14 dicembre 2020

ACT. Covid-19, quale futuro? L’arte e le sfide del XXI secolo

 

Futuro” è forse uno dei termini più ricorrenti in questi ultimi mesi, un termine vitale che acquisisce significati diversi ogni qualvolta si affrontano delle crisi socioeconomiche. Ci potremmo chiedere: che cosa intendiamo per futuro oggi? E che cosa si intendeva durante un evento traumatico come, per esempio, la Prima guerra mondiale? Queste potrebbero essere delle domande utili, ancora poco esplorate, e che forse ci direbbero qualcosa sul nostro presente, sulla nostra condizione esistenziale determinata dall’avvento di una pandemia globale dovuta alla diffusione del Covid-19 (acronimo dell’inglese COronaVIrus Disease 19).

Se sono molti gli studi che negli ultimi mesi hanno preso il virus come materia d’indagine, sono pochi quelli che hanno cercato di dare una proposta culturale politica all’effetto che il Covid-19 ha avuto sulla società, sul suo immaginario e sulle sue forme culturali. Una pandemia globale, percepita in Italia seriamente solamente intorno a febbraio 2020, che ha messo in discussione moltissime delle nostre certezze: come l’infallibilità della vita umana, la considerazione di un corpo come medium, come conduttore di virus, l’importanza della tecnologia nelle nostre vite. Una pandemia caratterizzata da una connessione profonda con il sistema dei media, con l’idea di mondo interconnesso, con un mondo globalizzato come mai in precedenza. Ed è proprio tale connessione a dare oggi al concetto di “futuro” un significato ‒ ma anche un’atmosfera ‒ diverso: una diversa interpretazione di ciò che siamo oggi e che saremo. Non a caso “futuro” deriva proprio dal futurus e da fuo, cioè “io sono”: fui, ciò che sarà, che è per essere.

Se andiamo a vedere a cosa è legato il termine futuro nel nostro linguaggio ci rendiamo conto che esso ingloba termini quali “innovazione”, “tecnologia”, “progresso”, “scienza”. “Investire in progresso scientifico e tecnologico, nell’innovazione, in modo da portare maggiore sviluppo economico”, si sente spesso affermare, una frase che ci suona quasi scontata. Non a caso questa frase è sempre più legata alla questione del Covid, come a dire che l’avvento di quest’ultimo abbia accelerato i processi di innovazione facendo della tecnologia, ancora più di prima, un elemento fondamentale delle nostre vite. Pensiamo allo smart working, prima orizzonte remoto, oggi quasi unica possibilità di lavoro: «La tecnologia sta facendo cadere tutti quei tabù che erano presenti in molti di noi in diversi ambiti, a partire dal mondo lavorativo. In quanti credevano che lo smart working fosse difficile da realizzare, che non era adatto a tutti e che non dava profondità lavorativa? Bene, oggi, sebbene per motivi di necessità, abbiamo dimostrato che invece è possibile», spiega Carlo Panella, head of direct banking e chief digital operations officer di Illimity.

Se prima avevamo dei timori intorno all’intelligenza artificiale, alla robotica, al machine learning, all’Internet delle cose, al tracciamento dati, oggi questi diventano l’arma per sconfiggere il virus o per uscire da un pantano socioeconomico. Se prima le temevamo e le tenevamo lontane, oggi le abbiamo così vicine da non poterne più fare meno: sono la materia prima del nostro lavoro, della nostra educazione, della nostra vita sociale. Sono dati che emergono dal Digital Economy and Society Index (DESI) 2020 che monitora la performance digitale complessiva dell’Europa e segue i progressi dei Paesi dell’Unione Europea per quanto riguarda la loro competitività digitale; il report, redatto dalla Comunità europea, orienterà gli investimenti economici del futuro.

In tutti questi discorsi, tuttavia, non viene mai citata l’arte, generalmente richiusa all’interno del mondo della cultura e legata a problematiche economiche: pochi soldi per la cultura, pochi investimenti, operatori del mondo della cultura con difficoltà economiche e così via. La visione dell’arte da parte dei governi e, più in generale, della società, è legata quasi esclusivamente a questioni assistenzialistiche. Sono degli argomenti indubbiamente veri, ma nascondono una visione passiva dell’arte, una visione che vede negli artisti dei “produttori” di contenuti utili esclusivamente per il mondo dell’arte.

Se spostiamo il punto di vista, vediamo come la questione del Covid abbia aperto, invece, una problematica cruciale e che metterebbe gli artisti in un ruolo guida per la società e il suo futuro. Per fare ciò bisogna mettere gli artisti al centro dei processi produttivi di innovazione tecnologica e scientifica, e notare come gli artisti che hanno usato la tecnologia abbiano, da una parte, più indirettamente sempre dato indizi, prefigurato futuri poi accaduti e stimolato lo stesso sistema economico dell’innovazione; dall’altra, più direttamente, inventato vere e proprie macchine visive che sono state in seguito immesse sul mercato, o promotrici di tecnologie future.

