26 luglio 2019

Cheese di Zuzu, la fine dell’adolescenza

Gli anni che si addensano e le decadi che si chiudono non bastano per definire i confini identitari tra una generazione e l’altra. A solcarli sono libri, canzoni, film, cartoni animati, una stagione di stragi, di droghe, di malapolitica. Nel 1983, ad esempio, era stato Sergio Caputo, cantando Un sabato italiano, a dirci che s’era concluso finalmente il tempo degli anni di piombo e del terrorismo brigatista e lo aveva fatto con un ritornello di soli due versi: «e sembra un sabato qualunque un sabato italiano / il peggio sembra essere passato». E negli ultimi anni, allo stesso modo, a tracciare quei solchi, a intraprendere una vera e propria missione di carotaggio, sono stati i graphic novel di tre fumettisti capaci di restituire una sintesi di parola e d’immagine al sentimento del tempo che hanno attraversato. Pensiamo in particolare a LMVDM. La mia vita disegnata male di Gipi, a Macerie Prime di Zerocalcare e a Cheese di Zuzu.

Se pensiamo a questi tre lavori è perché ognuno di loro potrebbe essere letto come una sorta di lettera indirizzata alla propria generazione. Per Gipi è quella di chi ha vissuto l’adolescenza tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta; per Zerocalcare tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Sono figli o nipoti di chi ha combattuto la Seconda guerra mondiale. Ricordano i comizi di Enrico Berlinguer o le prime apparizioni di Silvio Berlusconi. Hanno maturato una forte coscienza civile assistendo a Mani pulite, sopravvivendo al G8 di Genova. C’è chi è morto per un’overdose e chi è stato ucciso a coltellate da un neofascista. C’è poi chi se l’è cavata.

Per Zuzu è diverso. È nata nel 1996 e in Cheese racconta la fine dell’adolescenza per quei ragazzi, come lei, che sono nati tra la fine di un secolo e l’inizio di un altro. Che conservano del XX secolo poche e distratte memorie, ma che nemmeno sono identificabili con i cosiddetti post-millenials dal momento che all’età di otto, nove, dieci anni i telefoni che avevano per le mani non erano gli smartphone che conosciamo oggi. È tardiva la loro familiarità con un certo tipo di tecnologia. Ecco perché ci troviamo di fronte a una generazione ibrida, lontana da qualsiasi catastrofe storica e composta idealmente da una classe di eterni bravi ragazzi: quelli da cui non ci immaginiamo possa esplodere un nuovo Sessantotto, quelli che sono entrati a scuola a sei anni e ne usciranno a ventisei con laurea dottorato e master, quelli che non hanno motivo di temere per il proprio futuro.

Eppure è a questo punto che tutto si ribalta. I protagonisti di Cheese ‒ Zuzu, Dario e Riccardo ‒ mostrano come tutte le paure che prima nascevano e vivevano nella società (la paura della guerra, del terrorismo, di un irreversibile vuoto politico), ora invece nascono e si confinano all’interno della persona. Sono angosce che si somatizzano e che danno luogo a un malessere, a un senso di vergogna verso sé stessi e specialmente verso il proprio corpo. Uno spleen tanto impercettibile quanto profondo, che si trasforma in rifiuto di sé, anoressia, insicurezza sessuale. E dello stigma di quest’epoca Zuzu, Dario e Riccardo sono coscienti. Nel capitolo Dario vince una scommessa, Zuzu sfonda il portone di casa del ragazzo per cui ha una cotta ed entrando nell’ascensore del palazzo scrive sopra il vetro con il rossetto: «Sono infelice. Sono responsabile». Una citazione da Vivre sa vie di Jean-Luc Godard, che denuncia il senso del dovere, la responsabilità di una generazione che si fa carico silenziosamente anche del male che si porta addosso. Un interrogativo sotterraneo nel libro spinge a chiedersi se sia ancora possibile potersene liberare.

Forse, come nelle foto, ogni cosa dipende da come si pronuncia il fantomatico “cheese”. Per rintracciare una via di fuga da quel gorgo dell’animo apparentemente ineludibile, ciò che conta davvero è la posa che si assume nello stare al mondo, è il “cheese” che si traduce in un netto sì alla vita. Alla fine, quel “cheese” di Zuzu ricorda molto lo “sfrush” di LMVDM di Gipi: l’unica parola di una nuova lingua, a cui si possono assegnare tutti i significati, soggetta soltanto al sentimento di chi trova il coraggio di dirla. Non basta altro, allora, che spogliarsi, guardare davanti a sé e provare ad articolare la formula d’evasione che Zuzu ha svelato.

 

Zuzu, Cheese, Coconino Press, 2019, pp. 180

 

Crediti: Radu Bercan / Shutterstock.com

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