01 settembre 2016

Come dèi e titani. Umanità creatrice e intelligenza artificiale

C’è un video su YouTube che ha già raggiunto quasi 18 milioni di visualizzazioni senza essere un gattino che suona il pianoforte. Il video, caricato lo scorso 23 febbraio 2016 dal centro di ricerca Boston Dynamics, ritrae la dimostrazione dell'ultimo (fino a quando sarà ultimo prima del nuovo ultimo?...) ritrovato dell'ingegneria robotica umanoide: si tratta di Atlas, un robot dalle fattezze spiccatamente umane che riesce a reagire agli stimoli dell'ambiente che lo circonda al punto da essere in grado di camminare in mezzo alla neve senza cadere, di inciampare come tutti noi e di riuscire a mantenere l'equilibrio, di riconoscere gli oggetti e di chinarsi per sollevarli e spostarli, di aprire le porte dotate di maniglione antipanico e, se l'"addestratore" lo spinge a terra, persino di rialzarsi da solo.

I ricercatori della Boston Dynamics hanno chiamato questo robot Atlas, ovvero con il nome del gigante titano della mitologia greca, Atlante, fratello di Prometeo, entrambi ribelli contro l'onnipotenza di Zeus e degli dèi; la leggenda li vuole sconfitti, eppure l'uomo moderno si ostina a dare loro la possibilità di riscatto, celebrando i "caduti" e battezzando le proprie creazioni con i loro nomi. È come se l'uomo sentisse il bisogno di identificarsi con chi è meno potente contro l'onnipotenza, sì temuta e venerata, ma anche combattuta (l'uomo uccide il figlio di Dio sulla Croce) e allo stesso tempo non si rendesse conto che così facendo sta diventando allo stesso modo a sua volta creatore.

Tutto questo sembra una sorta di incauta staffetta: gli dèi creano i titani che si ribellano agli dèi aiutando gli uomini (Prometeo ruba il fuoco e lo dà agli uomini in nome del progresso contro l'ostracismo del potere oscurantista) e gli uomini creano una macchina a propria immagine e somiglianza e gli danno il nome del fratello di Prometeo, ovvero Atlas. Forse che un giorno la creatura si ribellerà al creatore come già noi abbiamo fatto a nostra volta?

L'uomo nella sua splendida e immensa capacità di contraddire sé stesso, nel bene e nel male, ha già immaginato tutto ciò, ha di fatto già scritto i nuovi sacri libri mitologici che mettono in scena questa quantomai ironica e paradossale "staffetta", lo ha fatto e lo sta ancora facendo attraverso la fantascienza, e soprattutto attraverso la moderna caverna delle ombre di Platone che è il cinema.

Ci domandiamo di continuo come sarà il nuovo che verrà, colui che abiterà la Terra quando noi non potremo più abitarla perché l'abbiamo infestata (il pensiero va al robot Wall-E dello splendido e omonimo film Pixar). Creiamo macchine che abbiano un'intelligenza artificiale superiore alla nostra per aiutarci ad andarcene da qui al fine di popolare nuovi mondi e lasciare la Terra a loro, un po' come fa uno studente fuori sede quando lascia una stanza in affitto e per avere indietro la caparra si preoccupa di trovare un nuovo inquilino che prenda il suo posto immediatamente dopo di lui.

Ed ecco che il mito del robot, della creatura artificiale che aiuta e affianca l'uomo (prima che si ribelli ad esso come in Terminator) si mescola con l'altro grande mito fantascientifico, l'alieno: nel 2017 la fantascienza cinematografica di matrice statunitense (dopotutto sono il Paese tecnologicamente più avanzato al mondo e hanno i mezzi industriali ed economici per porsi talune domande prima di altri) tornerà prepotentemente sull'argomento attraverso due facce della stessa medaglia.

