23 maggio 2021

Beatrice, «col volto di riso dipinto»: il linguaggio della pittura

 

Gli occhi, il riso di Beatrice guidano Dante nella sua ascesa per le sfere celesti e restano impressi nella memoria e nel cuore di chi legge perché Beatrice, la creatura angelica e sapiente, è ancora la donna amata dal poeta, e lui non vuole che ce ne dimentichiamo. Nel bel mezzo di una dotta spiegazione sulle gerarchie angeliche, Beatrice sorride, e Dante ce la rappresenta «col volto di riso dipinto» (Par. XXIX, 7). Non è la prima volta che le passioni si manifestano, si esprimono col linguaggio della pittura. Fin dall’inizio le emozioni dipingono il volto e si prestano al difficile compito della interpretazione. Così accade per Virgilio all’ingresso del Limbo (Inf. IV, 19-21):

 

Ed elli a me: «L’angoscia delle genti

che son qua giù, nel viso mi dipigne

 quella pietà che tu per tema senti».

 

Virgilio spiega il senso vero di quel «color» (Inf. IV, 16) del suo volto che aveva suscitato in Dante timore e sconforto: è il segno dell’angoscia per la condizione di coloro che sono al Limbo, una condizione che Virgilio condivide.

Altre volte i colori del volto hanno un senso trasparente, come nel caso di Vanni Fucci (Inf. XXIV, 130-132):

 

E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,

ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,

e di trista vergogna si dipinse;

 

o come quando Dante incontra Casella, cerca di abbracciarlo, e le mani gli tornano al petto (Purg. II, 82):

 

di maraviglia, credo, mi dipinsi;

 

oppure come dopo il rimprovero di Virgilio a Dante, che si attarda per dar retta a Belacqua (Purg. V, 19-21):

 

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?

Dissilo, alquanto del color consperso

che fa l’uom di perdon tal volta degno.

 

I colori delle emozioni si rispecchiano e cambiano a seconda delle situazioni, quasi segni visivi del rapporto fra Dante e la sua guida, come accade davanti alla città di Dite, in un momento di crisi e di difficoltà: Virgilio respinge indietro, nasconde nell’interiorità, il suo nuovo colore (probabilmente il rosso che denota l’ira) quando vede il pallore che la paura ha fatto affiorare sul volto di Dante (Inf. IX, 1-3):

 

Quel color che viltà di fuor mi pinse

veggendo il duca mio tornare in volta

più tosto dentro il suo novo ristrinse.

 

Nel Paradiso il desiderio di domandare e di sapere si dipinge sul volto di Dante, con più efficacia delle parole, in una situazione che è ormai all’insegna della trasparenza, quando non ci sono più veli all’interiorità e i desideri, le emozioni diventano visibili (Par. IV, 10-12):

 

Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto

m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,

più caldo assai che per parlar distinto.

 

Gli esempi che abbiamo visto sono solo un aspetto di un procedimento molto più ampio, per cui il linguaggio del poeta adotta termini figurativi, si misura, fino a compenetrarsene, con le arti visive.

 

Di quel color che per lo sole avverso

nube dipigne da sera e da mane,

vid’io allora tutto ’l ciel cosperso

 

scrive Dante (Par. XXVII, 28-30), per rappresentare il rosso intenso che colora le anime quando san Pietro denuncia la corruzione profonda che ha investito la Chiesa. Lo stesso verbo, a rappresentare l’azione della natura, viene usato poco dopo, a proposito dell’alone che un astro crea e colora (Par. XXVIII, 22-24):

 

Forse cotanto quanto pare appresso

alo cigner la luce che ’l dipigne

quando ’l vapor che ’l porta più è spesso.

 

Così come le stelle dipingono il cielo nel passo che annuncia la visione del Cristo trionfante (Par. XXIII, 25-29):

 

Quale ne’ plenilunii sereni

Trivia ride tra le ninfe etterne

che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vidi sopra migliaia di lucerne

un sol che tutte quante l’accendea.

 

E qui la competizione figurativa si fa più forte se, come suggeriscono i commenti di Iacopo della Lana e dell’Ottimo, pensiamo alle stelle come costellazioni, che creano immagini nel cielo (Bufano 1970).

La scia di luce che lasciano dietro di sé i candelabri nella processione dell’Eden viene rappresentata in termini pittorici. Le loro fiamme dipingono l’aria, e anzi sembrano pennelli mossi, trascinati dalla mano del pittore (Purg. XXIX, 72-78):

 

per veder meglio ai passi diedi sosta,

e vidi le fiammelle andar davante,

lasciando dietro a sé l’aere dipinto,

e di tratti pennelli avean sembiante;

sì che lì sopra rimanea distinto

di sette liste, tutte in quei colori

onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.

 

E dipingono, ornano il cielo, nell’occhio dell’aquila celeste, due pagani, Rifeo e Traiano, che suscitano la meraviglia di Dante, come nota Beatrice (Par. XX, 100-102):

 

La prima vita del ciglio e la quinta

ti fa maravigliar, perché ne vedi

la region delli angeli dipinta.

 

Credo che i verbi e i colori ripresi dall’esperienza della pittura siano importanti perché rinviano a un aspetto di fondo del poema, che consiste nel tentativo di far vedere l’aldilà, di renderlo quasi visibile agli occhi del corpo, oltre che agli occhi della mente, con tutto quello che questo comporta, in termini di conoscenza universale, di visione profetica del presente, di trasformazione interiore. Per questo l’itinerario dantesco è anche una progressiva educazione dello sguardo.

 

 

 

Tratto da

La Commedia di Dante nello specchio delle immagini, Treccani, Roma, 2021

Tutti i diritti riservati.

 

 

Immagine: Giovanni di Paolo, Dante e Beatrice nel Cielo del Primum Mobile, canto XXVIII (Manoscritto Yates Thompson 36, 1444-50 ca., British Library). Crediti: commons.wikimedia.org/wiki/

 


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