9 gennaio 2019

Comiso, “città-teatro” a cavallo fra le culture

«Probabilmente è vero per mille altre città, ma a me piace credere che solo a Comiso (e non parlo solo della Comiso d’ieri) ogni cosa si componga e respiri, per naturale destino, in un’aria di perpetua e volubile e lieta invenzione e improvvisazione scenica […] Comiso, città-teatro dunque».

 

Ed è con le parole poetiche e teatrali di Gesualdo Bufalino che veniamo introdotti a Comiso: se la Comiso d’oggi è teatralmente abbarbicata sui Monti Iblei, lo era anche la ‘Comiso d’ieri’. Villaggio greco, fortuitamente intuìto e individuato il secolo scorso da altri figli illustri, gli archeologi Raffaele Umberto Inglieri e Biagio Pace, e poi romano (o piuttosto una villa romana con dei magnifici mosaici con tema marino). Scrigno di tesori bizantini, come quello scoperto – anch’esso fortuitamente – durante la realizzazione di un ponte, dedicato in seguito all’imperatore Onorio per gloria aurea, più materiale che metaforica. Così, come nel sogno marmoreo del “conte rosso” Baldassarre II Naselli del Gagini, custodito nella chiesa dell’Immacolata, la Comiso medievale resta anch’essa nascosta, se non fosse per il suo castello che racconta della nobile e fortunata storia della famiglia Naselli.

Ma la storia medievale la si può scovare, volutamente questa volta, nei toponimi che ci riportano ad un passato dimenticato o dimenticabile (forse per qualcuno, oggi), ma che parla una lingua semitica e fluida: al-Khoms, in arabo la “quinta” (non teatrale) parte del territorio, divisione amministrativa del periodo islamico altrimenti non conosciuta. O favacchio, favarotta, nomi, questi ultimi, che parlano d’acqua, la stessa che ininterrottamente scorre da secoli nella città. Osservando inoltre l’aggrovigliato centro storico della città è possibile riconoscervi le antiche strade, nascoste fra le quinte fatte con la bella pietra di Comiso. Ed è così che è possibile immaginare ancora le mura che cingono la città, circoscrivendo ad est il vallone che tutt’oggi attraversa il centro storico (oggi lastricato e nominato via Papa Giovanni XXIII). Oppure varcare la porta del Pero che ci riporta – fisicamente e come toponimo – al fiume Ippari e così alla mitica Camarina, la porta della Cannausata o del Cassaretto, il primo toponimo reminiscenza della coltivazione della canapa nell’età bizantina, il secondo arabo indicante il qaṣr o castrum, la porta di S. Biagio, il vescovo orientale patrono della città, la porta del Crasto, metatesi dal latino castrum, ma che poeticamente ci rimandano all’immaginario delle Metamorfosi di Ovidio essendo il siciliano crastu l’italiano “montone” e chissà quante altre porte dimenticate nel sonno dei secoli.

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Pianta di Comiso prima degli sconvolgimenti di età moderna (pianta G. Labisi)

 

Ma quando nacque, dunque, “u Commisu”, la al-Khoms dei musulmani? Come ci consiglia Italo Calvino «anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altra bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settanta meraviglie, ma la risposta che da’ a una tua domanda». Meglio rispondere dicendo che i toponimi e i ritrovamenti archeologici portano a vedere la nascita di al-Khoms come agglomerato urbano quando in Sicilia si pregava nelle moschee nominando il profeta Maometto, suo cugino ‘Ali e i suoi discendenti, nel periodo cioè in cui il califfo fatimide al-Mu‘izz obbligava i sudditi ad abbandonare le campagne per vivere nei centri urbani. Correva il 356 dell’egira, il 967 dell’era cristiana. Ma «se è vero […] che la forma di una città muta più rapidamente del cuore di un uomo, è vero altrettanto che non solo la forma, ma l’odore e il colore e il respiro di una città ad ogni istante si fanno diversi». La lasciamo dunque così, teatralmente sopita, ma visceralmente pulsante, in un màlagma di forme, odori e sapori greci, berberi o catalani o, meglio, comisani.

 

Immagine di copertina: Comiso, cortile della Fondazione “G. Bufalino”, già mercato ittico (foto G. Labisi)

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