4 maggio 2018

Coralli più bianchi per le alte temperature

Uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità dell’intero pianeta, il Reef, la più grande barriera corallina del mondo, che si estende per 2300 chilometri al largo delle coste del Queensland, nell’area nordorientale dell’Australia, è seriamente in pericolo, e ancora una volta la responsabilità è da attribuire ai cambiamenti climatici e all’innalzamento delle temperature delle acque.

Dal 2016 l’esposizione a un aumento fino a 6 gradi per parecchi mesi ha dato il via a un massiccio fenomeno di sbiancamento (bleaching) e alla successiva perdita di una percentuale significativa di coralli.

Le colonie di coralli e madrepore sono formate da numerosi individui (polipi) anatomicamente fusi tra loro, che devono la loro colorazione alle alghe unicellulari simbiotiche (zooxantelle) ospitate nella struttura calcarea dello scheletro, che sono importantissime per la loro sopravvivenza poiché, grazie alla fotosintesi clorofilliana, forniscono al polipo energia sotto forma di zuccheri, producono ossigeno ed eliminano anidride carbonica.

In condizioni di stress i polipi del corallo espellono le alghe simbiotiche e perdono quindi anche il loro colore assumendo il tipico aspetto bianco; se scompare la causa dello stress il corallo può recuperare le alghe e ristabilire il suo equilibrio, ma se questo non succede muore ‘di fame’, privato della sua principale fonte di sostentamento.

Uno studio pubblicato di recente su Nature e coordinato da Terry Hughes, direttore dell’Arc centre of excellence for coral reef studies, ha rilevato come sia andato perduto circa il 30% dei coralli della barriera subito dopo l’ondata di calore del 2016, mentre complessivamente nella parte settentrionale, circa due terzi sia ormai morto, con conseguente perdita di habitat per numerose specie di pesci.

La barriera corallina sta infatti subendo cambiamenti irreversibili nella sua composizione tanto che nell’arco di 10 o 20 anni sarà probabilmente qualcosa di molto diverso da ciò che è stato studiato negli ultimi 30 o 40 anni. Le ondate di calore hanno infatti ‘selezionato’ specie più resistenti, dalla crescita più lenta e dalle forme più semplici, rispetto a specie ramificate più complesse. Un meccanismo di adattamento che potrebbe scongiurare la scomparsa definitiva della barriera.


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