02 marzo 2016

Classico in pillole: I promessi sposi

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Bur, pagg. 811, euro 10

 

Don Abbondio e i due contendenti «Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra parte».

 

Il primo risvegliarsi «Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un momento molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all'idee abituali della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo in quel paragone istantaneo».

 

Povertà «“Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo”».

 

Valle di Giosafat «“Non se ne scappa: ci sono tutti: è come la valle di Giosafat”».

 

Avvocati «“Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi imbrogliarle”».

 

Rivangare «“Non rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti inutilmente”».

 

Giudizi e fatti «Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d'aver dei fatti da raccontare».

 

Ordini «“Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo”».

 

Orari «“Cattiva gente, gente che gira di notte”...».

 

Cuore «Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto».

 

Finestrine e cortiletti «Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato. Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall'empietà dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose».

 

Gente di nessuno «“Sono come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno”».

 

Gran macchina del duomo «Renzo, salito per uno di que' valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino».

 

Storia e indovinelli «Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c'è avvezza».

 

Tra lupi «...il lupo non mangia la carne del lupo...».

 

Ubriachezza «Renzo, ci dispiace dirlo, tracannò un altro bicchiere...».

 

Cielo di Lombardia «Più giù, all'orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali, poche nuvole, tra l'azzurro e il bruno, le più basse orlate al di sotto d'una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme, leggieri e soffici, per dir così, s'andavan lumeggiando di mille colori senza nomi: quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello, così splendido, così in pace».

 

Pane e companatico «“E poi lo volete sapere? se non ci sarà pane, mangeremo del companatico”».

 

Quel Dio «Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però».

 

Cavalli e ombre «Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri, ora non aveva più nulla di desiderabile; la passione, come un cavallo divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più andare avanti».

 

Fili della storia «Sicché sarà meglio che riprendiamo il filo della storia, e che, invece di cicalar più a lungo intorno a quest'uomo, andiamo a vederlo in azione, con la guida del nostro autore».

 

Denari pubblici e ristrettezze «Si mandarono in ronda birri che cacciassero gli accattoni al lazzeretto, e vi menassero legati quelli che resistevano; per ognu'n de' quali fu assegnato a coloro il premio di dieci soldi: ecco se, anche nelle maggiori ristrettezze, i denari del pubblico si trovan sempre per impiegarli a sproposito».

 

Pareri dei poeti «Ma è un destino che i pareri de' poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran cose risolute prima».

 

Speranze di saccheggio «La milizia, a que' tempi, era ancora composta in gran parte di soldati di ventura arrolati da condottieri di mestiere, per commissione di questo o di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto, e per vendersi poi insieme con essi. Più che dalle paghe, erano gli uomini attirati a quel mestiere dalle speranze del saccheggio e da tutti gli allettamenti della licenza».

 

Buon senso e senso comune «Si vede ch'era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

 

Celebrità de' libri «Scoppiata poi la peste nel milanese, e appunto, come abbiam detto, sul confine del bergamasco, non tardò molto a passarlo; e... non vi sgomentate, ch'io non vi voglio raccontar la storia anche di questa: chi la volesse, la c'è scritta per ordine pubblico da un certo Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze: da tante cose dipende la celebrità de' libri!».

 

Stringhe «Fate a modo d'un vecchio che è obbligato ad averne più di voi, e che vi parla per l'amore che vi porta; legatevi le scarpe bene e, prima che nessuno vi veda, tornate di dove siete venuto; e se siete stato visto, tanto più tornatevene di corsa. Vi pare che sia aria per voi, questa?»

 

Erbacce «Era una maramaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d'ogni paese ha fatto d'una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o, qualcosa di simile».

 

Tutto e niente «“Basta... coll'aiuto di Dio... se trovo... se ci riesco a trovare... eh! tutto sarà stato niente”».

 

Silenzio «Era uno di que' tempi in cui, tra una compagnia di viandanti, non c'è nessuno che rompa il silenzio...».

 

Compagni di viaggio «“Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d'avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre”».

 

Astrologia e cucito «“Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stan lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?”».

 

Senectus ipsa «“Ma! Fortunati voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete ancora un pezzo da parlare de' guai passati: io, in vece, sono alle ventitré e tre quarti, e... i birboni posson morire; della peste si può guarire; ma agli anni non c'è rimedio: e, come dice, senectus ipsa est morbus”».

 

Bene e meglio «E per questo, soggiunge l'anonimo, si dovrebbe pensar più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio».

 

Vita tranquilla «Per altro, prosegue [l'anonimo], dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l'avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte».

 

Noia «Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi; credete che non s'è fatto apposta».

 


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