Nel momento in cui all’interno del mondo dell’arte entrano le tecnologie, gli artisti hanno da subito lavorato con figure professionali fuori dal mondo prettamente artistico: tecnici, ingegneri, creativi ecc: «In parallel to their use of existing tools, artists developed their own in order to enable forms of creation that were not possible before or to achieve independence from corporate distribution models» (C. Paul, J. Toolin, 2014, p. 76). Sin dalla fine dell’Ottocento, l’immagine dell’artista solitario chiuso nel suo studio preso dal pathos della creazione viene ribaltata da una immagine più “imprenditoriale”, che apre collaborazioni con tecnici, ingegneri, investitori, che cerca brevetti e finanziamenti. Il costante lavoro di sperimentazione sui media tecnologici permette di non prendere per data nessuna invenzione immessa sul mercato, dinamizzando costantemente l’ambiente mediale in cui siamo immersi.

Non stiamo parlando di fantascienza, o di cose irraggiungibili. Ma stiamo parlando di questioni molto concrete e impostazioni imprenditoriali già in atto. Molte aziende e centri di ricerca stanno già inglobando gli artisti all’interno dei processi produttivi, come, per esempio, molte aziende della Silicon Valley. Parliamo di aziende come Adobe con il suo programma creative resident nel quale gli artisti selezionati possono restare nel loro studio abituale, devono però andare nella sede dell’azienda a San Francisco una volta ogni tre mesi, dedicare un quarto del loro tempo a viaggiare per partecipare a eventi creativi e soprattutto devono condividere il processo del loro lavoro. In cambio, percepiscono salario e benefit come fossero dipendenti e ricevono il sostegno di mentori in varie discipline: il programma dell’azienda dei satelliti Planet Labs permette agli artisti di ricevere 1.000 dollari al mese e usufruire di uno spazio dentro gli uffici dell’azienda dove devono lavorare almeno tre giorni la settimana per tre mesi, interagendo con gli altri impiegati; Google con il progetto 89Plus, ideato da Simon Castets e Hans-Ulrich Obrist, invita artisti rigorosamente nati dopo il 1989; Autodesk invita gli artisti a lavorare da tre a sei mesi nel suo laboratorio di manifattura digitale, pagando loro uno stipendio e le spese dei materiali necessari alle loro opere; il Microsoft Studio 99, «aims to introduce artistic perspectives, processes, and values in the work of our organization».

Molti altri si potrebbero citare, molte altre imprese che hanno visto nell’artista, libero di creare, una potenzialità di marketing. Un artista che ritrova all’interno di aziende private, di un mondo completamente fuori dagli ambiti di appartenenza classici dell’arte contemporanea, dinamiche molto simili a quelle dei musei, di fondazioni artistiche, di gallerie. Le aziende in questo caso attivano residenze d’artista, premi per artisti, mostre, luoghi espositivi; accompagnano gli artisti nel percorso di creazione, danno loro materiali, coinvolgono curatori; aprono possibilità espositive, creano nuove sinergie e permettono nuovi contatti e relazioni.

Da questo punto di vista l’arte che sperimenta con le tecnologie può rappresentare non solo un settore innovativo per il mondo dell’arte contemporanea, ma anche un motore di innovazione per la società più in generale. Un modo per orientarsi nelle grandi sfide che l’umanità affronterà nel XXI secolo, come la genetica, l’intelligenza artificiale, la robotica, e oggi, il nostro futuro post-Coronavirus.

Per questo è fondamentale che l’artista venga rivisto oggi, oltre il sistema dell’arte, come un motore per la società, per la comprensione e la produzione del nostro futuro. Per questo penso sia fondamentale che gli artisti abbiano un ruolo attivo oltre il mondo dell’arte, come ad esempio nelle task force di governi, nelle strategie di consulenza per l’innovazione. Come anche dovrebbe essere importante che le aziende, i centri di ricerca, le università, possano guardare all’arte come apertura di nuovi scenari di ricerca.

Dare un nuovo significato alla parola futuro, questa la sfida. Non solo, e non tanto, parlare di futuro, ma dare un nuovo significato a questo termine che possa aprire una vera operatività per le generazioni future. È qui che entra l’arte, nel senso che gli stiamo dando adesso. È qui che credo una vera operatività possa iniziare: inclusione degli artisti nei progetti di innovazione, previsione della loro partecipazione in finanziamenti strutturali di progetti legati a settori quali innovazione, economia e sviluppo, educazione ecc.

Solo così l’arte si libererà dell’immagine debole, di assistenzialismo passivo, per guadagnare la forza che un tempo aveva come motore della società e guida per un nuovo immaginario.

 

Bibliografia per approfondire

Digital Economy and Society Index (DESI) della Comunità europea

C. Paul, J. Toolin, Impulses – Tools, in The emergence of video processing tools, a cura di K. High, S. Miller Hocking, M. Jimenez, Intellect, Bristol-Chicago, 2014 p. 76 

C. Biasini Selvaggi, V. Catricalà, Arte e tecnologia del nuovo millennio, Electa, Milano 2020 

V. Catricalà, The artist as inventor, Rowman & Littlefield, Londra 2020   

P.D. Keidl, V. Hediger, L. Melamed, A. Somaini, Pandemic media. Preliminary notes toward an inventory, Meson Press, Lüneburg 2020 

M. Mancuso, Arte, tecnologia e scienza, Mimesis, Milano 2020 

E.G. Rossi, Mind the gap, Postmedia, Milano 2020 

D. Quaranta, Media, new media, postmedia, Postmediabook, Milano 2020 (ultima versione) 

V. Tanni, Memestetica, Nero, Roma 2020

 

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