28 luglio 2021

Capitale e ideologia, di Thomas Piketty

Esistono fondamentalmente due modalità (comparabili quanto a radicalismo ma non quanto a efficacia, per lo meno sul lungo periodo) per squalificare un punto di vista che si avversa. La prima consiste nel rinunciare a priori al confronto liquidandolo – assieme ai suoi proponenti – come privo di qualsiasi fondamento. La seconda prevede invece di dimostrare come, proprio in virtù dei presupposti alla base della tesi che si contesta, i risultati che si ottengono sono l’opposto di quanto i fautori di quest’ultima vanno predicando. Nel primo volume del Capitale, pubblicato ancora in vita l’autore l’11 settembre del 1867, Marx adottò proprio questa strategia: l’assunto alla base dell’opera era infatti che le ingiustizie sociali, lo sfruttamento e la rapacità coloniale sarebbero cresciuti in maniera esponenziale quanto più pedissequamente si fossero perseguiti gli obiettivi che Smith e Ricardo avevano individuato quali precondizioni per un mondo più equo e più giusto (per lo meno per chi di esso aveva il privilegio di far parte e, all’interno di quest’ultimo, trovandosi possibilmente dal lato giusto della strada).

L’operazione riuscì talmente bene che ci vollero trent’anni di stalinismo e altrettanti di politiche maoiste – assieme a varie, più o meno nefaste, imitazioni del modello dalla Bolivia alla Cambogia – per convincere l’opinione pubblica che Marx avesse torto e che, per riprendere le parole della Thatcher, al neoliberismo (e si noti come quel prefisso rechi ancora chiara, benché pallida, traccia dell’efficacia della critica del Capitale) «non vi è alternativa».

Sfortunatamente, o no, a seconda dei punti di vista, Capitale e ideologia, l’ultimo, imponente saggio dell’ormai celebre economista francese Thomas Piketty (divenuto un fenomeno internazionale con la pubblicazione, nel 2013, de Il capitalismo nel XXI secolo, di cui il volume qui in oggetto costituisce il, benché autonomo, seguito) presenta un quadro assai meno (auto)assolutorio del mondo in cui viviamo, e dalla cui lettura la classe dirigente mondiale potrebbe – dovrebbe – trarre qualche spunto di riflessione circa i come, ma soprattutto i perché, di un cambio di rotta che appare tanto più imperativo quanto più si voglia evitare che esso si verifichi lo stesso, ma secondo modalità che può invocare soltanto chi gode del lusso di non sapere di cosa si stia parlando.

Articolato lungo quasi mille e duecento pagine in quattro parti e diciassette capitoli corredati da un ricchissimo, ma mai pletorico, apparato di grafici a cui si affianca un’appendice digitale di allegati tecnici che fornisce all’analisi una profondità inusitata, Capitale e ideologia si può considerare come

 «una storia economica, sociale, intellettuale e politica dei regimi basati sulla disuguaglianza ovvero una storia dei sistemi di giustificazione e di strutturazione della disuguaglianza sociale, dalle antiche società trifunzionali e schiaviste alle moderne società post-coloniali e ipercapitaliste» (p. 1169). Il suo scopo ultimo, nelle parole stesse dell’autore, consiste nella «riappropriazione, da parte dei cittadini, del sapere economico e storico» perché esso è funzionale allo studio, alla discussione, e auspicabilmente alla risoluzione di problemi «che non si possono ignorare, per l’esercizio della sovranità democratica», come appunto la questione delle diseguaglianze (p. 1176).

Al fine di garantire la stabilità e la conservazione nel tempo di qualsiasi edificio politico e sociale, osserva Piketty, qualsiasi comunità umana, antica come (post)moderna, necessita di giustificare – vale a dire conferire senso – alle proprie diseguaglianze. Da ciò consegue che in una determinata forma di regolamentazione della vita associata non vi sia nulla di naturale, e tantomeno di inevitabile. Se spesso appare altrimenti, è in virtù del ruolo cruciale che assume in questo processo l’ideologia, ovvero l’insieme di pratiche simboliche e discorsive elaborate da un gruppo al fine di interpretare la propria storia e quella dell’ambiente nel quale i membri di esso vivono.

