladiator: «ho visto molto del resto del mondo. È brutale, crudele, oscuro. Roma è la luce»), trascurando i contributi più recenti che dimostrano invece come il fenomeno «barbarico» sia inestricabilmente e strutturalmente connesso, come ben dimostrato da ultimo nella monumentale Geschichte der Völkerwanderung da Mischa Meier, con lo sviluppo e l’espansione di quell’impero il cui apogeo viene celebrato da Carandini come l’estate indiana prima della tempesta e che Marco Aurelio si trovò, forse suo malgrado, ad amministrare e, come si addice ad ogni buon Cesare, a consolidare.

Più volte nei suoi Pensieri (per esempio 2.9) l’imperatore sottolinea l’importanza di domandarsi, di ogni cosa, quale sia la sua vera natura. Si tratta, sembra di poter concludere, di un prerequisito fondamentale al fine di apprezzare per ciò che è, e per ciò che merita, anche l’opera di Carandini, che è forse meglio comprensibile non (solo) come uno studio di storia antica, ma come un saggio (sensu Montaigne), attraverso il quale si accede, da un punto di vista privilegiato, al mondo intellettuale, se non addirittura all’universo di valori, di un grande archeologo del nostro tempo.

 

Andrea Carandini, Antonino Pio e Marco Aurelio. Maestro e allievo all’apice dell’impero. Milano, Rizzoli, 2020, pp. 380

 

Immagine: La statua dell’imperatore Marco Aurelio in Campidoglio a Roma. Crediti: Matteo Gabrieli / Shutterstock.com

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