23 luglio 2012

Bosone di Higgs, anche il CERN sulla “nuvola”

Il più grande passo avanti della fisica del nostro secolo, la scoperta dell’esistenza del bosone di Higgs, è stato fatto grazie a una solida e affidabile tecnologia vecchio stile. Stiamo parlando dei sistemi Grid, o “Grid computing”, infrastrutture di calcolo utilizzate per l’elaborazione di enormi quantità di dati. Già, i dati: negli ultimi anni sono diventati così tanti che le unità di misura tradizionali non sono più state sufficienti. Così è nata l’espressione “Big Data”, a indicare proprio l’immensa massa di informazione digitale che ogni giorno viene prodotta in tutto il mondo. Al CERN di Ginevra i Big Data sono il pane quotidiano. Tanto che uno dei compiti principali su cui gli informatici lavorano è come “eliminare” le informazioni superflue: negli oltre 27 Km del super acceleratore LHC (Large Hadron Collider), le particelle si scontrano a velocità tali che registrare tutte le interazioni sarebbe impossibile. Per questo l’informatica dietro alla scoperta del bosone di Higgs, il Grid computing appunto, ha elaborato tecniche sofisticate per la selezione dei dati, in modo da prendere in considerazione solo quelli rilevanti. L’informatica ha così fornito il suo contributo creando il più veloce e preciso strumento per la distruzione di risultati che sia mai stato impiegato. I pochi superstiti, ricchissimi di informazione, vengono poi condivisi all’interno di una rete virtuale dinamica, formata da oltre 150 postazioni informatiche sparse in vari punti del mondo. I risultati vengono infine inviati a circa 120 istituti di ricerca, dove vengono condotte ulteriori analisi. Ma la scoperta della particella più famosa del mondo fisico potrebbe portare a una svolta anche nel metodo di raccolta delle informazioni. Per il primo biennio dopo la creazione dell’infrastruttura Grid computing, infatti, la capacità di gestione dei dati era di circa 15-20 petabyte di informazioni all’anno (e ricordiamo che queste sono soltanto le pochissime sopravvissute al meccanismo informatico di selezione). Nel prossimo anno il CERN ha in programma di produrre oltre 30 PB: un numero che richiede senz’altro un potenziamento delle tecnologie impiegate. Come? Secondo quanto dichiarato da Ian Bird, leader del progetto di Grid Computing del CERN, la tendenza sarebbe quella di aprire le porte al Cloud computing. La “nuvola” informatica di cui si è sentito parlare molto negli ultimi tempi, e che indica quell’insieme di tecnologie che permettono, tipicamente sotto forma di un servizio offerto da un provider, di elaborare e archiviare dati in rete. Questo significa che attraverso Internet è possibile avere accesso ad applicazioni e dati memorizzati su un hardware remoto invece che sulla stazione locale. Rispetto al Grid computing, il Cloud garantisce maggior flessibilità grazie all’astrazione fornita dal concetto di servizio come livello intermedio. Il CERN sta così facendo il primo passo verso la “nuvola”. Internamente ha già iniziato a sviluppare una tecnologia Cloud privata basata su un codice open source; è probabile che molto presto le prossime ricerche sul bosone di Higgs verranno effettuate con i nuovi strumenti del Cloud computing. Si tratta di una svolta importante, che potrebbe avere grandi effetti a catena sull’impiego e lo sviluppo di questa tecnologia. “Il CERN, come tutte le grande imprese scientifiche, ha generato moltissime ricadute” ha commentato Mario Paolucci, ricercatore del CNR. “Siamo così abituati all’uso del web che oggi sembra quasi buffo pensare che sia nato proprio lì, come una tecnica mirata a facilitare le discussioni sui risultati degli esperimenti. Oggi è ovunque; dunque guarderei con molta attenzione alle scelte, strategiche e tecnologiche, che vengono da quella fonte.”


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