1 luglio 2021

Il capitalismo contro il diritto alla città, di David Harvey

 

Alcuni anni fa, quale riconoscimento al prestigio di una carriera che ne ha fatto uno tra i più influenti studiosi di urbanistica a livello mondiale, il geografo David Harvey fu invitato in Corea del Sud a collaborare al progetto (faraonico) della costruzione ex novo di una città. Ad esso partecipava una nutrita schiera di architetti, ingegneri e pianificatori. Riuniti in un meraviglioso studio tra champagne e sofisticati generi di conforto, i membri della commissione discussero per giorni, varie ore al giorno, intorno a un plastico e circondati da lavagne, disegni e planimetrie di ogni sorta, in un turbinio di sezioni di ponti, modelli di quartieri, parchi ed autostrade.

A un bel momento, nel pieno di una di quelle sedute, sbirciando di sottecchi i volti concentrati e gli occhi sfavillanti dei propri colleghi, Harvey chiese quale sarebbe stato il rapporto di quella città con l’ambiente circostante, da dove avrebbe tratto le risorse per il proprio sostentamento e per chi sarebbero stati costruiti gli spazi che si andavano pianificando, ovvero come i futuri abitanti avrebbero concepito e vissuto la propria città. Il silenzio dello spazio cosmico riempì lo studio. Giunse provvidenziale una pausa, durante la quale uno dei membri della commissione, tra il titubante e l’incuriosito, si avvicinò ad Harvey domandandogli da dove avesse preso quelle idee perché, in effetti, sembrava non ci avesse pensato nessuno eppure, ora che erano state poste sul tavolo, le questioni sollevate da esse apparivano di importanza cruciale.

Con un sorriso sardonico che si apriva una strada tra la barba, il padre nobile della commissione rispose che quelle idee geniali, a cui nessuno sembrava avere pensato e che, una volta poste sul tavolo, sembravano sollevare questioni di importanza capitale provenivano di peso, per l’appunto, da una nota a piè di pagina al volume primo del Capitale di un certo Karl Marx. Gelo in sala, panico tra la folla. «Avrei dovuto aspettarmelo che sarebbe finito lì» borbottò a denti stretti il curioso architetto, e si tornò quanto prima a parlare di ponti, parcheggi, autostrade e quartieri residenziali.

Come diceva Woody Allen, Dio è morto, Marx è morto, nemmeno io mi sento troppo bene. Tuttavia, i problemi sollevati da quella nota quasi casuale sono tutti ancora lì, e vanno via via aumentando di complessità e urgenza mano a mano che l’oggetto città non fa che espandersi da un capo all’altro del pianeta, reclamando con sempre maggiore voracità risorse che si fanno progressivamente più scarse mettendole al contempo a disposizione di una ristretta cerchia di privilegiati. Il fenomeno è talmente evidente che non necessita di essere dimostrato: a favore degli scettici basterà qui citare uno studio non troppo datato sulle mappe mentali degli abitanti di una città in Brasile, nel quale si dimostrava che il livello di ampiezza e di dettaglio della pianta di essa era direttamente proporzionale al reddito. Detto altrimenti, i ricchi erano in grado di riprodurre la città nella sua interezza, con tanto di hinterland e vie di accesso ad essa. L’orizzonte dei più poveri non andava al di là del quartiere di residenza (o di detenzione).

Ne Il capitalismo contro il diritto alla città, Harvey riprende un suo vecchio cavallo di battaglia, dimostrando con lucidità come, ancora e forse soprattutto nell’epoca del capitalismo avanzato, il tessuto urbano sia divenuto il luogo di produzione, riassorbimento e nuova messa in circolazione del plusvalore prodotto dal capitale, con la conseguenza che in esso si possono rintracciare, se solo si hanno gli occhi per vedere e la voglia di guardare, le contraddizioni che il capitale stesso genera nella sua ricerca spasmodica di spazi di espansione volti ad assicurarne il perenne flusso. Allo stesso tempo sofisticato saggio di economia politica e fulminante manifesto di un nuovo pensiero radicale, questo volumetto riprende la riflessione di Henri Lefebvre in merito a quello che il filosofo francese chiamava il diritto alla città e tenta di inquadrarla nel contesto contemporaneo globale.

