29 novembre 2022

Dirompente, impegnata e non convenzionale. Ecco l’arte urbana di Antonio Curcio

 

Intervista ad Antonio Curcio  

L’errore più comune è quello di credere che l’arte sia una scelta. L’arte è invece un’indelebile vocazione. Antonio Curcio non lascia trascorrere un solo giorno della sua esistenza senza fermarsi a tratteggiare qualche linea. Fortemente vocato alla creatività, attratto e sedotto dal recupero, Antonio si diverte a rianimare gli scarti obsoleti, rifiutati e abbandonati. Al centro di tutto, però, c’è la sua amata Palermo: addolcita dai decori bizantini sulle severe facciate gotiche e dalle cupole islamiche che sovrastano le chiese, segnata da secoli di storia e dominazioni – oggi ancora vitali e proiettate nel futuro –, animata dalla fitta commistione di contrari e dalle diverse stratificazioni di popolo e aristocrazia, santi e fanti, dialetti e tradizioni. Artista dall’estro ciclopico e poliedrico, attraverso la sua produzione, Antonio Curcio racconta storie di convivenza sociale, politica, riscatto, diritti negati e conquistati.

 

Non possiamo iniziare a chiacchierare senza citare B1

No, infatti. B1 è il mio alter ego. La sua peculiarità è quella di parlare agli osservatori, ai passanti, dicendo le cose che io vorrei dire ma che non dico perché non ne ho la possibilità o il coraggio. Infatti lui è sfacciato nella misura in cui io sono, al contrario, impacciato. È nato dall’esigenza di parlare dai muri della città restando celata la sua reale identità. Ma a forza di parlare ai passanti dai muri di Palermo, B1 è diventato per molti un amico, un personaggio, tant’è che un paio di anni fa gli è stato addirittura chiesto di scrivere un libro, uscito poi con il titolo di Pitto ergo sum. Storie di B1, per la casa editrice Aut Aut Edizioni.

 

Facciamo un salto all’indietro. Come inizia questa straordinaria esperienza artistica?

Ho sempre disegnato, da quando ne ho memoria. Non ho frequentato l’Accademia, sono autodidatta. Sono sempre stato attratto dal disegno e, durante la mia adolescenza, ho finito per stringere amicizia con pittori più grandi di me, e ho iniziato a frequentare i loro studi. Una cosa è certa: nel 1996 ho aperto Lo Studiolo, il mio studio con vetrina sul corso Vittorio Emanuele, che mi ha permesso di diventare un punto di riferimento per la scena artistica, soprattutto street, della città. Come è successo che abbia deciso di rischiare il tutto per tutto investendo tempo ed energie in questo piccolo spazio? Ho fatto svariati lavori in gioventù, ma a un certo punto ho capito che c’era una sola possibilità per me che fosse coerente con le cellule di cui sono composto, fare un lavoro creativo. Nel mio Studiolo creo e vendo i miei lavori, le mie pitture realizzate esclusivamente su materiali che recupero per le strade: antiche mattonelle, vecchi cassetti in legno e altro. Essendo un animale urbano, fu normale per me interessarmi alle pitture sui muri, ai graffiti, alla street art, sin da quando vidi le prime cose, credo fosse il 2009. Così nacque il mio personaggio B1, così apparvero le mie prime mattonelle attaccate sui muri della città. Grazie a queste e grazie al mio spazio, strinsi ben presto amicizia con tutti gli artisti che facevano street art a Palermo, in particolare con Ema Jons, la cui pittura ebbe su di me un effetto dirompente.

Antonio Curcio, mattonella per l’associazione Peppino Impastato, Salemi (Trapani), 2020 (foto per gentile concessione dell’Artista)

Seguendo dei filoni ben precisi…

Sì, due: uno è lo stato di perenne solitudine dell’animo dell’uomo moderno, in particolare dell’uomo urbano; l’altro è quello sociale, o socio-politico, con particolare attenzione per i temi dell’inquinamento, della parità fra gli uomini di ogni provenienza, della ribellione al potere costituito.

