8 gennaio 2021

Chi (non) era Leonardo Sciascia

All’inizio degli anni Ottanta, quando la RAI gli propose di recitare in televisione il ruolo di Napoleone nell’intervista immaginaria che lui stesso aveva scritto, Leonardo Sciascia si rifiutò. «Non è il mio mestiere», disse, «io non faccio l’attore».

Non fu la prima né l’ultima volta in cui Sciascia si trovò a ribadire chi non era e quale mestiere non praticava. Ecco perché, oggi che si celebrano i 100 anni della sua nascita (8 gennaio 1921) e si ricordano i 31 della sua morte (20 novembre 1989), accanto ai dovuti tributi è importante scrivere di quanti in Italia abbiano cercato di assegnargli sempre una nuova mansione, un nuovo lavoro al quale Sciascia si applicava a sua insaputa o suo malgrado. Farlo, ovvero dire chi Sciascia non era e quale mestiere non praticava, forse ci aiuterà a tracciare meglio il profilo di un uomo che per troppo tempo è stato largamente frainteso.

Per molti fu, anzi resta un mafiologo. Lo dimostra il fatto che il primo e spesso l’unico libro a cui viene associato sia Il giorno della civetta. Quando nel 2019 il ministero dell’Istruzione deve scegliere un brano dalla sua vastissima produzione per la prima prova di maturità, è da lì che attinge; quando il settimanale Robinson gli dedica il primo numero del 2021 lo apostrofa come «l’autore del Giorno della civetta». Che sia l’unico suo libro degno di nota? D’altronde, è il romanzo in cui don Mariano Arena snocciola la sua famosa teoria sulla tassonomia umana, che si dividerebbe tra «gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà». Una pagina che per Sciascia sarà una gabbia e uno stigma: il tentativo di entrare nella mentalità del boss viene subito letto come una sorta di farsa; persino Andrea Camilleri lo accusa di aver reso la mafia «simpatica».

E la gabbia e lo stigma si fanno ancora più opprimenti se consideriamo Il giorno della civetta per quello che davvero è stato e continua a essere, cioè un libro rivoluzionario. Come ricorda Matteo Collura, il maggiore biografo di Sciascia, viene scritto nel 1960 e pubblicato da Einaudi nel 1961. Ebbene, per l’insediamento della prima commissione parlamentare antimafia bisognerà aspettare il 1962. A quella commissione, nelle sue pagine Leonardo Sciascia offre già il metodo più efficace per riconoscere e combattere la mafia (e le mafie): seguire la bussola economica. Eppure, proprio queste tre date vengono sempre taciute e dimenticate.

Quindi, che sia stato uno scrittore che ha scritto anche di mafia è indubbio. Che la mafia abbia negli anni occupato il resto dei suoi studi e della sua scrittura, non è affatto vero. La mafiologia non è mai stato il suo mestiere.

Per molti altri fu, anzi resta un notevole giallista. Un giallista che riesce addirittura a provare l’irrealizzabilità di un giallo in Sicilia, in terra di mafia appunto. Come se l’anomalia sia la terra in cui l’investigazione si svolge e non il genere in sé.

Una prima risposta a questa posizione potrebbe essere l’epigrafe che Sciascia appone al suo libro, A ciascuno il suo (1966); anche stavolta si tratta di una negazione che ribadisce con forza il suo profilo intellettuale: «Ma non crediate che io stia per svelare un mistero o per scrivere un romanzo» (Poe, I delitti di rue Morgue). Contrariamente alla pratica di ogni buon giallista, a Sciascia non interessa sciogliere le trame che costruisce: non vuole trovare soluzioni ad alcun mistero. I suoi “investigatori” perdono costantemente, si lasciano ingannare dai loro antagonisti, sembrano suggerire che la verità sia una condizione irraggiungibile: e quindi, che la giustizia sia un ideale ultraumano, che sia una delle tante aberrazioni della ragione; una ragione convinta che nel mondo che abitiamo regni l’ordine. Ma a quest’ordine Sciascia non crede: trovare una soluzione, svelare un mistero, significherebbe cedere a una visione consolatrice dell’esistenza; ma per Sciascia le nostre esistenze, la Storia che insieme costruiscono, sono un rovello inintelligibile, una lingua su cui non è possibile articolare alcuna filologia.

