19 maggio 2015

Classico in pillole: Bianciardi contro i grattacieli e la Milano del boom

Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli, pagg. 199, euro 8.50

 

Biblioteca Braidense

«Ecco perché – me l'hanno detto, ma io veramente con gli occhi miei non li ho mai visti, e non potrei quindi giurarci – la direttrice della biblioteca – aveva un nome tedesco, questa signora, ad accrescere il mio sbigottimento, quasi fosse una nipote, o una protetta, insomma una fiduciaria della imperatrice dei talleri – la direttrice della biblioteca utilizzava per il ritrovamento dei libri altri uomini di piccolissima statura, reclutati in Val Brembana, e forse anche nani autentici».

 

Cristo del Mantegna a Brera

«Io ho parlato diffusamente della biblioteca perché lì mi conducevano sovente, vincendo rimorsi e angustie, i miei scrupoli di giovane erudito, ma ci sarebbe da dire anche, potendo, della pinacoteca, dove si conserva un famosissimo Cristo, grosso e grigio, coi piedoni in avanti, e morto, morto senza speranza di resurrezione».

 

Via Fiori Chiari e Fiori Oscuri

«Più avanti via Adelantemi (col nome invertito però) vantava due postriboli, sì che non riuscivi a dirne il nome senza sorridere un po'».

 

Pelota di via Palermo

«Fu Carlone a portarmi alla palestra di via Palermo, e m'insegnò a scommettere, e le prime volte vincemmo anche un migliaio di lire per uno, al totalizzatore dove una fila di uomini in maniche di camicia punzonavano rapidi i biglietti. C'era dentro parecchia gente, più che altro uomini, con le basette lunghe e la spilla alla cravatta, ma anche qualche donna col cappello all'antica, che stava a guardare morsicando semi di zucca e urlando a tratti: “Chiudi!” ai pelotari oltre la grande rete di ferro».

 

Canzonacce milanesi

«Anche Ettorino sapeva tante canzoni, la donna lombarda per esempio, o il Meazza che va a Tortona e ci trova una barbona per un franco, oppure l'altra del Coltellacci, anzi del Curtlass, che all'improvviso salta fuori come Priapo, e spaventa passeri, ladri, gente normale e persino gli amici, cunt el bigol lung 'on brass».

 

Domeniche di novembre

«Fu una rara domenica di sole, a novembre, che ricordo come se fosse ora. Ti desta un organo di Barberia che suona Scapricciatiello, le note si rincorrono a cascata e salgono al terzo piano per bussare alla finestra, e Carlone si rigira mugolando sotto le coperte e si scopre e mostra il ciuffo di peli sull'osso sacro».

 

Seni, tette e tettine

«Bello è vestirsi coi panni puliti, la camicia bianca che sa un poco di muffa, perché non l'hanno fatta asciugare a dovere con l'umidità di questi giorni, tempo infame. Ma si asciugherà più tardi addosso a me per strada al sole dove già sfilano le ragazze sempre col cappotto ma aperto davanti a mostrare il gonfio dei seni. Seni dico e non petto perché quassù il petto delle donne te lo puoi scordare, il petto voglio dire come uno zaino di ciccia, una sola cosa compatta e unita come hanno le donne di campagna. Seni, tette e tettine oggi sporgono dal cappotto un poco aperto per via del sole raro di questa domenica di novembre, la gente sorride».

 

Palazzi, bombe e fatturato

«La missione mia, di cui dicevo pocanzi, era questa: far saltare tutti e quattro i palazzi e, in ipotesi secondaria, occuparli, sbattere fuori le circa duemila persone che ci lavoravano, chine sul fatturato, sui disegni tecnici e sui testi delle umane relazioni, e poi tenerli a disposizione di altra gente. Veramente nessuno venne a dirmi che questa era la mia missione, che dovevo fare così e così, ma era pacifico, toccava a me».

 

Macchina da e per scrivere

«Come il tornio e la macchina da (per, anzi, se vogliamo accettare la correzione dei venditori d'ogni livello al soldo del marchese d'Ivrea, pallidi ed efficienti come tanti valvassini), come il tornio dicevo, come la macchina da (per) scrivere non sono beni in sé, ma mezzi e strumenti per arrivare al denaro, così il prostituirsi non è mestiere che si ama e pratica perché bello ma daccapo un mezzo e uno strumento per procurarsi denaro. Quindi il metallurgico odia il tornio, io odio la macchina, forse più dei valvassini del marchese d'Ivrea, e la prostituta odia il coito».

