18 settembre 2015

Classico in pillole: Rajberti, l'arte di invitare a pranzo

Giovanni Rajberti, L'arte di convitare, Salerno Editrice, pagine 338, euro 16 (Pubblicato nel 2001 per i 150 anni dalla prima edizione).

 

Sul galateo di Monsignor della Casa «Si vorrà oppormi di primo colpo che di Galatei ve ne sono già due, e famosi: quello del Casa e quello del Gioja. E invero, se fossero due opere corrispondenti alla loro fama, ve ne sarebbe già una d'avanzo: eppure ne abbisogna ancora una terza, perché la prima non si legge più, e non si può leggere la seconda. Non si legge la prima per essere una cosuccia magrina, mingherlina, da fanciullini, un vero abecedario della creanza; oltre di che è scritto in una lingua e in uno stile che, quantunque facciano sdilinquire di tenerezza gli intelligenti, oggidì non sarebbero da augurarsi a nessuno; perché, a dirla fra noi ignoranti, contengono il secreto di addormentare alla prima pagina, meglio del più destro magnetizzatore».

 

Su Il nuovo galateo di Melchiorre Gioia «Quanto al Gioja, il suo libro è così poco italiano, il suo porgere così fiacco, stracco e bislacco, sono state scelte così male le sue citazioni, e i suoi mille aneddotini così insignificanti, e così abbondante quella sua aritmetica ficcata negli affari di sentimento, che, a leggerlo tutto è un lungo supplizio, per non dire una fortissima impresa, come a salire l'ultima vetta del Monte Bianco».

 

Riso «Come sia nato in me il pensiero di questo libro non saprei dirlo in coscienza, perché non me ne ricordo più. Era in parte già fatto assai prima dei trambusti che fecero dimenticare tante inutili cose. Ora, da alcuni mesi ripigliai la penna, e di mano in mano che l'argomento mi dettava pagine una più matta dell'altra, il cuore mi diceva con forza sempre crescente, che io mi allontanava troppo dalle esigenze dei tempi, e che adesso il pubblico non si mena più a spasso con delle parole (che sciocco d'un cuore!), e che la gente non ha più voglia di vivere. E io gli rispondeva: “Taci, bestia, che i muscoli del riso non sono scomparsi dalle facce degli uomini, e siccome gli uomini usano delle loro facoltà finché possono, così in questo mondo si riderà sempre, per quanto gli affari vadano alla peggio: e meno c'è da ridere sulle cose grandi, più si ha bisogno di rivolgersi alle cose piccole”».

 

Polpette e sanpietrini «A proposito di polpette: alcuni vorranno saper se a un pranzo un po' distinto sia lecito servirne un piatto. Il quesito è bello, e credo anche nuovo, giacché non conosco alcun filosofo che lo abbia trattato mai. Dico dunque che, stando all'uso, non si dovrebbe farlo, perché l'uso, cioè la pazza moda, ridusse la nostra cucina a essere imitatrice servile della cucina francese. Ora, i Francesi sono talmente orbi e digiuni di ogni nozione sulle polpette, che non hanno nemmeno nella loro lingua la parola per significarle: gli infelici che si credono il primo popolo del mondo!».

 

Milano, metropoli delle polpette «La vera metropoli delle polpette è Milano, dove se ne fa grande consumo; dove mi ricordo aver sentito molti anni addietro un vecchio conte esclamare: “Se si potesse raccogliere tutte le polpette che io ho mangiato in vita mia, vi sarebbe da selciarne la città dalla piazza del Duomo fino al dazio di porta Orientale”».

 

Pubblico e popolo «Ma, replico, io parlo precisamente al popolo, cioè alla classe di mezzana fortuna (aurea mediocrità), e soprattutto di non troppo schizzinosa educazione (gente alla buona), piena di gentilezza e cordialità, ma bisognosa d'essere iniziata a certi raffinamenti che l'epoca nostra esige con sempre crescente imperiosità nel tanto facile accomunarsi di tutti i ceti».

 

Tredici convitati e superstizione «Ma, e se, prestabilito il numero di dodici, sopraggiugesse all'ultimo momento un tredicesimo inaspettato? e se dei quattordici ne mancasse uno? - In simili frangenti fate giuocare di comodino uno dei vostri figliuoletti, il quale debba pranzare o con voi o in cucina secondo le esigenze del caso. Una gentile signora che non aveva figli faceva serivre di comodino un amico, l'amico del cuore. Trovando che per qualunque inaspettato accidente si riescisse al tredici, tentava il colpo di far pregare qualche vicino di casa, in via di grazia, anche solo per sedere ozioso a tavola, qualora avesse già pranzato. Se lo scopo andava fallito, ingiungeva all'amico di svignarsela con destrezza all'atto di porsi a mensa, e andare per quel giorno all'osteria».

 

Spie asburgiche «Il discorrere del tempo che fa non è cosa frivola e sciocca come pensano alcuni. È un opportunissimo luogo commune quando si è come marmotte e non si sa come avviare una ciarla qualunque: massime in un circolo dove non si conoscono bene i sentimenti dei singoli. È uno dei pochissimi discorsi che si possono fare tra noi senza pericolo di compromettere o di compromettersi... anche in questi tempi di libertà, grazie alle così dette spie, delle quali non v'è penuria mai».