Riflettiamoci, proviamo a fare un esempio: in A ciascuno il suo Sciascia fa morire nel generale disinteresse il professor Laurana, il solo personaggio del libro in grado di risolvere il caso. Adesso, per un versante la sua scelta gli dà modo di onorare e consacrarsi al «requiem per il giallo», inaugurato da Carlo Emilio Gadda e da Friedrich Dürrenmatt, autori a lui molti cari; ma da un altro punto di vista, questo non gli basta, non gli è sufficiente.

Infatti, nei lavori che seguiranno A ciascuno il suo, Sciascia vuole insistere soprattutto sulla seconda parte dell’epigrafe di Poe, «non crediate che io stia per scrivere un romanzo». Ed è proprio questo sotterraneo conflitto con la forma romanzo che gli permette di diventare protagonista di una delle esperienze letterarie più sperimentali del Novecento. Basta citare uno dei suoi capolavori, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971).

Apparentemente lo scrittore racalmutese, attraverso la scrupolosa lettura degli atti d’inchiesta, ritorna a investigare attorno a un cold case, la misteriosa morte di Raymond Roussel a Palermo: il poeta francese era stato ritrovato senza vita il 14 luglio 1933 nella sua stanza d’albergo, all’Hotel des Palmes. Il lettore, però, si accorge presto che la morte di Roussel e le nuove indagini di Sciascia sono soltanto un pretesto. Ancora una volta, la sua narrazione complica la storia, piuttosto che semplificarla. Aggiunge domande, dubbi; sottolinea spettrali coincidenze.

Ma perché, allora, Sciascia si avventura in questo racconto, se non vuole risolverlo? Perché desidera disordinare le carte, se non vuole formulare per esse un ordine nuovo? A questo nostro ricorrente interrogativo l’autore replica alla fine del piccolo volume Adelphi: «Ma forse questi punti oscuri che vengono fuori dalle carte, dai ricordi, apparivano, nell’immediatezza dei fatti, del tutto probabili e spiegabili. I fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive – cioè quando da “atti relativi” diventano, per così dire, “atti assoluti”».

È una dichiarazione di poetica, in fondo. Sciascia non vuole scrivere gialli o romanzi che indaghino le anomalie del giallo. Non vuole nemmeno scrivere romanzi, il rispetto delle forme non lo preoccupa. Però, ogni volta che si mette davanti alla macchina da scrivere gli preme constatare questa singolare circostanza: ridurre una vita a scrittura significa sempre evocare, rivelare i fantasmi che agitano quella vita.  E cosa sono per Sciascia quei fantasmi se non le aberrazioni della ragione di cui parlavamo prima? Il desiderio di ordine, di giustizia, di verità: spettri di cui la letteratura di Sciascia è sempre stata medium inascoltato.

Potremmo continuare a enumerare tutte le prestigiose definizioni che nel tempo sono state affibbiate a Sciascia ‒ sicilianista, polemista, eretico ‒, ma ora è necessario avviarci alla conclusione della nostra riflessione. Perciò, dobbiamo ritracciare di nuovo l’intervista immaginaria a Napoleone (oggi pubblicata dall’editore Henry Beyle).

Nelle ultime battute il generale corso ricorda che il signor Jean-Baptiste Pérès, bibliotecario di Agen, era certo che lui – Napoleone Bonaparte – non fosse mai esistito, che in realtà fosse espressione di un antico mito del sole. E contro ogni evidenza storica, scrisse un pamphlet per esporre sagacemente le sue prove.

Noi vorremmo riuscire a supporre la stessa cosa per Sciascia. A 100 anni dalla sua nascita, contro ogni evidenza storica, desideriamo credere che Leonardo Sciascia non sia mai esistito, che la sua opera in realtà sia espressione di un antico mito della ragione in cui più nessuno si riconosce. Noi abbiamo bisogno di credere che Leonardo Sciascia non sia esistito: perché la sua esistenza è la prova che il nostro Paese per 68 anni, dal 1921 al 1989, ha avuto una coscienza critica, ha posseduto «un’idea eroica della ragione che, sebbene non ne esalti – anzi la escluda – la funzione pratica, è tuttavia sufficiente a dirci quale debba essere il nostro posto di combattimento».

Di quella coscienza critica, di quell’idea di ragione, del nostro posto di combattimento, ci sentiamo tristemente esuli.

 

Immagine: Leonardo Sciascia, in “Altri volti”, mostra di Giuseppe Leone, esposta al Ragusa Foto Festival dal 29 giugno al 15 luglio 2012. © Giuseppe Leone. Crediti: Unknown author [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0), attraverso Wikimedia Commons

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