 

Periferie

«E a guardare bene questo trasloco in periferia, nonché allontanarci ci avvicinava alla città. Finché fossimo rimasti nell'isola attorno alla Braida del Guercio, della città noi avremmo visto soltanto una fettina esigua, atipica, anzi falsa; avremmo visto, daccapo, pittori capelluti, ragazze dai piedi sporchi, fotografi affamati, ma non la città. Non si capisce Parigi standosene barbicato a Montmartre, né Londra abitando a Chelsea. Così non si capisce questa città ruotando attorno alla cittadella guercia, dove il capocellula fa il parrucchiere per cani, e i compagni sono così spaiati e balordi».

 

Odia il prossimo tuo

«L'ostilità degli altri, dichiarata a volte, più spesso muta ma sensibile alla faccia chiusa di quante formiche umane io incontrassi appena uscito dalla Braida Guercia, coi suoi pittori capelluti, le ragazze dai piedi sporchi, e i fotografi morti di fame, non era forse giusta? L'ostilità degli altri a volte mi entrava in petto: che cosa vuoi da me, Anna? Perché ci sei venuta? Che cosa ci fai, tu, qua dentro?».

 

Grana e dané

«Lì nei paraggi c'erano un paio di bar con la televisione, il padrone sul podio della cassa con gli occhi vigili, perché tutti consumassero qualcosa, e la gente stava ammutolita a guardare. Qualche volta con Anna ci entrammo, cercando di attaccare discorso con gli spettatori, ridendo delle papere del presentatore, il giovedì sera, ma la gente ci guardava appena, e un po' storto anzi, e una sera un tale borbottò: “Ma che cosa ci sarebbe da ridere? Sai la grana che si fa, quello, altro che ridere”. Dicevano tutti la grana. La grana e poi i dané. La grana sarebbe quella che si prende, i dané quelli che si pagano, mi pare di aver capito».

 

Camminare alla Feltrinelli

«E mi licenziarono, soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, e ribatterli sull'impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nuvola di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro».

 

Professioni terziarie e quartarie

«Allo stesso modo, nelle professioni terziarie e quartarie, non esistendo alcuna visibile produzione di beni che funga da metro, il criterio sarà quello. Sei diventato vescovo? No? Allora vatti a riporre. La concorrenza? Che t'importa della concorrenza? L'importante è fare le scarpe al capufficio, al collega che ti lavora accanto».

 

Collaboratori esterni

«Io queste cose le avevo già viste succedere, e sapevo che il collaboratore esterno è come uno che sta in terrazza quando tira vento e piove. Dentro le aziende è come in una camera calda, al peggio come dentro un gabinetto, maleodorante certo, ma riscaldato e riparato. Fuori invece tutti i venti sono tuoi e non c'è nemmeno più bisogno dei mesi di guerra dei nervi per scacciarti: basta non farsi più trovare quando telefoni, e intanto passare in giro la voce che sei un cretino, oppure un lavativo».

 

Funerale

«No, io voglio un funerale all'antica, e l'ho scritto nel testamento, un funerale laico, ma d'una certa solennità. Laico, ma tradizionale. Non ci voglio i preti, ma gli ex preti ce li voglio, ci voglio quelli che hanno buttato la tonaca alle ortiche e si sono fatti comunisti, pur restando preti nell'animo. Ne voglio quattro, di questi preti spretati e togliattizzati, e poi voglio due cavalli neri col pennacchio in capo, due critici letterari a cassetta, ai quattro cordoni del carro ci voglio nell'ordine uno storico, un critico d'arte, un funzionario di casa editrice e un redattore di terza pagina». 

 

Rinunce

«Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha».

 

Cielo longobardo

«Due, tre volte all'anno vedi il cielo longobardo, così bello quando è bello, ma subito ricominciano a taccheggiare gli attivisti, a rifare fumi, flatulenze, fetori, polveroni, esalazioni, e in un paio di giorni al massimo la cupola fuligginosa è ben ricomposta, e gli attivisti ci respirano dentro soddisfatti, perché hanno ritrovata l'aria natia, senza sole, senza vento e senza pioggia».

 

Supermercato

«Entrando, ti danno un carrettino di fil di ferro, che devi riempire di merce, di prodotti. Vendono e comprano ogni cosa; gli emitori hanno la pupilla dilatata per via dei colori, della luce, della musica calcolata, non battono più le palpebre, non ti vedono, a tratti ti sbattono il carrettino sui lombi, e con gesti macumbati raccattano scatole dalle cataste e le lasciano cadere nell'apposito scomparto. Nessuno dice una parola, tanto il discorso sarebbe coperto dalla musica e dal continuo scaracchiare delle calcolatrici».

 

Sonno

« Poi il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono più».

 


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