15 giugno 2016

Calasso alla ricerca dei miti perduti

Difficile, se non impossibile, stabilire la data nella quale lo sdegno nei confronti dei miti, di quei racconti che attribuiscono agli dei “comportamenti assurdi e osceni”, cominciò a prendere il sopravvento e a sgretolarne, lentamente, auctoritas eautosufficienza, fino a quel momento in apparenza inscalfibili. O forse, come una piccola onda emersa per un istante da una vasta e imponente corrente, in una vibrazione semantica che, qualche millennio prima di loro, si solleva dal racconto dei torbidi relativi alla morte di Policrate, tiranno di Samo, avvenuta nel 522 A.C., di cui Anacreonte, sebbene con maggiore inclinazione per gli “aspetti simposiaci” che per l'interpretazione politica, offre comunque un'interpretazione fedele e molto probabilmente di prima mano. E che, nel momento in cui evoca “i ribelli che si impadroniscono della città alta e dei santuari”, trova per loro il nome di mythietai, “quelli del mito”, calco evidentemente parodico e farsesco di polietai, “quelli della città”, stabilendo così un'opposizione evocante non solo il carattere sedizioso e sovversivo dei primi, ma anche e soprattutto la loro esclusione dal discorso politico, la negatività, il blank che costoro incarnano rispetto a chi, della polis, accetta le regole, la razionalità del logos, d'ora in poi sempre meno sovrapponibile a mythos e posto con esso in una polarità che avrebbe sempre più visto in quest'ultimo la part maudite del discorso.

Controcanto di questa visione, la monumentale recherche du temps perdu che Roberto Calasso ha intrapreso, come autore, con un ciclo di opere che trovò il suo primo capitolo ne La rovina di Kasch, e che, attraverso molteplici soglie e snodi, è giunto a quello che oggi è la sua ultima sezione: Il cacciatore celeste, appena pubblicato da Adelphi. Asistematico per scelta e lucidità di visione, Calasso plasma la sua opera alla maniera di un'Arte della fuga, dei suoi sfuggenti impasti intridendo la natura delle pagine, rese in tal maniera tessuto non intrecciato da brutali funi cogenti, bensì da invisibili, ma solamente all'orecchio ottuso, lacci analogici, cresciuti e formatisi sotto il segno di Eros e dell'azione che esso esercita sui phantasmata che il contemporaneo homo non sapiens, come lo definiva Warburg, il rappresentante di quell'innominabile attuale che è formula decisiva e fondante per Calasso, vorrebbe soffocare in un piatto delirio unilateralmente calcolante.

In questa prospettiva, lontanissimo sia da chi interpreti i miti come una banale analisi pre-scientifica di fenomeni fisici o atmosferici sia da chi, sulla scorta di Richard Wagner, li intenda come “tutti tramandati da visioni puramente umane della preistoria” (ma anche, sia ben chiaro, da qualsivoglia interpretazione la quale, dietro al velo di una piatta astoricità, nasconda in realtà l'orbace), Calasso tenta di tracciare una genealogia della morale che trovi il suo punto archimedeo in una piega, una svolta “che durò molte migliaia di anni”, nella quale si inarchi l'origine inumana dell'umano: in quel movimento che si strutturò in due momenti, distacco dalla propria condizione naturale e mimesi nei confronti di quei predatori che, per lungo tempo, furono il pericolo maggiore per gli antenati dell'essere umano, viene individuata la piega che portò l'uomo dall'amorfo e inarticolato animale all'articolazione precisa e sensata di cui ogni genesi mitica, nel descrivere il passaggio da un'indistinzione caotica ad un ordine cosmico strutturato e fondato, rende atto, trovando così per analogia in ogni manifestazione fenomenica il medesimo slancio liberatore del gesto iniziale. Il ricorso alla caccia, quindi, diviene fondamentale per l'uomo nella prospettiva di dissociazione dal regno animale: “Per distinguersi da tutti gli animali, ha dovuto assumere alcuni caratteri, molto vistosi, da certi altri animali”.

Sebbene, prima dell'imitazione dei predatori, Calasso, rifacendosi agli studi di Lewis Binford, individui un'imitazione assai più oscura, le cui connotazioni si riversarono, imponenti, in quel senso di colpa e vergogna che accompagnò per lunghi millenni le interdizioni alimentari che l'essere umano si impose: quella dei cosiddetti animali scavenger, come le iene, divoratori di resti e carogne. Basterà ripensare al banchetto di Mecone, per comprendere quanto queste interdizioni e la struttura sacrificale cui erano legate fossero, per l'essere umano non ancora secolarizzato, parte fondamentale della propria immersione nel divino. E ricordo, nelle divinità teriomorfe egizie, di un tempo immemorabile di continuità fluida e non strutturata, felice in quanto in illo tempore, evocabile proprio poiché sempre sanzionabile nella cristallizzazione modellata dalla forma.

Senza dimenticare, naturalmente, che “mitica”, come scriveva Hofmannsthal, “è ogni rappresentazione cui tu partecipi come vivente”: un pensiero malinconico, nella nostra epoca di accettazione del prevalere dell'inanimato e del morto su ciò che vive, respira, pulsa.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0