26 gennaio 2021

‘Dal pesce al filosofo’, l’evoluzione non è lineare

Tutti conosciamo il naturalista Charles Darwin e la sua affascinante teoria dell’evoluzione del 1858. I suoi principi ancora resistono al passare del tempo, ma in alcuni casi sono stati distorti da «una visione caricaturale». In un interessante seminario on-line, promosso dall’Accademia dei Lincei, l’etologo Enrico Alleva ha esposto l’esempio della narrazione dell’evoluzione del cervello umano.

 

«Dal pesce (la classe filogeneticamente più primordiale dei vertebrati) alla specie umana, il volume della corteccia cerebrale, secondo alcune visioni tuttora correnti, aumenterebbe proporzionalmente al resto del cervello, e questa crescita sarebbe lineare». Ma è evidente che le due affermazioni non sono solide poiché, innanzitutto, «c’è almeno una biforcazione»: anche se si confermasse la linearità nell’evoluzione tra pesce, anfibio e rettile, poi quello che sappiamo oggi è che dal rettile derivano sia gli uccelli che i mammiferi carnivori e dunque l’uomo. «In qualche testo di didattica universitaria, purtroppo, l’uccello e il suo cervello sono posti a metà tra rettili e mammiferi».

 

Al contempo, il criterio del volume del cervello che crescerebbe a seconda dello stadio evolutivo non trova conferma in alcuni gruppi di animali, tanto che nel tempo sembra quasi che «si sia scelta la specie che più fa comodo pur di avvalorare questa rozza spiegazione lineare». Riduzionismo e semplificazione divulgativa aiutano a capire certi meccanismi, ma la realtà appare spesso molto più complessa.

 

Darwin ha enunciato una sua ipotesi certamente rivoluzionaria per l’epoca, eppure «l’influenza di un punto di vista diverso, ma già ideologico ha resistito». Per esempio, in un’illustrazione che, dal 1500, mostra diversi “livelli” di evoluzione cerebrale in corrispondenza di specifici peccati capitali. È da tempo che la specie umana cerca di capire come funzioni «il suo delicato organo del pensiero: sul tema c’è una curiosità generale molto alta che può portare a spiegazioni fantasiose».

 

La “teoria dei tre cervelli” del neuroscienziato Paul MacLean, ancora agli inizi degli anni Ottanta, sosteneva l’evoluzione lineare dal cervello rettiliano (1° stadio, istinto) a quello dei mammiferi inferiori (2° stadio, emozioni) a quello umano (3° stadio, astrazioni, invenzioni, linguaggio). Ma già da tempo, studi neurochimici ventennali dimostrano «la grande varietà di funzioni delle cellule del cervello» anche tra animali della stessa classe: per esempio, si è verificato «quanto gli uccelli siano diversificati tra loro», e che in realtà «c’è molta più somiglianza con il cervello di mammifero» di quanto si pensasse.

 

Sono due in particolare gli “animali ribelli” che non fanno andare tutto al posto giusto come i successori di Darwin hanno ipotizzato. E «infatti non li troverete in nessuna tipica scala naturae». Il primo è il pipistrello, appartenente a quel grande ma poco considerato «terzo di mammiferi che volano. Un animale notturno e tropicale, ma anche a Roma si possono osservare massicce migrazioni».

 

«Il cervello del pipistrello è particolare perché non solo deve gestire il volo, ma anche l’ecolocazione tramite orecchie e naso». Essa serve per cacciare e difatti sono grandi predatori di zanzare e falene. «Avere un sonar e, soprattutto, essere in grado di volare si traduce per il cervello in un grande sforzo metabolico» e «i sistemi metabolici sono importanti soprattutto per le funzioni neuronali».

 

«L’altro cervello atipico è quello del delfino»: esso gestisce «ecolocazione, movimenti in 3D come per i volatori e in più la capacità di sommozzare», cioè di nuotare in apnea per tempi molto prolungati. Con tre funzioni del genere è «come avere a disposizione un’auto super accessoriata»: per forza di cose ha bisogno di «strutture più complicate a sorreggerla» che registrano, anche in questo caso, «un metabolismo notevole». Se inoltre si mette un’immagine del suo cervello «a confronto di quello di un sapiens esso è quasi più grande». Dove dovrebbe collocarsi dunque il delfino nella scala evolutiva?

 

Il paleontologo Stephen Jay Gould nel 1977 pubblicò Questa idea della vita cercando di raffigurare l’evoluzione in ben altro modo, «come un cespuglio ingarbugliato». Questa visione teorica non certo semplificante (tradotta in Italia solo negli anni Novanta) ancora oggi «non riesce a superare quella lineare dell’albero» che sarà più chiara e bella, ma probabilmente è anche più falsa. Negli stessi anni il biologo François Jacob parlava di «evoluzione come un bricolage in cui i pezzi si riutilizzano con funzioni diverse da quelle precedenti».

 

È questo ciò che la spiegazione evoluzionistica ha sottovalutato: «anche se c’è una somiglianza tra le strutture del cervello umano e quello rettiliano, non è detto che permangano le stesse funzioni». Per cui sostenere che, per esempio, anche «il cervello umano è alla ricerca di un capo, come alcune iguane si fanno guidare dall’esemplare alfa dalla gola sfavillante...» è solo un’asserzione senza fondamento perché «si confonde ideologia con evoluzione darwiniana».

 

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