 

Non a caso non racconti la Palermo dei fastosi saloni settecenteschi rilucenti d’oro, ma quella dei vicoli e dei quartieri popolari

Sì, la Palermo vera, quella che la differenzia dalle altre città, quella che mostra la sua vera personalità, frutto della sedimentazione dei secoli, delle genti, dei saperi, non si trova nei percorsi turistici. Palermo è quella dei vicoli, quella dove ancora vive il popolo che è sempre lo stesso da secoli, quella dove trovi i bambini per strada, quella dove ancora resistono le vecchie taverne, non quelle frequentate dalla gente alla moda con lo Spritz in mano, ma quelle frequentate da chi, per riuscire a non soccombere ai propri guai e ai propri fantasmi affida al bicchiere il proprio momento di oblio.

Antonio Curcio, murale nel mercato Ballarò, Palermo, marzo 2021 (foto per gentile concessione dell’Artista)

Le tue opere non fanno mai a pugni con il luogo che le ospita  

Sì, credo sia vero, o almeno faccio il possibile perché lo sia. Non faccio robe in strada perché sono egocentrico, o per protagonismo. Il luogo in cui agisco mi parla, in realtà parla a tutti, ma non tutti sanno ascoltare, presi come sono da sé stessi. Un muro non chiede di essere ricoperto, o di essere riqualificato, o di avere un’altra faccia. Chiede di essere considerato, di essere apprezzato per quello che è. Come gli uomini. E ogni luogo appartiene agli uomini e alle donne che lì vivono e lavorano. E se entriamo nella casa di qualcun altro, lo facciamo con rispetto.

 

Il tuo imperativo categorico è l’individuo e tutto quel che lo circonda

Sì, oltre al disegno le più grandi esigenze della mia vita sono state la fotografia e la ricerca dell’essenza dell’uomo, che poi inevitabilmente coincide con la ricerca di sé stessi. Quando ero più giovane e le energie erano infinitamente superiori, dormivo pochissimo e spesso passavo la notte a leggere poesie e filosofia. Ho divorato libri su libri, fra gli autori che ho più amato ci sono Nietzsche e Kierkegaard. Ma la filosofia più alta, la conoscenza più profonda la dà sicuramente la vita, le esperienze della vita e la conoscenza degli uomini.

 

L’artista più di chiunque altro ha sempre avuto l’obbligo di schierarsi e farsi megafono delle nobili cause

È vero, vale per tutto ciò la frase – che B1 ha fatto sua – attribuita da molti a Majakovskij e da alcuni a Bertolt Brecht: «L’arte non è uno specchio per riflettere la realtà, ma un martello per forgiarla». In queste semplici parole è condensato tutto quello che io considero l’obiettivo del lavoro artistico.

 

Antonio, cos’è per te l’impegno civile?

L’impegno civile è per me cosa molto più grande e seria di una semplice opera d’arte urbana. Credo di avere una personalità civile, sociale e politica ben definita, e ritengo che la lotta sia l’unico mezzo per preservare o conquistare i diritti civili. Quanto per me sia importante il discorso politico e civile lo dimostra il fatto che ho lavorato spesso, per non dire sempre, per quanto riguarda l’arte urbana, insieme a entità come circoli Arci, centri sociali, associazioni di territorio. Mi sono rifiutato, e lo posso dimostrare in ogni momento, di lavorare per grandi marchi e multinazionali che mi avrebbero pagato profumatamente. In questo senso ritengo che l’artista di riferimento sia Blu: guardate tutti i suoi lavori, leggete tutte le sue azioni. Non conosco un artista più alto e coerente di Blu. Per quanto riguarda l’arte urbana in generale, mi sembra che al momento attuale la gran parte degli artisti pensino a monetizzare e sfruttare l’onda di notorietà che questa forma artistica offre. Questo fiorire di grandi facciate il più delle volte non dà molto beneficio alle persone, esclusi ovviamente gli organizzatori e gli artisti. Con la scusa della “riqualificazione” vengono calate dall’alto queste grandi opere, che sì, impattano sull’immaginario degli abitanti, ma non risolvono in nessun modo problematiche come la mancanza di servizi o il disagio sociale.

