02 marzo 2017

Bisogna imparare a guardare un’opera come si impara a leggere un libro

Non si sa cosa pensò papa Clemente XII quando, nel 1734, osteggiò la vendita delle opere d’arte pontificie, messa in atto per cupidigia dal cardinale Alessandro Albani, e le raccolse nei Musei Capitolini aprendoli alla città. Cosa spinse, nel 1795 circa, Napoleone a compiere le cosiddette “spoliazioni napoleoniche”, ovvero furti di opere d’arte dalle nazioni sottomesse, per esporle come opere pubbliche nel museo del Louvre. Cosa sentì Lord Elgin quando, nel 1800, asportò i fregi del Partenone in Grecia per mostrarli, pochi anni dopo, nel British Museum, museo pubblico nazionale londinese. Perché il 16 maggio del 1949, con un decreto ministeriale, si stabilì che il Palazzo di Capodimonte, nato per accogliere l’eredità artistica del re, Carlo di Borbone, dovesse diventare la sede aperta al pubblico della Pinacoteca Nazionale. Non possiamo sapere con precisione quale funzione attribuissero all’arte questi uomini; la decisione di incontrare il direttore del Museo di Capodimonte, Sylvain Bellenger, nasce però dal desiderio di provare a raccogliere la sua impressione su un’opera d’arte della collezione che dirige, per avvicinare il pubblico al patrimonio artistico nazionale, indispensabile strumento per l’incivilimento degli uomini.

L’opera scelta dal direttore è La strage degli innocenti, del 1480, di Matteo di Giovanni. Certo, un’opera meno nota, ma non di minore importanza, se consideriamo il vastissimo catalogo di capolavori presenti a Capodimonte; tale decisione, però, non è senza significato, come lo stesso Bellenger precisa: “Ho scelto quest’opera perché trovo che sia difficile per il pubblico guardare un capolavoro conosciuto. Infatti, capita spesso che lo spettatore diventi cieco davanti a un famoso capolavoro; come se sentisse su di sé la responsabilità di dover provare delle emozioni, come se riconoscere un capolavoro significhi necessariamente avvertire una reazione emotiva, quasi un sentimento di riconoscenza verso l’opera. Insomma, i capolavori intimidiscono!”.

Una soluzione c’è: bisogna imparare a guardare. Solo con uno sguardo curioso, attento e prolungato possiamo coltivare in noi lo spirito critico, la coscienza storica, il sentimento di libertà che non si lascia imbrigliare né confondere dal sapere precostituito. “Ho scelto una pittura che non conoscevo e che ho visto per la prima volta qui a Capodimonte – afferma il direttore. "Quando mi capita di guardare un’opera per la prima volta, non mi chiedo chi è l’autore, a quale scuola appartiene, da dove viene e chi l’ha comprata. Questo mi aiuta dopo. Inizialmente mi interessa guardare con i miei occhi e capire cosa vedo. Ovviamente guardare chiede tempo, non si vede nulla se lo sguardo non è lungo e attento.

 

Guardo quest’opera e noto la raffinatezza dello stile, la luminosità del colore contrapposto al sentimento che domina la scena. Qualcosa di terribile sta accadendo, è in atto il massacro di tutti i bambini maschi ordinato da Erode per uccidere Gesù.

Guardo con attenzione e mi colpiscono le espressioni d’impotenza sui visi delle donne. I loro volti narrano i diversi segni della sofferenza umana: quella che grida, quella che supplica, quella che piange, quella che si strappa i capelli, quella che protegge il bambino non ancora attaccato. È sorprendente come la pittura ci mostri i sentimenti attraverso le storie. Penso al tema della cristianità, al senso della vita che è legato inesorabilmente alla morte. Ma in quest’opera sento la crudeltà dell’ingiustizia per una morte prematura e violenta.

Osservando scrupolosamente il trono ove è seduto Erode, noto che una delle due teste leonine –  i braccioli del trono – guarda verso l’alto, e mi fa notare una cosa che ad un primo sguardo non avevo visto: in alto alla finestra ci sono quattro ragazzi, poco più grandi di quelli immolati, che spiano terrificati il massacro, tra di loro ce n’è uno di colore, è interessante perché nella letteratura non c’è nessuna indicazione della presenza di un ragazzo di colore sulla scena del massacro degli innocenti; quindi desumo che questa sia una libertà del pittore. Mi incuriosisco e voglio capire il perché di questa peculiarità. Intanto so che non è senza significato, e così in me nasce l’esigenza di cercare, di chiedermi per chi è stata dipinta l’opera e quale fosse la sua destinazione, si insinua il bisogno di studiare la storia della pittura, di sfogliare il catalogo, di trovare una spiegazione plausibile”.

Con il metodo induttivo riusciamo, attraverso l’opera, a conoscerne il contesto generale e a scoprirne piano piano la storia. Il dipinto, oggi conservato a Capodimonte, fu commissionato all’artista senese per la chiesa di Santa Caterina a Formiello a Napoli.

“Mi soffermo ancora sul quadro – continua il direttore – e noto due mani nude che spuntano tese verso l’alto tra la folla, un eloquente appello al soccorso! Come chi affoga in un mare d’orrore e chiede aiuto. Sul lato destro troneggia Erode che, pietrificato, intima ai suoi uomini di continuare. Sotto di lui, un soldato dagli occhi sbiaditi, sembrerebbe cieco ma non è così, questo personaggio è stato vandalizzato negli anni in cui l’opera era esposta in chiesa, quando i fedeli, non potendo sopportare la scena, reagivano imprecando contro l’immagine dell’aguzzino. Quando l’opera fu restaurata, i restauratori decisero di lasciare così com’è questo segno particolare, considerandolo parte della storia della pittura. Questo è interessante! Non saprei dire però se è giusto, non so cosa sia meglio: preferire la storia della pittura o l’intenzione del pittore? Sicuramente questa non è l’intenzione del pittore, e per decidere bisogna anche scegliere quale messaggio il museo vuole dare al pubblico”.

Insomma, il discorso sulla storia dell’arte è inevitabilmente un discorso sull’interesse pubblico.

“Letta con questo genere d’esperienza – conclude in direttore – l’opera diventa una continua ricerca del legame tra antico e moderno. Dalle chiome bionde delle donne possiamo rievocare la bellezza ideale della poetica rinascimentale, pensare alla Beatrice dantesca; ma ancora, possiamo parlare di moda guardando la singolarità degli abiti. Le uniche cose di cui bisogna munirsi per guardare un’opera d’arte sono l’attenzione e il tempo per la lettura, altrimenti non si legge nulla! Solo così possiamo imparare a guardare, come si impara a leggere, e le chiavi non vengono leggendo i libri di arte ma prima, guardando l’opera anche se non se ne sa nulla”.

 


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