21 febbraio 2021

Dante, Filippo e la tintura di odio

Qual è il colore dell'odio? Quale la sua tintura? Di un rosso cupo, come il sangue rappreso d'una vittima di violenza? O è grigia, è livida, come l'immagine allegorica dell'Ira, che Giotto raffigurò agli Scrovegni, la femmina laida e furente che si straccia la veste rivolgendo al cielo una smorfia oscena e agghiacciante? Rosso scuro, grigio, forse sono questi i suoi colori dominanti. Lo credo, e non potrei immaginarne altri, quando ripenso alla scena sgomentevole dell'incontro di Dante con l'anima dannata di Filippo Argenti, nel canto ottavo dell'Inferno. Scena che Benedetto Croce non esitò a definire una “fantasia dell'odio”.

E infatti grigie, scure, sono le acque fangose dello Stige, la “lorda pozza” in cui gli iracondi sguazzano ignudi sbranando se stessi, e dove gli accidiosi borbottano, sommersi, sfogando la loro vana tristizia in parole che svaporano gorgogliando e pullulando in superficie, unico segno visibile della loro miserabile esistenza. Ambiente perfetto, per soffocare anche in Dante il senso della pietà. Eccolo, dunque, il poeta dell'amore umano e divino, ispirato da Beatrice, la Sapienza, guidato da Virgilio, la Ragione, innamorato del Vangelo, della filosofia consolatoria di Boezio e dell'etica aristotelica che non ammette eccessi; eccolo cadere anche lui nella trappola dell'odio che acceca e non perdona. E se perfino Dante, destinato alla visione della luce di Dio, non sa sottrarsi a quella tentazione orrenda, che ne sarà di noi in questo mondo agitato da correnti di odio che dilagano nell'universo immateriale della Rete? Il nostro quotidiano viaggio nell'Aldilà non è forse questo? Orrendo sospetto: anche Dante si rispecchiò talvolta nel profilo di un hater?

Di sicuro, potremmo leggere una terribile fenomenologia dell'odio nell'incontro del divin Poeta con lo sventurato Filippo Argenti, reo di superbia e di collere bestiali. Una fenomenologia molto utile ai nostri fini. Utile, voglio dire, per scavare nella dinamica elementare dell'odio. Nella sua furia incoercibile, stolida, fatalmente insita nella nostra natura così segretamente incline alla “matta bestialità”. La natura di Dante, sì, che è la stessa natura mia, di te che leggi, di tutti noi senza eccezione alcuna. Natura che gode, come chiaramente ammoniva Etty Hillesum, nel “rendere il mondo sempre più inospitale”, seminandovi, appunto, i suoi granelli di odio, sacrosanto o abietto che lo si voglia giudicare. Come nell'antica leggenda narrata dai beduini del Sahara, che immaginava la Terra come un immenso Eden primordiale, ma sepolto nel tempo, via via, dalla violenza dell'uomo, che atto dopo atto, materializzandosi in granelli di sabbia, granello dopo granello, con furia implacabile, s'accumulava fino a trasformare il meraviglioso giardino in quell'arido deserto di morte che tutti conosciamo, dove le rare oasi sono vestigia e simbolo della sopravvivenza rara del bene, dell'armonia e della gioia.

Ed ecco Filippo emergere ansimante da quelle fetide acque, e avvicinarsi alla barca di Flegiàs, dove Dante, con Virgilio al suo fianco, rabbrividisce alla vista delle “genti fangose” e dal “sembiante offeso”. Chi sarà mai quel peccatore insolente? È un attimo, e Dante subito capisce, lo riconosce, perché lui, il maledetto, non perde tempo e lo aggredisce con una domanda tagliente: “Chi sei tu che vieni anzi ora”? E allora s'accende nel petto di Dante il fuoco dell'ira: lì, nel brago fetente degl'iracondi, lui stesso si fa iracondo, lui stesso si macchia della trista tintura dell'odio. Sicuramente pensa: “Come osa lui, proprio quel mio nemico feroce che tanto mi offese, che mi derubò, che volle il mio esilio, che giunse perfino a infliggermi uno schiaffo, come osa insinuare che un giorno anch'io possa raggiungerlo qui tra i dannati?”. E allora risponde alla provocazione dando fondo a tutta la sua rabbia: “Con piangere e con lutto,/ spirito maledetto, ti rimani,/ ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto”.

