04 luglio 2014

Caro Grillo, ti spiego Beethoven

Ispirato, si fa per dire, dalla notizia che ieri riempiva le gazzette nazionali (intendo riferirmi alla miserabile azione di protesta inscenata dai membri dell’Ukip di Farage nel giorno del solenne insediamento dell’assemblea Ue a Strasburgo e alle dichiarazioni rese, nella serata del medesimo primo di luglio, da Beppe Grillo), mi è tornato in mente quanto mi capitava di scrivere in questo magazine, or volge l’anno, in relazione al film Ludwig van di Mauricio Kagel.

Il ricorrere nel 1970, anno dell’uscita del film di Kagel, del bicentenario della nascita di Ludwig van Beethoven fu celebrato in tutto il mondo con la dovuta solennità: festival concertistici, convegni scientifici, pubblicazioni a stampa, incisioni discografiche, emissioni numismatiche e filateliche in gran quantità. Nella Germania divisa Beethoven, come si può ben immaginare, venne festeggiato con enfasi tutta particolare. A Est la ricorrenza rappresentò una tappa essenziale, e forse il primo vero momento di sintesi, di un percorso di appropriazione abusiva delineatosi con chiarezza fin dai primi anni del dopoguerra, e affermatosi poi con vigore sempre crescente dal momento della proclamazione, nel 1949, della DDR. In Beethoven le autorità della Repubblica Democratica Tedesca, grazie all’attiva collaborazione del mondo intellettuale, accademico e musicologico, tesero a individuare un precursore del marxismo, facendone così una sorta di campione del socialismo realizzato e, per conseguenza, uno dei più luminosi numi tutelari del nuovo assetto politico e sociale (non l’unico, del resto, se si pensa che una sorte per molti versi analoga a quella toccata a Beethoven toccò, solo per fare qualche esempio, anche a Goethe e a Schiller, e persino a Federico II di Prussia, almeno a partire dalla svolta rivalutativa impressa da Honecker all’inizio degli anni Ottanta). Se la DDR, pur reagendo con giusta veemenza all’immagine imposta dal nazionalsocialismo, sfruttò Beethoven e il suo lascito musicale a fini apertamente propagandistici e politici, finendo così per prolungare, pur mutandone polarmente il segno, l’atteggiamento militante, ideologico, che aveva dominato nella ricezione di Beethoven in Germania tra la Machtergreifung e la catastrofe del 1945, a Ovest il problema fu quello di opporre una visione alternativa tanto alla lettura ideologica in senso marxistico imposta a Est quanto, e ancor prima, alle categorie attorno alle quali aveva ruotato il Beethovenbild costruito nel corso del dodicennio hitleriano: virilità tronfia, eroismo magniloquente, tetragona monumentalità, nazionalismo in chiave di aggressivo, virulento, germanesimo, malintesa tensione etica, e così via. L’esigenza di fare tabula rasa dell’immediato passato, violentemente dismissiva, in Germania, soprattutto nei confronti della Romantik, che subì nei primi anni del dopoguerra un processo di vera e propria damnatio, coinvolse però anche Beethoven, né poteva essere altrimenti. Molti tedeschi, davanti alle macerie ancora fumanti delle loro città in completa rovina, non avranno potuto fare a meno di pensare, in cuor loro, quel che Thomas Mann farà dire di lì a poco a Adrian Leverkühn alla fine del quarantacinquesimo capitolo del suo Doktor Faustus, il capitolo nel quale si descrive l’agonia del piccolo Nepomuk: ‘Ciò che è buono e nobile’ - così Leverkühn al suo amico Zeitblom - ‘ciò che si dice umano, benché sia buono e nobile, non deve essere. Ciò per cui gli uomini hanno combattuto, per cui hanno dato l’assalto alle rocche, ciò che i vincitori hanno annunciato trionfanti, ecco, non deve essere. Viene ritirato. Io lo voglio ritirare’. E alla domanda di Zeitblom (‘Scusa, caro, non ti comprendo del tutto. Che cosa vuoi ritirare?’) Leverkühn risponde: ‘La Nona Sinfonia’. Proprio il finale della Nona Sinfonia, e l’Inno alla Gioia che ne rappresenta il culmine, mettono in luce come meglio non si potrebbe il carattere ambiguo, oscillante, per certi versi schizofrenico, perché oscillante tra adesione acritica e ripensamento demitizzante, della fruizione di Beethoven delineatasi a Ovest dopo il 1945. Da un lato, nel finale della Nona si è continuato anche dopo la guerra a voler vedere uno dei distillati supremi dell’ideale umanistico di fratellanza universale elaborato dal classicismo weimariano, come prova, ad esempio, il ruolo centrale giocato dalle autorità della Germania Federale, proprio a cavallo del bicentenario, in relazione alla scelta dell’Inno alla Gioia come inno ufficiale prima (1967) della NATO, poi (1972) della Comunità Europea. Né si potrà dimenticare che, per celebrare la caduta del Muro, Leonard Bernstein fu chiamato a Berlino