15 ottobre 2020

Cosa pensavi di fare? Di Carlo Mazza Galanti

 

«La rayuela si gioca con un ciottolo che va spinto con la punta della scarpa. Ingredienti: un marciapiede, un ciottolo, una scarpa, e un bel disegno col gesso, preferibilmente a colori. In alto sta il Cielo, in basso sta la Terra, è molto difficile arrivare con il ciottolo al cielo, quasi sempre si calcola male e il sasso esce dal disegno».

(Julio Cortázar, Rayuela)

 

Cidrolin si pulisce la bocca e mormora:

‒ Anche questa l’ho in quel posto.

(Raymond Queneau, I fiori blu)

 

«e non si può dirla in modo obliquo, questa verità, con mediazioni eleganti?».

(Michele Mari, Fantasmagonia)

 

 

Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico di Carlo Mazza Galanti, pubblicato dal Saggiatore, è un romanzo generazionale e – forse, soprattutto – italiano. È un gioco (spesso, purtroppo, per niente divertente) in cui molti di noi si sono ritrovati a vivere (o si ritrovano a vivere).

Se il primo passo è stata quella sensazione provata ai tempi del liceo, quel desiderio di partecipazione («La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al «sistema». Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale», p. 9), questo romanzo fa per te. Le mosse successive a quel passo ti hanno portato a procedere in un gioco – ben rappresentato dalla forma del libro-game scelta dall’autore – che è un’esistenza combinatoria, a volte, difficile da leggere anche per te che dovresti aver scritto le regole. Un’esistenza che è la tua condanna, ma che all’inizio ti piaceva: l’avevi scelta perché sembrava dinamica, stimolante, poi è diventata logorante e si è trasformata – a tratti – in una guerra di strategia («Un amico di famiglia ricercatore universitario ti fornisce i consigli necessari ad aprirti un cammino nel sottobosco fitto e insidioso del mondo accademico: blandire il potere, entrare nelle grazie di chi comanda, armarsi di pazienza, appostarsi e aspettare»).

 

In alto sta il Cielo

Così, in questo gioco, in alto trovi le tue aspettative («Credere che il lavoro debba corrispondere alle proprie aspettative – migliori, eventuali, di scorta – è un comportamento destinato allo scacco, viziato da un’immagine di benessere e dinamismo sociale scaduta e inattuale», p. 30), cioè il Cielo, ma ogni tanto – quando lanci il sasso – senti il richiamo della Terra e la voglia di abbandonare il gioco: «è molto difficile arrivare con il ciottolo al cielo, quasi sempre si calcola male e il sasso esce dal disegno», scriveva Julio Cortázar, in Rayuela (che com’è noto si può leggere in più modi e, quindi, si presta alle nostre esistenze disordinate: farebbe comodo una Tavola d’orientamento, in certi casi) e – a volte – anche tu che hai sempre amato l’ombra delle parole e il lato nascosto delle storie e delle cose, mentre scrivi (e vivi) il libro della tua vita (lo abbozzi, anzi, come tutti) senti che dovresti gettare via il sasso, mollare i giochi, stare – piuttosto – in campana e cercare di volta in volta la soluzione migliore, ascoltare quella parte di te responsabile, smussare gli spigoli del tuo carattere scoprendo che così facendo potresti anche essere più felice («A furia di compromessi ti sei trasformato in una persona migliore; fossi stato più volitivo o moralista, saresti più infelice», p. 32).

A un certo punto – complici i continui consigli non richiesti dei passanti di turno con la ricetta della vita perfetta sempre in tasca – molli la presa e ti butti sul porto sicuro che, in realtà, tutti lo sanno bene, è un mare in tempesta («È sempre stata lì, in un angolo della tua coscienza, fin dall’inizio di questa storia, accucciata tra la pigrizia e l’orgoglio come uno spauracchio e una exit strategy ultimativa evocata dalle premurose cure di qualche conoscente zelante e propositivo, di qualche amico che ha fatto il passo e non si stanca di lodarne i vantaggi: il confortante progetto impiegatizio che persino il tuo vecchio padre sostiene, visibilmente a malincuore, poveretto, si aspettava qualcosa di più: la scuola», p. 30).

