11 marzo 2015

Classico in pillole Brodskij e l'islam

Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, Adelphi, pagg. 243, euro 19

 

Arrivato a Istanbul in aereo, ne sono ripartito in aereo, e così ho isolato la città nella mia testa come un virus sotto il microscopio.

 

Il delirio e l'orrore dell'Est. La catastrofe polverosa dell'Asia. Verde soltanto sulla bandiera del Profeta. Qui nulla cresce tranne i baffi. Contrassegni salienti di questa parte di mondo: occhi neri, barba dilagante, già ricresciuta prima di cena. Braci di falò spente con getti di orina.

Rifacendomi alla cultura che chiamiamo antica o classica, piuttosto che all'istinto di conservazione, posso solamente dire che quanto più avanzo negli anni tanto più trovo di mio gusto il culto degli idoli e tanto più pericoloso mi sembra il monoteismo nella sua forma pura.

 

Quarantacinque anni fa mia madre mi ha dato la vita. Lei è morta due anni fa. L'anno scorso è morto mio padre. Io, il loro unico figlio, sto camminando di sera per le strade di Atene, strade che loro non hanno mai visto né vedranno mai. Il frutto del loro amore, della loro povertà, della schiavitù in cui sono vissuti e sono morti – il loro figlio cammina libero. E poiché non s'imbatte in loro in mezzo alla folla, si rende conto che è in errore, che questa non è l'eternità.

 

Se Ad Atene Socrate poteva essere processato pubblicamente e poteva pronunciare interi discorsi – tre discorsi! – in propria difesa, a Isfahan, mettiamo, o a Bagdad, un Socrate sarebbe stato impalato, seduta stante, impalato o flagellato, e tutto sarebbe finito lì. Non ci sarebbero stati dialoghi platonici, né neoplatonismo, niente: infatti non ci furono. Ci sarebbe stato solamente il monologo del Corano: infatti ci fu.

 

Un fatto è certo: a qualunque estremo possa arrivare la nostra idealizzazione dell'Oriente, non riusciremo mai ad attribuirgli la minima parvenza di democrazia.

 

Non c'è niente che uguagli in contraddizione – o anche in mancanza di gusto – una chiesa trionfante. Non si salva nemmeno la basilica di San Pietro a Roma. Ma le moschee di Istanbul! Questi enormi rospi di pietra congelata, acquattati per terra, incapaci di muoversi. Soltanto i minareti, così simili (profeticamente simili, ahimè!) a batterie terra-aria, soltanto loro indicano la direzione che l'anima, una volta, doveva prendere.

 

Che cosa distingue il Politburo dal Gran Divano?

 

La mia terra natale non è forse diventata un impero ottomano – per estensione, per potenza militare, per la minaccia che rappresenta agli occhi del mondo occidentale? Non siamo arrivati sotto le mura di Vienna?

 

È sufficiente, perciò, dare un'occhiata al dizionario e scoprire che katorga ('lavoro forzato') è un'altra parola turca.

 

Forse più di chiunque altro in questo secolo Mandel'štam fu un poeta della civiltà: diede il suo contributo a ciò che l'aveva ispirato. Si può perfino sostenere che ne divenne parte molto prima di morire. Era un russo, naturalmente, ma non più di quanto Giotto fosse italiano. La civiltà è la somma totale di differenti culture animate da un comune numeratore spirituale, e il suo principale veicolo – in senso metafisico e letterale – è la traduzione. Il lungo cammino di un portico greco che arriva alla latitudine della tundra è una traduzione.

 

Non per niente c'è nel sistema penale sovietico un paragrafo in cui si specifica che un anno scontato in certi 'campi' vale per tre. A questa stregua, le vite di molti russi, nel nostro secolo, sono quasi arrivate a uguagliare in lunghezza quelle dei patriarchi biblici.

 

Se c'è un surrogato dell'amore è la memoria.

 

La vita non mi è mai sembrata una serie di fasi chiaramente delineate: piuttosto s'ingrossa strada facendo, come una palla di neve che rotola su altra neve, e più s'ingrossa più un luogo (o un periodo) somiglia a un altro.

 

In ultima analisi, le apparenze sono tutto l'esistente.

 

E poi, pensare che sei un porco è un atteggiamento più umile e in fondo più esatto di quello che ti porterebbe a vedere in te stesso un angelo caduto. Ho ogni motivo per crederlo, perché nel Paese in cui ho trascorso trentadue anni l'adulterio e l'andare al cinema sono le uniche forme di libera iniziativa. Più l'arte.

 

Quanto alla Marina, da vero figlio di mio padre, a quattordici anni feci domanda di ammissione a un'accademia per sommergibilisti. Superai tutti gli esami, ma per via del quinto paragrafo – nazionalità – non mi fecero entrare; e il mio amore irrazionale per i cappotti della Marina, con le loro doppie file di bottoni d'oro, simili a un viale di notte con le luci che si allontanano, rimase non corrisposto.

 

Della vita, temo, per me hanno contato sempre gli aspetti visivi più del contenuto. Per esempio, m'innamorai di una fotografia di Samuel Beckett molto prima di aver letto una riga scritta da lui.

 

La formula della prigione è: mancanza di spazio controbilanciata da eccesso di tempo.

 

A scuola potevano insegnarci tutte le sublimi corbellerie che volevano, ma le sofferenze e la miseria erano ben visibili tutt'intorno. Non si può coprire una casa distrutta con una pagina della Pravda.

 

Chi si dava da fare e si metteva in mostra non lo faceva per amore di cose o situazioni desiderabili: non ce n'erano. Lo faceva per un bisogno interiore, e lo sapeva benissimo.

 

I libri diventavano la realtà prima e unica, mentre la realtà stessa era considerata qualcosa di assurdo o di molesto.

 

Durante il regno di Pietro un suddito della corona russa non aveva molta scelta: o essere arruolato nell'esercito o farsi mandare a costruire San Pietroburgo; ed è difficile dire quale soluzione fosse più micidiale. Decine di migliaia di uomini fecero una fine anonima nelle paludi del delta della città, le cui isole godevano di una reputazione paragonabile a quella del Gulag oggi. Con la differenza che nel Settecento sapevi almeno quello che stavi costruendo e ti restava anche una probabilità, alla fine, di avere le estreme onoranze e una croce di legno sulla tomba.

 

Questa [San Pietroburgo] è la città dove in qualche modo è più facile sopportare la solitudine che in qualsiasi altro posto: perché la città stessa è sola.

 

È difficile discutere con le epigrafi cimiteriali.

 

Ciò si spiega in parte col fatto che per tradizione la poesia russa si rivolge alla Crimea e al Mar Nero vedendovi l'unica possibile approssimazione al mondo greco, il quale infatti aveva in questi luoghi – la Tauride e il Ponto Eusino – la propria periferia.

 

Sulla principale arteria dell'Impero – Nevskij Prospekt – ci sono chiese di tutte le fedi.

 

C'è una certa logica terrificante nell'ubicazione del campo di concentramento di cui Osip Mandel'štam morì nel 1938: dalle parti di Vladivostosk, proprio nelle viscere dello spazio di proprietà dello Stato. È all'incirca il punto più lontano dove si possa arrivare da Pietroburgo senza uscire dai confini della Russia.


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