il giorno di Natale del 1989 per dirigere proprio la Nona Sinfonia (per l’occasione, Bernstein arrivò a sostituire, nel testo dell’ode di Schiller, ‘Freude’ con ‘Freiheit’). D’altro canto, specie nei più avvertiti e consapevoli, la Nona Sinfonia innescò, come nel Leverkühn di Mann, una reazione di più o meno aperto rigetto che non avrà certo potuto prescindere dal ricordo della predilezione accordatale da Hitler e dai suoi sgherri. Ancora nel 2001, Taking Sides, il film di István Szabó dedicato alla ricostruzione romanzata del processo di denazificazione toccato a Wilhelm Furtwängler subito dopo la fine della guerra, si chiudeva con le immagini, di valenza simbolica certo impressionante, della molto, e forse troppo, discussa stretta di mano tra Goebbels e Furtwängler a suggello del concerto berlinese organizzato dal ministro della propaganda del Reich il 19 aprile 1942 per festeggiare il genetliaco del Führer, concerto che si chiudeva, appunto, con l’esecuzione della Nona, e del resto l’associazione esplicita tra la variazione ‘Alla marcia’ del finale della Nona Sinfonia e le riprese filmate delle parate naziste proposta da Kubrick in una delle più celebri e citate sequenze di Arancia meccanica ammette forse di essere letta anche come reazione critica, lucidamente antifrastica, all’orgia retorica delle celebrazioni ufficiali messe in campo appena prima in occasione del bicentenario (il film è del 1971). Tra i più avvertiti, nella denuncia, pur cauta, e persino dolente, del contenuto pericolosamente ideologico insito nel finale della Nona il solito Theodor Adorno, il quale, in uno dei suoi più lucidi frammenti beethoveniani, scriveva quanto segue: «È proprio dell’utopia borghese il fatto che essa non riesca ancora a pensare l’immagine della gioia perfetta senza quella di colui che ne è escluso: per lei esiste gioia soltanto nella misura dell’infelicità del mondo. Nell’Inno alla Gioia di Schiller […] è compreso nella cerchia chiunque ‘possa chiamare sua anche una sola anima in tutto il mondo’: quindi l’amante felice; ‘ma chi non ne ha nessuna si sottragga piangendo alla nostra cerchia’. Al collettivo cattivo è inerente l’immagine del solitario, e la gioia vuole vederlo piangere». Come tutti sanno, nel giorno dell’elezione a presidente del Parlamento europeo del socialdemocratico tedesco Schulz, questo tremendo grumo problematico è stato affrontato e risolto dai membri dell’Ukip con una trovata degna al massimo di un cattivo palcoscenico di avanspettacolo: durante l’esecuzione dell’Inno alla Gioia gli eurodeputati di Farage hanno pensato bene di voltare le spalle, dissociandosi platealmente dal resto dei colleghi, oltre che da Beethoven in persona. Persino la delegazione grillina, pur alleata di Farage e dei suoi, ha mostrato imbarazzo: nello stesso istante in cui gli eurodeputati dell’Ukip voltavano le spalle, «i loro alleati grillini, che pure sono confluiti nello stesso gruppo Efdd, la schiena non la voltano. Anzi la tengono ben dritta e ascoltano impettiti l’inno. Come a dire: no, è roba nostra. Faranno sapere che non è stata una scelta a caso, che loro non condividevano l’atteggiamento di Farage» (cito dal ‘Corriere della sera’). Solo che poi, in serata, Beppe Grillo, da ineffabile capocomico, se ne è uscito con la seguente, ripugnante dichiarazione: (questa volta la fonte è ‘Repubblica’): «Farage ha fatto bene a voltare le spalle. In Europa non c’è più gioia. L’Inno alla Gioia è stato usato da Hitler per i compleanni, da Mao, da Smith in Rhodesia, dai grandi killer della storia». Facendo così piazza pulita dello sforzo immane compiuto soprattutto dai tedeschi, e poi dall’umanità intera, per riappropriarsi a pieno titolo di un’eredità nobile e pura contaminata dall’uso ignobilmente distorto fattone, nel tempo, da regimi e dittatori di ogni sorta, a cominciare, appunto, da Hitler. La sortita di Grillo, per un tedesco, non è dunque meno offensiva e brutale di quella che portò Berlusconi a dare del kapò proprio al neoeletto presidente Schulz nell’estate del 2003, sotto gli occhi attoniti di Gianfranco Fini, che gli sedeva accanto. L’Europa non ha bisogno di gesti grevi e plateali della pasta di quello inscenato l’altro giorno dagli uomini di Farage. Ancor meno ha bisogno di rozzezze da capocomico di periferia, di battute da avanspettacolo, di sentenze improvvisate e imparaticce come quelle pronunciate da Grillo. L’Europa ha bisogno di gente che sappia riflettere, che sappia pesare le parole, che sappia prendere decisioni per il futuro avendo chiaro fino in fondo il peso e il senso del passato: qualcuno provi a spiegarlo a Farage e a Grillo, per favore.


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