15 ottobre 2021

L’arte di Iabo: un po’ urban e un po’ pop

Intervista a Iabo

Graffiti e murales per gridare al mondo «Ci sono anche io. Eccomi, esisto». Iabo ha l’ossatura solida del writer militante nella sfaccettata realtà delle crew napoletane. La sua è un’arte che osserva, esplora, interpreta, contamina e dissacra la realtà. Avverso ogni tipo di etichetta e classificazione, Iabo ha fatto della fluidità e della scioltezza i tratti distintivi dei suoi interventi urbani. È stato abile a imboccare una strada alternativa già da adolescente, negli anni Novanta, in quella Napoli che è stata preda di una politica schiava del malaffare, umiliata dalla disoccupazione che conduceva con facilità i giovani al crimine. Così Iabo ha scelto di ripararsi tra gli skaters e trovare spazio nei centri nevralgici della creatività partenopea. Ed è proprio in quel perimetro creativo che ha incominciato a fare le sue prime esperienze artistiche.

«Abitavo a Fuorigrotta, di fronte alla Nato» – ci dice – «Proprio dove si sono creati i primissimi gruppi di skaters. Rimasi parecchio affascinato da quel fermento. Osservavo i Marines appassionati di cultura hip-pop , e seguivo con interesse, attraverso le primissime riviste specializzate, anche il mondo dei graffiti che è strettamente correlato a quello dello skate».

 

 

Hai iniziato con le tag, da sempre usate come un megafono per urlare la propria esistenza 

Il writing mi ha dato la possibilità di esprimermi, di emergere, e di salvarmi. Può sembrare esagerato, ma in una città difficile e problematica come la Napoli di quel periodo, gli interventi artistici – come una scialuppa di salvataggio – mi hanno messo a debita distanza dalle amicizie e dalle situazioni pericolose. 

Iabo, Neapolitan Urban Reaction, Napoli, 2018 (crediti foto: Augusto De Luca)

Perché hai scelto di chiamarti Iabo?

In California Skate – film culto per gli appassionati di skateboard , diretto da Graeme Clifford – uno dei protagonisti ha il nome di Yabbo. Un po’ per gioco, come si fa tra gli adolescenti, gli amici del quartiere si divertivano a identificarmi con lui. Ho deciso, perciò, che Iabo sarebbe stato il nome, ovvero la tag con cui firmare i miei interventi urbani.

 

Quali sono stati i tuoi primi segni? 

In realtà, oltre alla tag e al basico, non avevo tanto da lasciare sul muro. Intervenivo principalmente sui vagoni e nelle stazioni in maniera illegale. Ho però sempre nutrito profondo rispetto per i luoghi, le opere e gli arredi urbani. Non mi è mai piaciuta la pratica del bombing selvaggio. Mi divertivo solamente a lasciare un po’ di colore sulle zone più grigie e buie che la periferia offriva. 

 

Inevitabilmente, a un certo punto, si cambia strategia comunicativa. Si cresce. Ci si evolve. Giusto? 

Be’ sì. Nei primi anni del Duemila, muovendomi con frequenza fra Napoli e New York , mi sono accorto che qualcosa nel mondo del writing stava cambiando. Ho iniziato così a osservare e assorbire, al punto da smettere le bombolette a iniziare con la pittura. L’evoluzione è avvenuta con tecniche più svariate e soggetti diversi, nuovi. Ho scelto, perciò, di interagire più con il contesto urbano che con i vagoni. Quel cambiamento ha rappresentato per me un’educazione visiva che mi ha condotto sempre di più alla pittura in studio. 

Iabo, “LGBTQ” (Batman & Robin), Napoli, 2021 (crediti foto: Angelo Ricciardi per GLO Italia)

Hai così imboccato la via del lancio di messaggi impegnati in chiave leggera, ironica. Una mossa di grande impatto. 

Sì. Senza mai ridicolizzare i personaggi o sminuire il valore di un messaggio. Semplicemente, per renderli avvicinabili e comprensibili a tutti.

 

Non a caso, una tua opera ospitata nel quartiere di Secondigliano ha fatto molta eco Esatto. Era il 2004, e proprio a Secondigliano – quartiere salito agli onori della cronaca per le note faide di camorra – decisi di dipingere 167 pistole dalle quali fuoriuscivano non proiettili ma cuori. Ho giocato con l’ironia, riuscendo nell’impresa di far apprezzare a tutti l’intervento. 

Le persone si sono abituate, ormai, a vedere in città opere murali. L’arte urbana ha contribuito alla rinascita di Napoli. La strada è diventata un museo cielo aperto, che ha scardinato il vecchio concetto che voleva le opere appese soltanto nei musei e nelle gallerie. Credo sia una bella rivincita. 

 

Non si sferrano più condanne sugli interventi urbani. Anzi, vengono considerati arte a tutti gli effetti. Possiamo considerarla una vittoria? 

Assolutamente, sì. Venti anni fa quando si andava a fare un intervento in strada, l’artista veniva segnalato immediatamente alla polizia. Oggi, per fortuna, le persone si approcciano con curiosità all’artista: gli offrono da bere, si fermano a chiacchierare e a chiedergli un selfie. Anche i musei e le gallerie hanno chinato il capo davanti a questo inevitabile cambiamento, tanto da voler sempre a ogni costo pescare dalla strada qualcosa da riversare nelle loro sale. Io non ho mai voluto portare la street su una tela da esporre al chiuso. Più che altro ho voluto portare l’esperienza dell’ underground e del writing, sviluppando i profili antropomorfi, divenuti il tratto distintivo della mia produzione.

 

Guai a restare fermi, soprattutto in campo artistico. Ci sarà un ulteriore processo evolutivo? Probabilmente, sì: finiremo tutti dentro. 

 

Dietro le sbarre? No, ormai non corriamo più il rischio. Finiremo nei musei e nelle gallerie. Anche perché tra dieci o vent’anni non ci sarà più spazio per dipingere fuori. 

 

E Iabo si è già portato avanti con il lavoro, giusto?

Be’ sì. Non so ancora dove andrò a finire, ma ormai lavoro sempre più in studio. Ho però un obiettivo preciso, che è quello di continuare a esprimermi senza reprimere la mia matrice pop. Mi divertirò ancora a sperimentare. Potrei anche diventare un brand. Ma senza mai darmi etichette e limiti. Voglio restare libero. 

 

 

Immagine di copertina: Iabo, “I want to be an artist” , 2019 (crediti foto: Archivio IABO)

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