17 luglio 2019

Billie Holiday e lo “strano frutto”

Si era nel marzo del 1939 e Billie Holiday – che morì il 17 luglio 1959 – aveva 23 anni, ma già aveva segnato il jazz con uno stile rivoluzionario, introducendo nel genere standard inediti. Aveva pubblicato vari singoli, veniva trasmessa alla radio, si era esibita in molti locali newyorkesi ed era reduce insieme ad Artie Shaw, leader di una delle prime band composte da bianchi e da neri, di un recente tour negli Stati del Sud, dove aveva subito frustranti umiliazioni. Con la sua immancabile gardenia bianca appuntata tra i capelli e il suo repertorio romantico, Holiday non era un’artista politicizzata, ma una jazzista straordinaria costretta, a causa dell’apartheid, a guadagnarsi con fatica ogni singola incisione e una titolarità piena da protagonista (nell’ambiente e sul palco era celebrata come la Lady Day, ma dietro le quinte restava comunque una “negra”).

Quando quindi in quel marzo del 1939, nel locale Café Society nel Greenwich Village, gestito dal bianco integrazionista Barney Josephson, scelse di cantare in chiusura Strange fruit, un brano terribile e senza infingimenti sulla violenza razzista, la sua immagine ne uscì completamente trasformata. Come scrisse nella sua autobiografia, la canzone le rievocava la morte del padre, avvenuta a Dallas due anni prima perché nessun ospedale aveva voluto curarlo, e quel brano rappresentò in un certo senso un inatteso smascheramento, reso tanto più vivo dalla sua capacità interpretativa e dalla sorpresa che destò nel pubblico che la conosceva, del dolore patito da lei e dalla sua gente.

 

                        

                                                                                        Billie Holiday, Strange fruit (HD)

 

Strange fruit racconta dei linciaggi delle persone di colore che avvenivano soprattutto, ma non solo, nel Sud degli Stati Uniti. Lo “strano frutto” è il corpo, che oscilla nella brezza, di un ragazzo impiccato a un pioppo, il cui odore acre di carne bruciata si mischia a quello dolce delle magnolie, il cui sangue ricopre le foglie e le radici, il cui strazio impresso sul viso violenta il paesaggio bucolico della campagna del Sud: una canzone tanto cruda quanto raccapricciante, definita più tardi da Nina Simone, che ne fu grande interprete, come la più “brutta” mai scritta.

Il suo autore era Abel Meeropol, un insegnante comunista del Bronx di origine russa, rimasto scioccato da una foto che ritraeva un linciaggio avvenuto nell’Indiana nel 1930, quello di Thomas Shipp e Abraham Smith, e la canzone era già conosciuta negli ambienti sindacali. Ma fu Billie, che aveva incontrato Meeropol al Café Society, a inciderla per la prima volta (con la piccola Commodore Records, poiché la sua casa discografica, la Columbia Records, l’aveva rifiutata) e a infonderle quella forza drammatica unica.

Holiday la replicò in diversi contesti, pur mantenendo una certa cautela negli Stati del Sud, e la considerò un modo, come si legge nella sua autobiografia, per distinguere «le persone a posto dai cretini». Ostracizzata negli Stati Uniti e vietata in Sud Africa, Strange fruit si fece strada nel corso del tempo come uno dei sound simbolici della lotta per i diritti dei neri, interpretata da innumerevoli artisti (tra i quali Josh White, Jeff Buckley, Diana Ross, Siouxsie & the Banshees, Sting, Cocteau Twins, UB40).

 

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