6 febbraio 2020

Čechov. Inedito e segreto

Nelle sue Notti Attiche (19.8.15), l’erudito Aulo Gellio (ca. 120-180 d.C.) individuava l’elemento distintivo dello scrittore classicus nel suo essere non proletarius, cioè appartenente, figurativamente (ma nell’antichità classica si trattava quasi sempre di un dato di fatto) alla prima classis di censo: uno scrittore perfetto, stilisticamente inappuntabile.

La definizione moderna di «classico» abbraccia anche l’aspetto contenutistico (quest’ultimo, si noti, è del tutto secondario nella definizione di Gellio): classico è uno scrittore che, al livello massimo di perizia artistica, ha espresso nella maniera più intensa e penetrante pensieri, dubbi, timori, emozioni e sogni di un’epoca intera, quando non di tutta l’umanità. Di più, un classico è tale perché, nonostante sia «figlio del suo tempo» (una banalità tanto evidente quanto, troppo spesso, opportunamente dimenticata e strumentalmente abusata), alla lettura appare attuale come se fosse stato scritto esattamente tanto per ogni singolo individuo che quel libro, secoli quando non millenni dopo, per la prima volta incontra, quanto per chi, dopo averlo letto (o riletto) vi si riaccosta e in esso scopre, nuovamente, qualcosa di nuovo, come se si trattasse della prima lettura.

Un classico è tale anche perché, attraverso lo studio attento della sua opera, la vita del suo autore (o autrice) spalanca al cospetto del lettore un universo inesauribile di storie che aiutano a meglio comprendere chi quell’opera scrisse, la società in cui egli – o ella – visse, il suo passato e, cosa che si addice ai grandissimi tra i grandi, gli eventi che sarebbero venuti dopo e che nessuno, con l’eccezione di costoro, aveva saputo premonire.

Quanto tutto ciò sia vero lo mostra la splendida biografia di Anton Pavlovič Čechov recentemente pubblicata da Viktor Gaiduk. Frutto di un paziente lavoro d’archivio, incisivo nei ritratti e penetrante nell’analisi non solo letteraria ma anche storico-sociale, questo agile ma densissimo saggio offre al lettore un ritratto inedito, segreto, e perciò tanto più benvenuto, di un individuo che, oltre a figurare tra i dieci nomi più importanti della letteratura russa (ma probabilmente non solo) degli ultimi due o tre secoli, si rivela, prima di tutto, un uomo di non comuni intelligenza e sensibilità: un dato, questo, che deve spingere il lettore esperto a un riesame integrale dell’opera čechoviana e il novizio ad apprezzarla alla luce di ciò che, colpevolmente, di solito non compare nelle storie della letteratura russa.

La vita di Čechov ricostruita da Gaiduk inizia e si chiude con tre scene grottesche: in apertura, il padre, un mercante di mezza tacca arcigno e severo il quale, improvvisatosi pope, impartisce una benedizione sui barili d’olio che commerciava, in uno dei quali era stato trovato un topo, nel tentativo – fallimentare – di non scoraggiare i clienti in fuga. Ad essa seguono le tremende sedute notturne di canto corale in un locale gelato alle quali l’intera truppa dei piccoli Čechov veniva ripetutamente sottoposta (antesignani, loro malgrado, dei Jackson Five). Infine, letteralmente, dulcis in fundo, il rientro in Russia, dalla Germania, dove era in cura a causa della tubercolosi, della salma dello scrittore, ormai celebre, in un vagone frigorifero insieme a delle ostriche. Lungi dall’essere bozzetti aneddotici, questi episodi incorniciano una vita trascorsa nella costante e tenace osservazione delle persone, di varie estrazioni sociali e di vari Paesi (l’intelligencija russa dell’Ottocento era tanto cosmopolita quanto quella del XXI secolo, o gran parte di essa, è nazionalista e ferocemente reazionaria), che si fondono nell’opera più nota, dai racconti al teatro, in un affresco monumentale di un’epoca della cultura europea: Il lungo ottocento di cui ha scritto Hobsbawm, la belle époque di Midnight in Paris oppure (o forse allo stesso tempo), il canto del cigno della vecchia Russia, gli ultimi sogni di un mondo che fu, come scriveva, desolata e disperata nella sua solitudine fisica ed intellettuale, Marina Cvetaeva.

Ma Čechov non è nostalgico, non può esserlo: di quel mondo, capace di unire, in solo apparente contraddizione, l’incredibilmente volgare ballo di corte in stile bizantino del 1903 e il contadino che, come annotava Dostoevskij con quasi sadica precisione di dettagli, picchia la moglie fino quasi ad ucciderla per poi ubriacarsi di vodka senza ritegno, il medico Čechov coglie con spietata lucidità e profonda compassione umana le contraddizioni che ne avrebbero causato la rovina. Contrariamente a quanto si è soliti sentire, Il giardino dei ciliegi non è, nota Gaiduk, una sconsolata laudatio temporis bensì uno spietato j’accuse.

