26 aprile 2020

C’è ancora spazio per l’editoria in Italia

 

Un inventore di barzellette, tale Guido Battaglia, si aggira per le strade di una città ammorbata da una misteriosa epidemia. È la voce narrante dell’ultimo romanzo di Fulvio Abbate, La peste nuova (La nave di Teseo), che prova a registrare le storture e i paradossi di un tempo sospeso, un tempo di crisi, in cui ogni volto che osserva, ogni luogo che attraversa sembra assumere un aspetto inerme e sconfitto. E mentre continua a girovagare senza meta, matura una riflessione molto scomoda in queste circostanze: «Chiunque, poco importa se donna o uomo, di solito, in momenti simili, riesce a immaginare l’impegno straordinario di medici, rianimatori, tecnici di laboratorio, infermieri [...]. Ma non esisteva nessuno, in città, che sapesse spiegarsi che bisogno vi fosse di professionisti come me».

 

Il pensiero di Battaglia suscita diversi interrogativi: durante una pandemia, che ruolo hanno gli scrittori, qual è l’utilità di un intellettuale? Sebbene sia difficile ammetterlo, la percezione inconfessabile è che, al di fuori dell’eroismo del personale medico, il resto della società venga considerato dalle istituzioni del tutto accessorio, inutile. È bene che rimanga a casa, che dia il minor fastidio possibile, aspettando che il peggio passi. Anche se non si sa quando effettivamente passerà. E nel frattempo, che fare? Nel frattempo bisogna resistere, provando a reinventare gli spazi che l’emergenza ha negato a tutti. Perché ‒ è questo il punto ‒ è sempre una questione di spazi, come insegna suo malgrado Covid-19, di quelle aree, reali e irreali, che ciascuno occupa per stare al mondo, per sopravvivere.

 

In questi mesi di quarantena, ad esempio, l’editoria italiana è riuscita a reinventare molti spazi. Nonostante la sua dichiarata inutilità, si è misurata in prove di solidarietà e di invenzione che hanno scongiurato la solitudine e lo sconforto delle lente ore del lockdown. Una testimonianza di vicinanza, certo, ma anche della necessità di riaffermare la propria funzione sociale.

 

Si potrebbe cominciare citando l’iniziativa del Saggiatore che in queste settimane ha donato venti titoli tra le sue recentissime pubblicazioni, aprendo sul suo sito una finestra da cui era possibile scaricarne i formati digitali. E ancora continuano, un nuovo libro ogni due giorni. Per il mondo della scuola, d’altra parte, Treccani Scuola ha messo a disposizione gratuitamente tutti i contenuti e i materiali della sua piattaforma on-line, perché le difficoltà della didattica a distanza potessero almeno essere attenuate grazie ad approfondimenti nuovi.

 

Ma è sul piano della creatività editoriale che si è assistito a un’incredibile, seppur piccola, rivoluzione. Sono nate ben due collane virtuali ‒ Gli Squali della Nave di Teseo e Microgrammi di Adelphi ‒ che per la prima volta hanno proposto gli e-books non come semplici simulacri dei libri di carta, ma li hanno pensati come dei veri e propri corpi autonomi. Con la giusta curatela, cercando di trasferire loro quella che Ungaretti chiamava «anima di libro». Tra questi è possibile leggere racconti di Naipaul e di Emmanuel Carrère, di Tahar Ben Jelloun e di Richard Powers. Che non sono soltanto banali diversivi, generi d’intrattenimento marginali; sono occasioni per occupare in profondità lo spazio in cui ciascuno desidera vivere, sono possibilità di sentirsi parte di sentimenti universali. Uno spazio che nessuna epidemia può negare, limitare o sospendere. Sentimenti che nessun distanziamento sociale può ridurre.

 

«La cultura», diceva Elio Vittorini, «non è una professione per pochi: è una condizione per tutti, e completa l’esistenza dell’uomo». Allora, finché ci saranno imprenditori della cultura pronti a sostenere che ogni crisi ‒ una peste nuova, o qualche altro cataclisma ‒ porta con sé una necessaria rivoluzione degli spazi e delle forme, il ruolo degli scrittori e degli intellettuali sarà sempre garantito. Perché per tutti è una condizione irrinunciabile.

 

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