18 febbraio 2015

Classico in pillole: la guerra di Gadda

Carlo Emilio Gadda, Il castello di Udine, Garzanti, pagg. 199, euro 10

 

“Sono riuscito a realizzare delle economie sullo stipendio da tenente e con quelle ho finito i miei studii: sono un profittatore di guerra”.

 

“Pensai anch'io a mia madre e ai miei fratelli, come tutti pensavano. Ma quando la fùmana e il fragore delle furibonde battaglie toglievano alle anime il piacere di essere venuto al mondo, e il monte ed il colle divennero una cava di ghiaia, e nient'altro che una cava di ghiaia, allora feci il meglio per essere degno de' miei compagni; per essere un soldato d'Italia”.

“La stanchezza mi vinse, il cuore non tirava più; e l'anima era un regolamento scaduto”.

 

“Io ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di volerla. Ho partecipato con sincero animo alle dimostrazioni del '15, ho urlato Viva D'Annunzio, Morte a Giolitti, e conservo ancora il cartello con su Morte a Giolitti che ci eravamo infilati nel nastro dei cappelli. Del resto, pace all'anima sua. Io ho presentito la guerra come una dolorosa necessità nazionale, se pure, confesso. non la ritenevo così ardua. E in guerra ho passato alcune ore delle migliori di mia vita, di quelle che m'hanno dato oblìo e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo anche se trema la terra, si chiama felicità”.

 

“La mitragliatrice modello 907 F l'ho carezzata, l'ho tenuta pulita, l'ho unta, l'ho vaselinata, l'ho puntata mirando e facendo fuoco con cura diabolica: è stata la più bella macchina, di tante macchine nella mia vita; che Dio le faccia pur girare”.

 

“Qualcuno si ammalò a furia di guerra. Mi ammalai anch'io a furia di scatolette. In genere curavano più la tenuta, e questo trovo che è un sintomo di lucidezza, nelle distrette del male. Alcuni avevano una catenella d'oro al polso e morirono come fanciulli, sognando il Natale: avevano nel viso una luce, un sorriso: e l'angoscia mi riconduce pei vani sentieri della memoria, ma tutto tace, intorno, e tutto si oscura”.

 

“Egli leggeva molto e aveva gusti di persona finissima, educata e colta. Apparteneva a quella ricca borghesia milanese, che, nonostante i miei giambi, è stata una realtà, delle più attive e più salde, nella vita economica e morale della patria; parlo della vecchia classe, non di quella così variopinta, venuta su all'ultimo, a ministrar case luride e riscuoter fitti arpagonici”.

 

“Camminavo e camminavo, fagotto di cenci, sulla strada buia dell'eternità”.

 

“Ricordo che non riuscii a sorridere nemmeno quella sera, sebbene le mutande da donna d'un compagno, che si era levato i pantaloni per cercarvi i pidocchi, mi avessero improvvisamente colpito. In altre circostanze avrei trovato che era un umorista, dato che non diede nessun preavviso di quello che stava per lasciarci ammirare. Ritto all'impiedi sulla cuccetta, due sbuffi di pizzo campaniformi gli infioravano i ginocchi, come a una damigella d'onore della Regina Vittoria. Erano delle mutande magnifiche. 'Durante la ritirata', spiegò, 'quando avevo perduto già tutto!' Aveva sostato esausto presso una casa bruciata, preda già del saccheggio: aveva preso per sé una camicia, un paio di mutande, da involgervi a nuovo la sua stanchezza lurida: erano roba da donna. 'Da uomo non ne trovai; quindici giorni che non mi cambiavo!' 'Adesso sono due mesi', gli dissi acre, irritato da quel dessous, che mi parve la beffa ultima”.

 

“L'idea di rimanere solo al buio con l'uomo degli acquedotti (tutta notte! finché il cavalcavia di Rogoredo gli fosse apparito tra le nebbie, nella sua bellezza stucco-cementizio-floreale, rigagnolata di rigagnoletti color chiàvica), quell'idea al signore taciturno gli fece ricordare altro viaggio [...]”.

 

“Poi tutti si addormentarono: alcuni parevano avere un pisello secco nel luogo del velopèndolo ed emisero di tanto in tanto dei sibili o una specie di zirlo, come gli uccellatori nel paretaio”.

 

“I valori etici, se uno non sa scrivere, fanno appisolar Donna Eulalia...”.

 

“Verde Lombardia! Dove di già è scesa la bruma, e le desolate nevi! La cucchiara vi si dimanda cazzuola, e il mattone quadrello. Il pane di Como non è da tutti; bisogna girare, andare! costruir le chiese ai Dàndolo, ai Sermoneta le case. Gli impiccati hanno avuto una tomba; ma i morti de fame dove andranno a sbattere? Il grembo della mamma non può riprenderli indietro”.

 

“Così seguiterò il mio cammino solitario. Seguiterò a pagare e servire la necessità, conterò avaramente il poco denaro, loderò la plastile carne delle infarinate bagasce; appetirò cose non lecite; altre sognerò non possibili; una grata sarà il termine de' miei pochi passi. E leggerò i libri sapientissimi delli scrittori, infino a che, sopra alla mia trapassata sapienza, vi crescerà l'erba”.


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