17 giugno 2016

C’è Google dietro la candidatura della Clinton

Secondo il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, il colosso web sarebbe uno dei “manovratori occulti” della campagna della candidata democratica alla Casa Bianca, e ricoprirebbe un ruolo attivo nel definirne le strategie elettorali e mediatiche, tanto che già a novembre scorso Assange non aveva esitato a definire Google “l’arma segreta” di Hillary Clinton.

L’accusa è stata nuovamente ribadita durante un convegno sui media tenutosi a Mosca, al quale l’attivista australiano ha partecipato in collegamento dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove è confinato da circa quattro anni. Assange è tornato a puntare il dito contro The Groundwork, una startup fondata dal presidente di Google Eric Schmidt e amministrata da Michael Slaby (già chief technology officer per il presidente Obama), che nei primi nove mesi del 2015 ha ricevuto finanziamenti per circa 450.000 dollari dal comitato elettorale della Clinton per servizi tecnici e di consulenza digitale. «Google è direttamente coinvolta nella campagna di Hillary Clinton, e intensamente allineata al concetto di ‘eccezionalismo’ statunitense», ha affermato Assange, secondo cui dirigenti e personalità di spicco della compagnia sono destinati a ricoprire ruoli chiave nell’ipotesi dell’elezione dell’ex segretario di Stato: già la presidenza Obama, sottolinea Assange, è costellata da personaggi strettamente legati al colosso di Mountain View, tra cui l’U.S. Chief Technology Officer Megan Smith e la direttrice dell’U.S. Patent Office Michelle Lee, tutti ex dipendenti di Google, e lo stesso Schmidt potrebbe essere candidato alla presidenza del reparto innovazione del Pentagono. È indubbiamente una misura verificabile dell’enorme potere di contrattazione che le società hi-tech si sono guadagnate nell’influenzare l’andamento delle elezioni, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, attraverso l’analisi e la gestione dei big data: soltanto pochi giorni fa una delegazione repubblicana ha partecipato a un confronto chiarificatore con Mark Zuckerberg dopo che Facebook era stato accusato di prediligere la pubblicazione di informazione e notizie favorevoli al partito democratico. Insomma, i politici sembrano essersi resi conto che d’ora in poi le elezioni andranno combattute anche (forse soprattutto) sul campo degli algoritmi che amministrano i risultati dei motori di ricerca. «Google controlla l’80% del mercato degli smartphone attraverso il controllo sulla piattaforma Android», ha sottolineato Assange, «e se hai il controllo del dispositivo – ovvero dell’oggetto che le persone utilizzano per leggere e informarsi – allora hai il controllo anche su tutto quello a cui le persone si connettono attraverso quel dispositivo».

 


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