Il risultato sono un centinaio di pagine che andrebbero attentamente meditate da una sinistra europea (ma non solo) che, abbagliata dagli apparenti successi dell’economia di mercato degli anni Settanta e Ottanta (in realtà, come lo stesso Harvey ha più volte fatto notare, poco più di un trucco contabile finanziato tramite politiche di rapina dovunque i rapporti di forza lo permettessero, in patria e, soprattutto, all’estero), ha adottato la tattica, rivelatasi suicida, di scimmiottare la classe dirigente neoliberista, con il risultato che, al momento del redde rationem (ovvero nelle urne), per figuri come la Thatcher e i suoi successori è stato fin troppo facile dire «a questo punto votate l’originale». L’implosione della SPD tedesca e l’agonia del centrosinistra italiano sono solo due tra i più tristi esempi di dove questo percorso abbia condotto.

In tale scenario desolato e desolante, osserva tuttavia Harvey, le città sono ancora, come lo erano ai tempi di Engels (il quale non a caso divenne comunista in seguito a una catabasi nella Manchester in fase di industrializzazione selvaggia dove suo padre, un dovizioso industriale tedesco, lo aveva spedito perché completasse i propri Anni di apprendistato prima di rilevare l’impresa di famiglia), un fertile terreno di immaginazione e prassi nel quale coltivare un’alternativa a un sistema politico ed economico che vive della socializzazione delle perdite, non da ultimo in termini ambientali e di salute pubblica, e della privatizzazione degli utili.

Spaziando dalla Comune di Parigi alla – fugace, ma rivelatrice – stagione di Occupy Wall Street (la cui analisi occupa uno spazio notevole anche in Città ribelli, del 2013), Harvey non solo offre al lettore un’acutissima disamina dei meccanismi (strutturali) attraverso i quali il capitale e i suoi rappresentanti si sono arricchiti – e continuano a farlo portando avanti, nelle parole di uno tra i più eminenti fra essi, ovvero Warren Buffett, una strategia che non altrimenti si può definire se non nei termini di una lotta di classe, per altro con risultati eccelsi – a spese di fette sempre più cospicue della popolazione urbana (il che significa, numeri alla mano, di quella mondiale); non fosse tutto questo di per sé meritorio a sufficienza, lo studioso è anche in grado di dettare un’agenda politica che orienti l’azione di quanti abbiano ancora voglia di immaginare un mondo diverso, non strutturato, per riprendere le parole di Marx, lungo un asse ai cui poli si vadano accumulando immense ricchezze e inenarrabili miserie.

Rivendicare il diritto alla città, sostiene l’autore, è insomma un’azione eminentemente rivoluzionaria perché essa inevitabilmente non solo antepone l’interesse collettivo agli egoismi del singolo, ma anzi, e soprattutto, concepisce la piena realizzazione di quest’ultimo all’interno e in funzione di quel consesso umano (la πόλις quale comunità di persone assai prima che una cinta muraria o un disegno su una pianta) fuori dal quale, come già notava Aristotele – egli stesso tutt’altro che un pericoloso sovversivo – altro non si dà se non la bestia o il dio.

Nelle sue Domande di un lettore operaio, Brecht si domandava chi avesse costruito Tebe dalle sette porte. Nella sua semplicità, la risposta di Harvey a tale quesito potrebbe (dovrebbe) fungere da faro a quanti, ammesso che ancora ne esistano, siano in cerca di «qualcosa di sinistra»: chiunque con il proprio lavoro, dai fattorini ai tassisti, dalle badanti ai ristoratori e dagli insegnanti ai librai, contribuisca alla riproduzione della vita urbana deve essere identificato come il produttore, e dunque il titolare, del plusvalore (immenso, non solo in termini meramente contabili) che la città produce e continua a produrre dai tempi di Uruk. Ripensare quello che una volta si chiamava proletariato in termini geografici (e non di categoria), appare dunque una, se non la, via verso la costruzione di una massa critica in grado di opporsi con qualche speranza di successo a un sistema economico che ha barattato la libertà con l’uguaglianza, accuratamente tacendo che, in mancanza di quest’ultima, la prima è prerogativa esclusiva di chi libero lo era già in partenza.

La rivoluzione, aveva scritto Lefebvre, sarà urbana, o non sarà. Il merito maggiore del saggio di Harvey consiste nel provvedere il lettore interessato di una teoria e di un piano d’azione di modo da farsi trovare pronti al momento opportuno. Con buona pace di Fukuyama, la storia non è ancora finita.

 

David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, Verona, Ombre Corte, 20202, pp. 124

 

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