12 gennaio 2021

Breve nota sull’opera di Svetlana A. Aleksievič

«Vado in cerca del tempo, e dell’essere umano». Così concludeva alcuni anni fa un intervento alla Cornell University Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura nel 2015 e senza ombra di dubbio la più grande scrittrice russofona (ma nata in Bielorussia da famiglia di ascendenti ucraini) vivente. E difficilmente si potrebbe riassumere in maniera parimenti efficace e con uguale capacità di sintesi un’attività di ricerca e scrittura che ha spinto l’autrice, nell’arco di svariati decenni, da un capo all’altro dell’Unione Sovietica in una certosina, instancabile raccolta di storie che, per un motivo o per l’altro, non trovavano spazio nel dibattito pubblico del Paese e che, tuttavia, stavano contribuendo a plasmare in maniera decisiva l’esperienza (individuale e collettiva), di quello che, fino al 1991, si è chiamato “socialismo realizzato”.

Dall’epopea delle oltre 800.000 donne – talvolta poco più che ragazzine – che si precipitarono al fronte all’indomani dell’invasione nazista (alcune minacciando, sotto gli occhi costernati dell’ufficialità, di suicidarsi sul posto se non fossero state inviate a combattere) con poco più dei vestiti che avevano addosso alla micidiale guerra in Afghanistan, la quale oltre a stroncare un numero esorbitante, da una parte e dall’altra, di vite contribuì non poco, assieme a Černobyl′, ad affossare l’autorità – o quel che ne era rimasto – della dirigenza sovietica fino alla crisi irreversibile dello Stato e alla marea di suicidi (oltre 60.000 nel solo 1992) che travolse la Russia all’indomani del fallito colpo di Stato contro El′cin; e ancora, dai ricordi di quanti, dalla Bielorussia all’Ucraina, all’epoca dell’operazione Barbarossa non avevano più di 15 anni fino all’immenso consuntivo di Tempo di seconda mano, la «scienziata dell’anima» (come ella stessa ama definirsi) Aleksievič ha indagato per quasi mezzo secolo l’esperienza quotidiana dell’esperimento sovietico, raccogliendo un patrimonio smisurato ed inestimabile di testimonianze. Patrimonio che, a 30 anni dal tramonto del «più bel paese del mondo» appare, a chi si avventuri nel labirinto dell’opera della scrittrice, né più né meno che una diagnosi, tanto lucida quanto appassionata, non tanto (sicuramente non solo) di un secolo di storia, quanto di un capitolo dell’umanità; il che basta e avanza a farne un’erede tra le più alte di una lunga tradizione letteraria che, dall’Evgenij Onegin, passa attraverso Guerra e pace per giungere al Dottor Živago, a Vita e destino di Grossman e ai Figli dell’Arbat di Rybakov, ciascuno a suo modo il bilancio di un’epoca e (o) una lucidissima profezia del futuro che si sarebbe aperto.

Ciò che colpisce il novizio – e che continua a stupire anche i lettori più scaltriti – è senza dubbio lo stile di Aleksievič. In ottemperanza al principio in virtù del quale «la vicenda di un uomo è destino, quella di mille è storia», la trama di ciascuno dei sei libri ad oggi editi («coro di voci», secondo la definizione dell’autrice) si compone della trascrizione di estratti di conversazioni raccolte nei contesti più disparati attraverso un impero che, poco prima di frantumarsi, abbracciava un sesto delle terre emerse e comprendeva al suo interno 200 milioni di persone.

Sulle orme di Čechov e di Šalamov, da un marasma apparentemente informe di ricordi sconnessi, invettive, sussurri a mezza bocca e lettere (ricevute a fiumi nel corso delle ricerche da lei condotte da Magadan a Vladikavkaz), Aleksievič è in grado di rendere plasticamente, con un’icasticità che alle volte stordisce per il lirismo delle immagini o (non di rado e) per l’atrocità del contesto all’interno del quale il singolo episodio si colloca, la vita di almeno quattro generazioni di «uomini del socialismo» ‒ una categoria antropologica di nuovo conio – così come i momenti salienti di ciascuna delle diverse ere che hanno scandito la vita dell’Unione Sovietica e di quanti, ardenti sostenitori o coinvolti loro malgrado, di essa fecero parte. E pure nella mancanza più totale di una (o più) figure di riferimento, l’autrice è ciò nonostante capace di far emergere dal coacervo di esperienze individuali di cui si è fatta collettrice e mimetica cronachista (non troppo diversamente dall’autore «nascosto» dietro le quinte del Satyricon petroniano) il racconto collettivo di una società intera, senza tuttavia mai perdere di vista le profondità, alle volte insondabili, caratteristiche di ogni singolo individuo tra i mille, non di rado tra loro quanto più diversi non si potrebbe, che ella ha avuto modo di incontrare negli anni di gestazione di ciascuno dei libri.

Anche solo tentare di isolare a titolo esemplificativo una storia nella Babele di voci – ignare le une delle altre eppure tuttavia così incredibilmente coerenti nel loro insieme – di cui Aleksievič si è fatta testimone non avrebbe senso, perché più che di romanzi, saggi storici, cronaca o memorialistica, libri come La guerra non ha un volto di donna, l’intensissimo Incantati dalla morte, la Preghiera per Černobyl′, una «cronaca dal futuro», o il vertiginoso, già menzionato, Tempo di seconda mano si lasciano meglio comprendere come una mai tentata – per ragioni che divengono chiarissime al termine della lettura di ciascun volume ‒ anamnesi del significato personale di un progetto che ambiva, molto semplicemente, a rifare l’uomo.

Volendo isolare un motivo per cui, a 30 anni dalla fine di quel mondo, confrontarsi con l’opera di Svetlana Aleksievič appare un imperativo quanto mai impellente, esso potrebbe essere identificato nella constatazione, tanto semplice quanto inquietante, che gli esseri umani non possono vivere, in quanto esseri umani, in mancanza di un’ideale che li trascenda. Si tratta, per così dire, solamente, di capire quale prezzo la sua realizzazione richieda a quanti in essa e per essa sono chiamati a vivere, un quesito che, come ben si sa, è ancora lungi dall’essere stato risolto, ma che nell’epoca delle massime potenzialità della tecnica (non a caso uno tra i più potenti idola tribus dei bolscevichi), appare più scottante che mai.

Svetlana Aleksievič, detto altrimenti, è già un classico, perché, come è proprio dei grandissimi tra i grandi, ha saputo immergersi nel turbinio dei destini individuali ricavando, da ciascuno di essi, un senso universale, che riguarda tutti, in Russia e oltre i confini di essa.

 

Immagine: Svetlana Aleksievič (14 ottobre 2013). Crediti: Elke Wetzig [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

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