22 gennaio 2015

Chagall ne vede di tutti i colori

Mancano pochi giorni alla chiusura della mostra su Chagall e ci sono ancora code per entrare a Palazzo Reale, almeno nel weekend, e vedere l'esposizione di oltre duecento opere che attraversano il Novecento come la lunga e travagliata vita del pittore. La mostra resta aperta sino al 1° febbraio e il 27 gennaio sarà collegata al Giorno della Memoria. Mi metto diligentemente in fila al freddo di una domenica di sole.

Stranamente Milano è nitida e colorata come in una prefigurazione dei colori chagalliani. Ma questa suggestione positiva finisce presto perché si avanza molto lentamente e l'ingresso è lontano come un miraggio di pietra. Qualcuno rinuncia sotto lo sguardo di approvazione di chi resta. Venditori extracomunitari cercano di farti comprare libri di favole africane. Si cercano punti di riferimento per capire quanto la coda si muove. Dopo circa un'ora si viene fatti passare ma non per arrivare alla cassa: si viene ammassati nel cortile. A questo punto è quasi fatta e l'ultimo pezzo di attesa sarà brevissimo. Le audioguide sono gratuite e c'è anche il percorso dedicato ai bambini. Da persona poco previdente quale sono mi stupisco della massa di gente che si trova dentro. Ma è logico che per smaltire la fila si cerchi di concentrare il maggior numero di visitatori possibile, altrimenti diventerebbe uno stillicidio. Tra le foto del volto affilato e ispirato del pittore e i quadri si aggira una folla piuttosto disordinata. Non siamo in Unione Sovietica, in quella che è stata per un po' la patria di Chagall, dove la gente era abituata a mettersi spontaneamente in fila per qualsiasi cosa. Né si può dire che qui regni il silenzio. Alcune opere sono circondate da comitive di visitatori che ascoltano una guida e non ci si può avvicinare molto, ma in compenso si può orecchiare qualche spiegazione. Qualcuno cerca di fare foto col telefonino e viene sgridato. Chissà come vengono foto scattate col telefonino nella penombra e mi chiedo che senso ha farle visto che in rete si trovano migliaia di immagini di quadri di Chagall. Forse per farci un post geolocalizzato su Facebook o mandarle agli amici via Whatsapp. Quando finalmente riesci a metterti di fronte a un quadro di Chagall, dimentichi chi ti sta intorno per qualche istante che ti rimane dentro. Un altro modo per estraniarmi è pensare al viaggio che ho fatto a Vitebsk, la città dove il pittore è nato. La città che ha dipinto nella parte più feconda della sua produzione. Oggi si trova nella Bielorussia profonda e isolata del regime di Lukašenko. C'è ancora la izba di legno degli Chagall, l'albero di mele verdi che il pittore rubava quando gli imponevano il digiuno religioso. La comunità ebrea se n'è andata e nel cimitero abbandonato ritratti in bianco e nero di giovani donne defunte da tempo guardano smarriti la vegetazione che prende il sopravvento sulle tombe. Non è facile mantenere la concentrazione a lungo in mezzo a tutta questa folla neanche compiendo viaggi nel tempo verso la Bielorussia profonda dove per opporsi a Lukašenko nelle prossime elezioni che vincerà con il solito 99 per cento qualcuno ha pensato di candidare Gandalf, del Signore degli anelli. Ci sono molte giovani coppie alla mostra, anche belle. Forse guardano al pittore come a una sorta di nume protettore, visti i tanti quadri dedicati alla travagliata e intensa relazione con Bella, le tante opere diventate l'icona della felicità che fa volare gli amanti. Chagall è il pittore russo più celebre, più di Malevič e Kandinskij, i nomi più noti dell'avanguardia che si è fatta strada con la rivoluzione, prima che il realismo zdanoviano riportasse l'arte nei binari della propaganda didascalica. A dire il vero Chagall ha rotto con la rivoluzione prima dell'appiattimento staliniano, in dissidio con il suprematismo da cui pure prende il rigore geometrico, come dal cubismo orfico di Delaunay prende il senso del magico e dal fauvismo l'esplosione dei colori. La rottura lo porta ad abbandonare Vitebsk, la scuola d'arte e il museo d'arte moderna da lui fondati, mentre stava sorgendo l'astro di El-Lisitsky, autore di opere di astratta aggressività come Colpire i bianchi col cuneo rosso. Alla rivalità e i diversi metodi didattici di Chagall e Malevič il regista Aleksander Mitta ha dedicato un film uscito di recente dove il pittore e Bella volano grazie agli effetti speciali come in un tableau vivant. Chagall-Malevich si intitola il film e - a parte le proiezioni allo spazio Oberdan in concomitanza con la mostra - temo non sarà facile vederlo. L'impegnato e infervorato Malevič è così lontano dalla visione poetica della vita che filtra dai quadri di Chagall come attraverso una