 

Io è sempre un altro precario

Porti a spasso tutti i fantasmi dei te che hai abbandonato e capisci che questo romanzo uno e trino che parla di cognitariato è un manifesto, il manifesto di chi ha tentato di fare ordine,  con un’autobiografia obliqua, che è anche la biografia di molti di noi, di molte persone giovani e non-più-così-giovani (nate negli anni Settanta e Ottanta), una biografia lucida e ludica che ha evitato chiaramente la postura della denuncia, ma che disegnando e percorrendo possibilità e deviazioni ha ben descritto la situazione di quei tanti che faticano a mettere un punto e che forse non lo metteranno mai, continuando a optare per una punteggiatura intermedia, accettando passi più o meno falsi, avanzamenti e continui ritorni («Perderai qualcosa dell’umorismo tragico che faceva ridere gli amici, ma quando parli del lavoro e della vita ti senti più vicino alla realtà. Non ti metterai a fare l’apologia dell’esistente, ma neppure a sputare sul piatto dove stai mangiando, e bevendo, da più di dieci anni. La tua storia, per adesso, finisce qui: nella docile schizofrenia di un precariato strutturale diventato seconda natura e nell’eterno presente di uno spritz», p. 33). Il punto di vista anche se rifratto in molteplici vite (incarnate davvero o no) è chiaro, il pensiero critico emerge, ma non si impone: lascia al lettore, in fondo, la libertà di leggere, giudicare, ma è la voce narrante – ovviamente – che decide (significativo che all’inizio di questo racconto tripartito nelle categorie della chiromanzia ci sia proprio una mano chiromantica).

 

A mano a mano

La prima categoria è il lavoro, poi ci sono l’amore («L’amore è una cosa farraginosa») e la vita – soprattutto – così la faccenda si complica ancora di più («La domanda è: come si fa a uscire dal mondo? Quale l’alternativa? Dove si trova l’altrove?», p. 118), in un mondo liquido che è un posto ostico per chi voleva solo campare con le parole, giocarci anche, ma prendendole sul serio («Le parole volano leggere in superficie, come bollicine, invadono lo spazio, scoppiettano, si dissolvono nel nulla», p. 110), per chi ci ha creduto, fino a un certo punto («Gli amici di una volta sono cambiati: fanno lavori culturali ma senza politica, o in maniera così blanda da stingere nel qualunquismo: la nota di costume, il ricamo dell’opinione, cinque minuti di autoironia. Ostentano volentieri le loro affiliazioni ai culti del momento, accumulano crediti sui social da spendere in un futuro migliore, quando tutto sarà monetizzato»).

 

Quella strada ormai è over

Alla fine di ognuna delle tre sezioni Mazza Galanti ha inserito una mappa, ha cercato la coerenza nel cosmo dei potenziali giocatori, del gomitolo delle esistenze che ha raccontato (gnommero, vorresti dire). Quelle direzioni, quelle frecce, si muovono in un racconto che è lieve, divertente quanto vero («Quando sbarchi a Fiumicino prendi una boccata d’aria a 29 gradi centigradi e, prima di farti strada tra la folla degli arrivi internazionali, passi al bar per un panino con mozzarella e prosciutto di Parma e un caffè espresso al vetro. Affronti l’assembramento alla cassa con un piglio guerriero che riaffiora disinvolto dopo mesi di inoperosità»), tragicomico, incisivo, intelligentemente esagerato. L’occhio triste della consapevole e sognante autoironia in un gioco di specchi a più dimensioni, se è vero che a un certo punto del romanzo si parla del romanzo stesso («Intraprendi la redazione di un astioso romanzo sulla tua vita, sul precariato, anzi sul «cognitariato», con una lunga parentesi ambientata all’estero», p. 27).

Non esiste una strada maestra per chi vive in un mondo che sembra ormai senza maestri, anche se c’è sempre chi sceglie di seguirne una e la mantiene («La tua storia finisce qua, tra le siepi di bosso e la cruda saggezza del pragmatismo»), ma per tanti altri esistono, invece, possibilità, biforcazioni: noi lettori complici che più volte ci siamo chiesti Cosa pensavi di fare? (e chissà per quanto ancora ce lo chiederemo) siamo tutti anfibi, siamo – anzi – mezzi noi stessi, quarti, ottavi. I nostri sogni sopravvivono frazionati, sezionati, quando riusciamo a tenerli in vita, in perfetto equilibrio tra quello che abbiamo perso e quello che abbiamo scelto (per citare, più o meno, Motta), in un gioco che continua tra destino e libro-game arbitrio.

 

Carlo Mazza Galanti, Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico, Il Saggiatore, 2020, pp. 160

 

Crediti immagine: Ljupco Smokovski / Shutterstock.com

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