Antonio Curcio, murale per il festival de La Biddina, Grotte (Agrigento), luglio 2019 (foto per gentile concessione dell’Artista)

L’arte urbana è stata risucchiata nel tubo dei social in maniera radicale e spericolata. Il web ne è lo strumento più importante di diffusione. Disdegnarli sarebbe ridicolo. Tu hai agito sempre in maniera slegata dall’acchiappa like. Però, la potenza del messaggio delle tue opere, ti ci ha scaraventato dentro  

Oggi tutti usano i social. E tanta gente ricerca sui social contenuti artistici. Molti lavori sono ormai fatti esclusivamente avendo come obiettivo la condivisione sui social. Quando ho iniziato a lavorare, i social neanche esistevano. Ma poi ho capito, anche se un po’ in ritardo rispetto ad altri artisti, che i social potevano essere una vetrina supplementare in cui esporre i propri lavori. E devo dire che sono stati un veicolo non indifferente per far viaggiare la mia arte. Spesso vendo i miei lavori tramite Instagram, a persone che non ho mai avuto il piacere di conoscere. Cerco di usare i social per quello che dovrebbero essere, semplicemente un mezzo. E i miei messaggi viaggiano anche attraverso questo mezzo.

 

Nel tuo caso, possiamo parlare anche di un’arte che ragiona anche sulla sostenibilità ambientale: non si spreca nulla, ma tutto si ricicla…

Il tema dell’ambiente è un tema a me molto caro. Lo tratto spesso nei miei lavori e lo tengo sempre ben presente nella vita di tutti i giorni. Fra i tanti esempi che potrei farti, ti dico solo che non uso più una macchina da almeno 20 anni. Per quanto riguarda l’uso e il riciclo dei miei particolari supporti, tutta roba raccolta per strada, la motivazione scatenante non è stata un aprioristico ragionamento sulla sostenibilità ambientale, ma il caso. Caso volle che quando ho preso in affitto il mio primo locale, nel soppalco erano stipate delle antiche mattonelle in terracotta, probabilmente smontate dal pavimento originario dello stesso locale. Sempre il caso volle che, essendo in quel periodo senza una lira in tasca, provassi a dipingere su quelle mattonelle e riuscissi a venderle... Queste due casualità fecero sì che le mattonelle diventassero, con il tempo, il mio biglietto da visita.

Antonio Curcio, murale realizzato con Yuri Hopnn per l’associazione Sbaratto, mercato dell’usato e del libero scambio, Ballarò, Palermo, giugno 2022
(foto per gentile concessione dell’Artista)

La lezione più grande è il recupero del rispetto, l’invito a osservare da vicino la realtà. La tua arte denuncia soprattutto i soprusi, le violazioni, le superbie contemporanee

Ti ringrazio per questa osservazione. Ciò dimostra che non hai bisogno di me per imparare ad osservare! Io sono certamente un osservatore, e non un osservatore superficiale. Cerco di scavare nel perché una cosa accade, e non mi fermo a quella che sembrerebbe la motivazione più ovvia, o a quella che è la narrazione principale. L’unica maniera per poter cercare di influenzare ‒ se non addirittura cambiare ‒ la realtà è capirla. Spesso la narrazione che si dà di un accadimento è così superficiale o volutamente distorta da indirizzare tutta una serie di persone, per non dire la maggioranza, verso un errore intellettuale che inesorabilmente si trasforma in ingiustizia. Basterebbero due esempi, a livello globale, di narrazioni distorte e volutamente disoneste: la questione palestinese e la questione curda.

 

L’arte infonde può infondere fiducia e speranza?

L’arte infonde fiducia e speranza attraverso l’illusione. L’arte ci vuol fare credere che tutto sia perfettibile, che il mondo possa prendere come esempio l’arte e trasportare la bellezza del sogno in una realtà imperfetta e, a tratti, terribile. Gli artisti credono nella loro “missione”, o si illudono di crederci ma, in realtà, aspettano – nel migliore dei casi – che un cavaliere alato prenda la loro arte e la trasformi in una bandiera. Per questo ho l’impressione che l’artista debba smettere le vesti del santo o del poeta maledetto e vestire l’armatura del guerriero.

 

Immagine di copertina: Antonio Curcio, composizione di mattonelle per Terra Franca, territorio autogestito confiscato alla mafia, Palermo (foto per gentile concessione dell’Artista)

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