 

Raffreddamente globale in Italia «Uno dice che gli inverni di Lombardia si vanno facendo sempre più rigidi: soggiugne un altro che diventano anche più lunghi, e che si passa di colpo dal gelare all'ardere e viceversa senza temperature intermedie: cosicché per molta parte d'Italia anche il bel clima va a classificarsi tra i venti dei tempi andati. Dai fatti si rimonta alle cause, e Giorgio, appassionato per le grande teorie cosmo-telluriche, dice che la terra va progressivamente raffreddandosi dai poli all'equatore, e che un giorno si avrà la Siberia nel centro dell'Africa, e che infine gli animali tutti moriranno per mancanza di calorico: parole che fanno impallidir di paura le donne, non escluse le vecchie».

 

Sempione, orribile finestraccia «Ma il signor Onofrio, che sorride e crolla la testa a siffatte idee, proferisce gravemente che il vero e unico motivo delle rovinate stagioni consiste nell'avere spalancato alla furia dei venti freddi quell'orribile finestraccia che si chiama la strada del Sempione, e di fidarsi di lui che lo sa e lo dice da quarant'anni».

 

Costruire leggiero leggiero «Il maestro, che nelle sue escursioni artistiche di gioventù capitò fino a Copenaghen a fregare il violino, dichiara essere inutile il fantasticare sulle cause, ma importantissimo il rimediare gli effetti. Che nel nord di Europa, dove si fabbrica subordinatamente allo scopo massimo di ripararsi dal freddo, l'inverno lo si vede e nulla più: ma per soffrire tutti i rigori bisogna venire tra noi dove si fabbrica leggiero leggiero come se dovesse essere una perpetua primavera: dove i cristalli doppii alle finestre sono ancora un lusso da grandi signori: dove a parlare a parlare di stufe sotterranee diramanti vene calorifere a un'intera casa è come discitere dei costumi chinesi: dove con molto peculio si riscalda a stento una stanza, mentre si gela in tutto il resto d'un appartamento: quindi inverno tanta abbondanza di malattie che si potrebbero evitare, e tanto tripudio della medicina».

 

Vagabondi immortali «Il diritto di arrivare un'ora dopo dell'indicata, quando il pranzo è già a un terzo del proprio corso, non è concesso che ad uomini di celebrità sterminata, enti eccezionali, angioli, demonii, meteore, comete: per esempio, Byron, Liszt e altri consimili vagabondi immortali».

 

Indugi ipocriti «Signori, la tavola è pronta. - Tutti si alzano, ma nessuno s'incammina, e formano un gran semicerchio intorno all'uscita: “Donna Eufrasia, favorisca. - Signor canonico, a lei. - Oh, io sono di casa. - Avanti lei. - No, davvero. - Prego. - Non facciamo cerimonie. - So il mio dovere. - Animo, animo, prima il bel sesso. - Oh, si figuri, avanti lei. - Io resto sempre l'ultimo. - A lei. - Non mi muovo. - A lei. - Faccia grazia. - Non s'incommodi. - Oh anzi. - ecc. ecc.”. Questa stolta gara a chi passa dopo gli altri... (Vedete un poco l'ipocrisia umana: per passare da un uscio a un minuto secondo di differenza. Ognuno si fa modesto e si dichiara da meno di tutto il mondo; ma se si trattasse appena di una piccola carica, di una promozione da guiadagnar quattro soldi di più, o da ottenere un soldo di più di considerazione sociale, ditelo voi con che furia di concorrenza a chi arriva prima, che raccomandazioni, che suppliche che mostre pompose dei proprii meriti; e talvolta che raggiri, che denigrazioni contro i rivali, che infame giuoco di denunzie anonime e di calunnie: oh allora si calpesta sotto ai piedi e coscienza e amici e parenti per passargli avanti!».

 

Caffè «Il caffè sia forte, intenso; tale essendo il bisogno dei palati e dei ventricoli robusti, e chi non sa reggervi è padrone di prenderne appena un sorso; sia bollente, che s'abbia da bere a centellini, e al tempo stesso ben deposto e decantato, poiché il nuotarvi ancora dentro la polvere è difetto capitale».

 

Macchina da caffè «Per giungere a tutti questi scopi che sembrano incompatibili tra loro, bigosognerebbe fare il caffè a macchina: difatti sarei del savio parere di proscrivere quelle cogomaccie di rame stagnate che versano il caffè da quella specie di nasaccio capovolto che lascia evaporare la parte oleosa, volatile. Le macchine da caffè vanno annoverate fra le conquiste gloriose dell'attuale incivilimento: e ve n'ha di vario genere, e ingegnosissime, e perfino trasparenti che lasciano vedere tutto il processo dell'operazione, talché stando attenti ad esaminarle, mentre se ne attende il benefico risultato, si riceve anche una bella lezione di fisica, di idraulica, di pirotecnica, che so io? insomma c'è della scienza in azione e la scienza colta sul fatto dà tutt'altro succo, ed è ben altrimenti digeribile che quella vlaterata dalle cattedre o dai libri».

 

Illustri tegami «“Chi visse al cibo casalingo avvezzo,/ Stimol non sente di sì bassa fame/ Che paghi un illustrissimo tegame/ Sì caro prezzo.” (Giusti)».

 

Immagine: Fotografia esposta nella mostra "Italiani a tavola 1860 - 1960. Storia fotografica dell'alimentazione, della cucina e della tavola in Italia. Villa Pisani, Stra (Venezia). Fino al 31 ottobre 2015".

 

 


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