Transformers 5 e Alien: Covenant sono entrambi seguiti di due franchise, probabilmente non aggiungeranno nulla di nuovo a quanto già detto dai capostipiti; semmai recassero delle novità, queste consistono nell'aggiornare la percezione dell'altro artificiale alieno secondo l'oggi, come una nuova edizione di un dizionario che si aggiorna in continuazione perché si nutre dell'argomento stesso che tratta, la vita quotidiana.

Sia Transformers che Alien: Covenant partono dallo stesso principio: la vita oltre la Terra esiste e la creazione è frutto di una volontà precisa e quindi di un'intelligenza che usa l'artificio per creare. Transformers parte dall'assunto che queste creature robotiche, in realtà aliene, per manifestarsi in modo "identificabile" agli occhi degli abitanti della Terra assumono le fattezze di oggetti quotidiani, ovvero strumenti con componenti metalliche al loro interno, ovvero autoveicoli in primis e armi in secundis, ovvero due dei quattro principali indici del Pil statunitense, industria automobilistica e industria bellica (gli altri due, neppure a dirlo, sono l'industria dell'intrattenimento, cioè il film stesso, e il settore energetico, cioè il motivo per cui gli alieni di Transformers invadono la Terra).

Alien: Covenant è un film che porta avanti la tesi dell'esistenza di ingegneri dello spazio profondo che usano i pianeti abitabili dalla vita per creare nuove forme di vita intelligente, anche se a ben guardare riescono a creare solo forme di vita, sì intelligenti, ma con finalità predatorie (lo Xenomorfo alla base di tutta la saga di Alien e, a quanto emerge dal film precedente di cui questo costituisce il seguito, Prometheus (ci risiamo con i nomi dei titani ribelli!), addirittura l'umanità stessa.

La nuova frontiera, quindi, del modo di percepire l'intelligenza artificiale altro non è oggi che la manifestazione di come vogliamo percepire il concetto stesso di creazione, e ogni sua immagine fattuale è soltanto un pretesto: che si manifesti sotto la forma di autovetture in Transformers, oppure di un sistema operativo che parla da una scatoletta assimilabile a uno smartphone in Her, o attraverso robot giganti in simbiosi neuronale con la mente dei piloti in Pacific Rim, o sotto mentite spoglie umane e ambigue come nel precursore Blade Runner, l'intelligenza è e sarà sempre frutto di un artificio, che sia quello sterminato della natura attraverso miliardi di anni, o che sia Dio nell'istantaneità senza spazio e tempo, o infine l'uomo man mano che sfoglia il libretto di istruzioni della conoscenza.

È come se l'uomo non fosse disposto ad ammettere che la sua intelligenza, la sua consapevolezza di sé, è semplicemente l'ennesimo casuale tassello dell'evoluzione, ma ci debba essere un perché, una motivazione che rende automaticamente artificiale la propria predestinazione a essere intelligente.

E allora torniamo al video della Boston Dynamics: guardandolo ci succede qualcosa dentro: l'addestratore che fa i dispetti al robot, il quale senza ribellarsi subisce paziente, che spinge con violenza Atlas fino a farlo precipitare a terra, ci suscita rabbia, ci induce a provare pietà per Atlas...ci spinge a tifare per il più debole.

Potremmo allora elencare altri circa 400 film della storia del cinema che non a caso coincidono con gli ultimi cento anni di strabilianti progressi tecnologici, ma non servirebbe a nulla, dato che abbiamo già compreso la scomoda verità che il video della Boston Dynamics ha palesato: siamo diventati noi umani gli dèi onnipotenti contro cui tifare e forse già avanza l'intelligenza artificiale che ci rimpiazzerà.

È vero, se così fosse, potremmo pavoneggiarci perché abbiamo avuto ragione a sostenere che l'intelligenza è frutto di un artificio e non della casualità dell'evoluzione, ma il prezzo da pagare dinanzi a questa vittoria è la sconfitta, l'estinzione a favore della nuova intelligenza artificiale che verrà.

 


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