Come l’intera opera di Kafka non è comprensibile senza la Lettera al padre, così la carriera letteraria di Anton Pavlovič non si può intendere se non si presta la dovuta attenzione alla professione medica («mia moglie», mentre la letteratura era, al più, «l’amante prediletta»), alla quale Čechov dedicò tutto se stesso.

Di estrazione sociale modesta, divenuto medico condotto nel più abiettamente retrivo e povero paese d’Europa, Čechov ebbe modo di osservare da vicino e di conoscere quella che Trockij (non a caso e come Stalin, ma non, significativamente, Lenin, anch’egli proveniente da un contesto rurale) chiamava «la Russia delle icone e degli scarafaggi», il cui mondo violentissimo e disperatamente cinico lo scrittore-medico descrive con spietata lucidità, in polemica aperta con quegli intellettuali (su tutti Tolstoj, che pure Čechov riteneva il più grande scrittore vivente) i quali, nonostante le loro velleità populiste – la scena della fienagione di Levin in Anna Karenina, le icone tolstojane di Il’ja Repin – sono separati dai mužiki da un divario sociale che, in Russia, si è acuito e calcificato sino a divenire alterità ontologica. Nella povertà, materiale e spirituale, nel dolore e nella sofferenza, nel timore e nell’odio che connotano i rapporti sociali della campagna russa, Čechov individua con perspicacia inusitata le radici dell’imminente tracollo di un mondo. Un tracollo che, proprio in virtù dei rapporti sui quali quel mondo si fondava – e ciò almeno dal XVII secolo –, non avrebbe potuto che manifestarsi in forme violente.

A L’isola di Sachalin (1893) Gaiduk dedica un’ampia sezione del suo saggio: scelta commendevole quest’ultima, dal momento che il resoconto che Čechov fa del suo epico viaggio del Wild East dell’impero, oltre ad essere un prezioso documento etnografico, costituisce un’incredibile testimonianza di nobiltà umana. Partito pressoché in incognito e contro la volontà di amici e conoscenti che giudicavano quel viaggio, in virtù della sua salute cagionevole, una condanna a morte, Čechov si sobbarca un viaggio di proporzioni epiche per approdare, tre mesi e alcune migliaia di chilometri dopo, sulle coste della più infame colonia penale (katorga) dell’impero zarista, situata appunto nell’isola di Sachalin, un’aspra lingua di terra lambita dalle gelide correnti del Mare di Ohotsk. Sconvolto dalle condizioni nelle quali i detenuti sono costretti a vivere, Čechov redige un memorandum che, una volta pubblicato, produce in Russia l’effetto di una bomba, inimicandogli in un colpo solo l’intero apparato governativo (precursore tolstojano Non posso tacere) e una parte consistente del suo – aristocratico – pubblico, fornendo in aggiunta ampio materiale di propaganda all’opposizione radicale dai cui fermenti sarebbe nato, nemmeno un decennio dopo, il partito bolscevico.

Le pagine di Gaiduk restituiscono un Čechov sorprendentemente vicino a Leopardi: convintamente materialista, «inattuale» quanto mai in una società che disprezza profondamente ma di cui cerca anche il riconoscimento, disilluso circa le «magnifiche sorti e progressive» non tanto in virtù di un qualche fato avverso, bensì a motivo della connaturata, cieca (e banale) malvagità dell’essere umano nei confronti del proprio simile.

Ma così come in Leopardi questa acutissima coscienza del dolore, secondo una celebre formula di Timpanaro, si tramuta in potente strumento conoscitivo, allo stesso modo, nota Gaiduk, Čechov elabora, nel corso di tutta la sua opera, un’etica della solidarietà e della «cura» che ne fanno uno dei più «umanisti» tra gli scrittori dell’Ottocento. Ed è per questo, prima ancora che per la perizia con cui cesella le scene delle sue opere teatrali o per l’ironia sorniona che scorre carsica attraverso i racconti, che ad Anton Pavlovič Čechov come a pochi altri si addice la definizione gelliana di scriptor classicus.

 

Viktor Gaiduk, Čechov. Inedito e segreto, La vita felice, Milano, 2018, pp. 156.

 

Immagine: Anton Pavlovič Čechov (1902). Crediti: Foto di Opits, Mosca / Istituto artistico A.F. Marx, San Pietroburgo. Fonte, 1-й том ПСС в 16 томах. Изд-во Маркса, СПб, 1902 / scan by Vizu, attraverso it.wikipedia.org

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