vetrata colorata colpita dal sole. Nello stile, se non nel messaggio, la pittura di Chagall resta innovativa - dopo il bagno dei pennelli nella Senna d'inizio secolo -, ma aldilà di questo: era comprensibile che partecipasse agli entusiasmi rivoluzionari anche dal punto di vista ideologico senza che la sua pittura ne restasse contaminata. Chagall si concentra soprattutto sulla giovinezza e l'infanzia a Vitebsk isolandosi da tutto il resto, e uno sforzo di isolamento bisogna farlo per godersi la sua mostra in questa domenica invernale. Come al cinema quando la sala è piena ma tutti guardano lo schermo. La penombra aiuta. Perché Chagall partecipa alla rivoluzione? Molti ebrei, sentendo il peso di una secolare persecuzione e sperando in un futuro di uguaglianza, vanno a confluire nelle fila dei bolscevichi. Trockij stesso era ebreo. Ma andiamo ancora a ritroso nel tempo restando ancorati nello spazio a Vitebsk. Chagall è venuto al mondo in un villaggio dell'Impero zarista, di quelli ai margini dell'impero dove venivano confinati gli ebrei e si parlava yiddish. Anche solo trasferirsi nella capitale, avvicinarsi al centro della vita culturale russa, era difficile. Tanto che viene arrestato quando studia all'accademia di San Pietroburgo. Se l'universo pittorico chagalliano è popolare e infantile, sono esclusi dalla tela eventi traumatici che non sono mancati – per usare un eufemismo. Il giorno della sua nascita, il 7 luglio 1887, Vitebsk viene travolta da un pogrom cosacco. In russo 'pogrom' vuol dire 'disordine' ma la parola ha assunto nella storia l'accezione di attacco a una comunità ebraica. La sinagoga di Vitebsk viene incendiata e Chagall diceva di essere 'nato morto'. Questo non gli ha impedito di vedere nell'arte i colori freschi che la vita non sempre aveva ed eternare con uno stile sperimentale e personale gli aspetti più poetici di una comunità sperduta ai margini dell'Impero: violinisti, ebrei erranti nella neve, case di legno, tappeti persiani alle pareti, i fiori, gli alberi, gli animali... In opere celebri come Gli amanti, Il compleanno, La nascita, Sopra Vitebsk, Io e il villaggio...  Difficile per lui sopravvivere nella 'grisaille partout' del comunismo, e così torna a Parigi con la moglie Bella. Nella capitale francese era già stato, entrando in contatto con le avanguardie dell'epoca e diventando amico di vari artisti tra cui Apollinaire. E a proposito: ma quanti amici aveva Apollinaire? Non c'è artista di quel periodo nella cui biografia non si dica che era 'amico di Apollinaire'. Ma dove lo trovava il tempo di lavorare? Chiusa parentesi. Dalla Francia deve fuggire quando arrivano i tedeschi. Dai 'disordinati' attacchi dei cosacchi dello zar si è passati all'ordinatissimo piano di sterminio nazista. Percorre la stessa strada verso l'oceano di Benjamin ma approda a New York. Negli Stati Uniti perde la moglie Bella e solo in Provenza riesce a superare la depressione per il lutto. Nel '57 visita Israele e dipinge la vetrata di un ospedale che rischia di andare distrutta durante la Guerra dei sei giorni ma viene quasi interamente salvata. In Provenza si legherà ad altre due donne, in particolare a Vavà, l'ultima sua compagna, e ritroverà i colori per dipingere. Più lievi e aerei di quelli di Vitebsk, certo molto meno significativi dal punto di vista del suo percorso artistico, quasi impressionistici. Bisogna piuttosto guardare allo Chagall sperimentale dei primi anni, quello che una mostra alla Kunsthaus di Zurigo ha definito 'maestro della modernità'. Dopo averne viste di tutti i colori Chagall muore a 97 anni e viene sepolto a Saint-Paul de Vence, nell'idillio mediterraneo della Costa Azzurra. Cerco di nuovo di estraniarmi pensando alla tomba che ho visitato, al profumo della siepe di rosmarino che la sovrasta, al rametto odoroso che ho staccato e ho regalato a mia nonna, la quale dimenticandosene la provenienza lo ha messo nel risotto... Solo dopo averlo mangiato ho capito che era un risotto giallo 'à la Chagall'... Una transustanziazione culinaria degli elementi... Poi di nuovo la folla entra nei miei pensieri perché ricordo i turisti che entravano nel piccolo cimitero provenzale camminando come automi e con una minitelecamera digitale davanti al viso. Eppure aldilà di queste note di contorno, in mezzo alle potenti opere di Chagall, la cui forza emerge soprattutto dal vivo, si guardano più i colori e le forme che la gente intorno. Finché si esce nella ressa e nella luce del negozio di palazzo Reale dove sono in vendita souvenir chagalliani: magneti da frigo, tazze da prima colazione, grembiuli... La poesia è tutto quanto non sopravvive al turismo di massa.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0