09 dicembre 2015

Classico in pillole: cultura a Torino, da Gobetti a Primo Levi

Norberto Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino, Einaudi, pagg. 143, euro 12.50

 

Gobetti e Gozzano «Gobetti lamenta la “stanchezza decadente di Gozzano”».

 

Cultura fascista «Nel senso forte della parola, secondo cui per cultura di una nazione s'intende il prodotto delle opere dell'ingegno e dell'arte che costituiscono un patrimonio che si perpetua e si arricchisce nel tempo, una vera e propria cultura fascista non c'è stata: si troverebbe in imbarazzo chi dovesse dire quale parte del nostro patrimonio d'idee il fascismo abbia arricchito tanto da essere diventato un momento essenziale nello sviluppo della storia civile italiana».

 

Luigi Einaudi e Gobetti «Non sarà mai sottolineata abbastanza l'influenza che ebbe su Gobetti, anche se l'aggettivo “liberale” unito al sostantivo “rivoluzione” dovette sembrargli una insanabile e pericolosa contraddizione, frutto più di un impulso giovanile che non di matura riflessione, storicamente giustificata».

 

Croce, Torino e la trilogia della libertà «Croce scrisse nel decennio, che va dall'istituzione del Gran Consiglio al trionfo mussoliniano di Monaco, la sua grande trilogia della libertà: la Storia d'Italia dall'Unità al 1915 (1928), la Storia d'Europa del secolo XIX (1932), la Storia come pensiero e come azione (1938). Non c'è stata una città, ad eccezione naturalmente di Napoli, in cui l'influsso crociano sia stato tanto grande e duraturo come Torino».

 

Leone Ginzburg e Croce «Intrattenne amichevoli rapporti con Croce, se pur poco più che adolescente ma di rara precocità, Leone Ginzburg, nato a Odessa nel 1909 e italianissimo di formazione, di cultura e d'interessi. Si dedicò agli studi di letteratura russa (una delle passioni di Gobetti!), traducendo, negli anni del liceo e di università Taras Bulba di Gogol' e Anna Karenina di Tolstoj per la collana “Il genio russo” della casa editrice torinese Slavia».

 

Leone Ginzburg e Gobetti «Gobettiana infine fu l'intransigenza antifascista che lo condusse dalla prigione al confino, dalla lotta clandestina ancora una volta al carcere, dove morì in mano dei tedeschi a Roma, il 5 febbraio 1944».

 

L'editore Frassinelli e la stoffa rossa del cavaliere «Ogni libro doveva essere diverso dall'altro. Per ogni libro occorreva una trovata originale: L'armata a cavallo di Babel uscì con una copertina, disegnata da Mario Sturani, che aveva incollata sul cartone una silhouette di stoffa rossa raffigurante un cavaliere. La nuova casa editrice ebbe breve vita: nel 1935 Antonicelli fu arrestato e mandato al confino».

 

L'editore Frassinelli e il mito americano «Della “Biblioteca europea” di Antonicelli il capolavoro fu il Moby Dick di Melville, tradotto da Cesare Pavese, un'opera che rappresenta insieme il debutto di uno scrittore e uno dei primi episodi del cosiddetto mito americano».

 

L'editore Frassinelli e Topolino «E una notizia curiosa oggi dimenticata: con Frassinelli e a cura dello stesso Antonicelli uscirono nel 1933 i primi due volumetti italiani di Le avventure di Topolino di Walt Disney».

 

L'industria editoriale secondo Giulio Einaudi «“Una casa editrice non è una società anonima diretta da un uomo d'affari, con dei consiglieri tecnicamente competenti. È un uomo che legge, da solo; fa i conti da solo, e nei ritagli di tempo fa il libraio, e, se necessario, scrive. Se c'è un'industria modesta, da tener sul piede di casa, e da governare con un padrone, è quella dello stampar libri. Bisogna essere tipografo, mercante pennaiuolo, per starci a galla. Avere delle manie, delle settarietà: il pubblico vi viene dietro, sa a priori quel che gli darete. La vostra sigla è una garanzia”».

 

Arrigo Cajumi e il complesso del Piemonte incompreso «Chi soffre del complesso del Piemonte incompreso con una punta di meridionalismo, legga Cajumi e vi troverà il suo autore».

 

Il Piemonte come destino «Non diversamente da Gobetti o da Burzio, da Cajumi o da Monti, anche Pavese percepisce l'essere piemontese come una condizione-condizionante, quasi un destino, e addirittura un impegno»

 

Prime poesie e senso tragico della vita «Pavese aveva un senso tragico della vita. Basterebbe il tema del destino già segnato in anticipo e a cui non può sfuggire, un tema che affiora già nelle prime poesie: “Sempre compassionare fu tempo perduto,/ l'esistenza è tremenda e non muta per questo,/ meglio stringere i denti e tacere”».

 

Pavese, Torino e il paese «Per quanto dica in un passo del Diario che la città (Torino) è stata per tanto tempo “un pungolo sentimentale e simbolico della creazione”, una Torino pavesiana non esiste, come invece è esistita una Torino gozzaniana o montiana, voglio dire una Torino della nostalgia, la città che non è più ma avrebbe potuto essere, una Torino del passato, la grande dama decaduta, la “regal Torino”. Il paese è il mondo ritrovato, il mondo del ragazzo scappato di casa che ritorna (il tema del romanzo conclusivo, La luna e i falò)».

 

Primo e secondo dopoguerra «Non è paragonabile il posto che ebbe Torino nella cultura nazionale del primo dopoguerra con quello che ha avuto nel secondo. Nascono molte riviste, da Mercurio a l'Acropoli, da Risorgimento allo Stato moderno, ma nessuna di importanza nazionale a Torino».

 

Dio in divisa delle SS «A tema centrale del libro [Banditi di Pietro Chiodi] potrebbe essere assunto il motto “pietà l'è morta”: protagonista Leonardo Cocito, professore nello stesso liceo, fucilato a Carignano il 7 settembre 1944. Il giorno della fucilazione, vedendo il cappellano portare le insegne delle SS sulla croce, commenta: “Se vado di là e Dio è in divisa da SS mi metto a fare il partigiano di Satana”».

 

Peculiarità del Piemonte «Non vi fu soltanto, in quegli anni, com'era naturale, una letteratura della Resistenza. Dall'esperienza della guerra, della schiavitù e della liberazione, nacquero alcuni autentici scrittori: Carlo Levi, Beppe Fenoglio, Primo Levi. In altre regioni è accaduto qualcosa di simile? O si tratta di una peculiarità del Piemonte?».

 

Antimeridionalismo del “bogia nen” «Di lì a poco esce presso Einaudi con quello stesso titolo [Cristo s'è fermato a Eboli] il libro più famoso del dopo liberazione. La questione meridionale era stata sempre uno dei temi obbligati dell'intellettuale progressista torinese, un segno per distinguere il proprio atteggiamento dal gretto (ma popolarissimo) antimeridionalismo del “bogia nen” medio e mediocre».

 


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