Come le ideologie nascano, perché si modifichino, e in quale misura siano in grado di influenzare le vite di milioni di persone nel corso talvolta di millenni può essere compreso solo attraverso una meticolosa indagine storica: attingendo a piene mani al patrimonio delle scienze sociali e spaziando dagli Stati Uniti all’India, dal Sudafrica alla Cina fino al Brasile e all’Europa (inclusa la Russia e il mondo post-sovietico), Piketty indaga la molteplicità delle traiettorie dei regimi fondati sulla disuguaglianza lungo un arco cronologico plurisecolare, nell’intento di mostrare come la consapevolezza del percorso alla base delle istituzioni che regolano il mondo quale lo conosciamo costituisca la premessa indispensabile per intuirne le possibili trasformazioni future, quando non addirittura di immaginare nuovi sviluppi.

In decisa antitesi a una retorica – uno dei precipitati linguistici di qualsiasi ideologia – dilagante da ormai oltre quarant’anni, l’economista francese illustra numeri alla mano l’importanza capitale della lotta per l’uguaglianza e per l’educazione al fine non solo del progresso civile – o spirituale ‒ delle società umane, ma anche dei successi economici di quante tra esse abbiano investito in questi settori con più determinazione, non perdendo al tempo stesso l’occasione di sfatare uno tra i miti più longevi, e dalle conseguenze perniciose, alla base dell’autocoscienza dell’Occidente (per lo meno a partire dall’epoca moderna), ovvero l’inviolabilità della proprietà privata in quanto diritto di natura, qualsiasi cosa si presume che una formula del genere significhi.

Ad un fatalismo cinicamente interessato alla preservazione di uno status quo che si tenta di spacciare come ontologicamente analogo all’altezza del monte Everest (ovvero un dato di realtà), quando a ben vedere di nient’altro si tratta che dell’esito storico (Umano, troppo umano) di una lotta tra ideologie, il saggio di Piketty oppone un progetto politico fondato sull’uguaglianza, la proprietà sociale, l’educazione e la condivisione di saperi e poteri.

L’orizzonte è quello di un progetto socialista, federale, democratico e, soprattutto, di respiro internazionale, il quale sia davvero in grado di affrontare le sfide, inedite, che l’epoca cosiddetta globalizzata pone all’intero consesso umano. A fronte di esse, il presente ordine sociopolitico (fondato sul binomio Stato nazionale ed economia di libero mercato) non solo risulta impotente, ma al contrario sembra essere singolarmente predisposto per esacerbare, in alcuni casi fino al parossismo di una guerra di (auto)distruzione, come illustra il tracollo della cosiddetta belle époque, contraddizioni che non sono risolvibili se non al prezzo di un mutamento di paradigma che, in virtù della sua stessa portata, richiede(rà) sacrifici i quali dovranno essere condivisi ‒ in proporzione sia alle disponibilità sia alle responsabilità di ciascuno ‒ se si vuole che vengano accettati da un numero di persone sufficiente a che essi portino i frutti sperati. È su uno sfondo di questo genere che si coglie la lungimiranza, invero premonitrice, del celebre, e troppo in fretta liquidato, «il socialismo o la barbarie» di Róża Luksemburg.

Nella storia, insomma, non risiedono soltanto le radici, talvolta mitiche, del presente: in non pochi casi, essa reca in sé i germogli di un futuro che, a condizione di volerlo, può essere migliore di quanto si sia mai ritenuto possibile, o, più di frequente, conveniente. L’intrapresa di un progetto del genere è, e non potrebbe che essere, il compito della sinistra mondiale: di essa, nella sua versione al tempo di quello che Branko Milanovič ha efficacemente definito Capitalism. Alone, Capitale e ideologia rappresenta ad oggi, con pochi dubbi, un manifesto programmatico, che non sarà facile, né saggio, ignorare nel dibattito dei decenni a venire.

 

Thomas Piketty, Capitale e ideologia, Milano, La nave di Teseo, 2020, pp. 1184

 

Immagine: Cartello con la scritta «Il capitalismo prospera sulla disuguaglianza» durante una manifestazione di Black lives matter, Los Angeles, Stati Uniti (17 giugno 2020). Crediti:  GrandAve / Shutterstock.com

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