E qui avviene l'incredibile. Virgilio, l'assennato, il razionale, non pensa nemmeno a gettare acqua sul fuoco, ma perde le staffe anche lui. Si fa travolgere dall'odio, nessuna pietà per quello sventurato, e mentre quello insiste, e vanamente tenta di aggrapparsi alla barca, lui lo respinge e gli grida: “Via costà con gli altri cani!”. Nel perfetto stile della vendetta, della legge barbarica dell'occhio per occhio e dente per dente. Che poi, se vogliamo, è la stessa legge delle pene infernali tutte quante: il famigerato contrappasso, che vige nel regno tenebroso del castigo, nell'ardore delle fiamme, negli strazi senza fine, contraddizione clamorosa e terribile della legge cristiana del perdono, della misericordia, dell'amore che non conosce distinzione tra amico e nemico, tra innocente e colpevole.

Ma Virgilio non è contento. Vuole anche manifestare a Dante la sua solidarietà, la sua approvazione nell'odio verso quell'uomo che tanto aveva fatto soffrire il suo allievo di pensiero e di poesia. Come se il poeta latino, d'un tratto, si fosse iscritto alla fazione fiorentina di Dante, riconoscendo in lui il campione di una giustizia violentata e tradita. E allora lo cinge con le braccia al collo, lo bacia sul volto, e arriva al punto di benedire la madre che lo generò con quell'anima così sdegnosa, rincarando poi ancora la dose della condanna verso Filippo e verso: “Quanti si tengon or là su gran regi/ che qui staranno come porci in brago,/ di sé lasciando orribili dispregi”.

E la partita non si chiude qui. Perché Dante, sentendosi spalleggiato senza riserve dalla sua guida, esprime allora il desiderio di assistere all'umiliazione definitiva di Filippo: “Maestro, molto sarei vago/ di vederlo attuffare in questa broda,/ prima che noi uscissimo del lago”. Al che Virgilio replica – e pare quasi di scorgere sul suo volto un sadico ghigno brutale – che ben presto il desiderio di Dante verrà soddisfatto: “Di tal disìo convien che tu goda”. Godere, dunque, del dolore di un nemico sconfitto e impotente. Sì, proprio quel verbo usa Virgilio: godere! E infatti così avviene, perché di lì a poco Filippo non solo affoga, ma viene anche assalito dai suoi compagni di pena, fino al punto che lui, per la rabbia disperata, non comincia a sfogarsi contro se stesso, dilaniandosi coi denti.

E come può l'angoscia non assalirci, a quel punto, leggendo con chiarezza nel cuore di Dante i segni dell'odio, il colore cupo e squallido di quella malefica tintura? Di tale cruda verità umana è fatta anche la Divina Commedia. Specchio reale di un'anima che vive il dolore bruciante della sconfitta, dell'emarginazione, della condanna trascinata per le vie del mondo come il peso intollerabile di un'ingiustizia. E quell'anima non ha vergogna di odiare, di usare i suoi versi come un'arma letale per dare sfogo a tutto il suo rancore. Dicono, alcuni critici e storici, che probabilmente Filippo Argenti doveva ancora essere in vita, mentre Dante lo descriveva immerso nell'orrido pantano dello Stige. Ed è una nota impressionante, anche se in fondo non aggiunge nulla di essenziale al colore tragico della scena.

La saggia Etty, che nell'autunno del 1943 fu uccisa ad Auschwitz, scriveva nel suo Diario: “Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi, e non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume”. Dovremmo ringraziare Dante per il suo amore della verità. Per avere ammesso spudoratamente – e non solo nell'episodio di Filippo Argenti, ma in quello in modo assai speciale – la ripugnante presenza di quel “marciume” che ci infetta, che ci affligge tutti dalla notte dei tempi. E che oggi si agita principalmente nell'Aldilà tecnologico dei social, nell'ovattato inferno degli insulti e delle vendette che erroneamente si definiscono “virtuali”. Perché, forse non fu soltanto virtuale, allora, quel godimento sadico di Dante nell'assistere al terribile dolore del suo antico “vicino di casa” fiorentino, divenuto per sempre il suo nemico mortale?

 

Immagine: Inferno, canto VIII, Incontro con Filippo Argenti. Crediti immagine: Gustave Doré

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