6 dicembre 2019

Il “De profundis” di Oscar Wilde

«Mi è di grande tristezza pensare che il posto dell’amore di un tempo possa venir preso dall’odio, dall’amarezza, dal disprezzo». Così inizia la lettera che Oscar Wilde scrisse da una piccola cella del carcere di Reading Goal. L’imputato è colpevole, la pena è già decisa: Wilde dovrà passare i successivi due anni della sua vita in prigione per aver amato un uomo, Alfred Douglas. Il dandy, il grande esteta, che fino a poco prima viveva tra lusso e opere d’arte, è ora costretto al silenzio. Il De profundis, così si chiama la lettera rivolta ad Alfred e ai posteri, rispecchia appieno le paure più grandi del dandy: il fallimento, la vergogna, la povertà, il dolore, la disperazione, la coscienza che condanna. Oscar non potrà più trascorrere le ore nel suo studio e godere della bellezza dei quadri, delle sculture, delle primissime copie dei suoi stessi libri poggiate sulla sua scrivania.

«Dopo la mia terribile condanna, quando ebbi indossato la divisa da carcerato e le mura della prigione mi si chiusero intorno, rimasi affranto tra le rovine della mia vita mirabile, schiacciato dall’angoscia, confuso di terrore, stordito di dolore». Da quel momento in poi ogni espressione artistica viene bloccata e inizia ufficialmente la rovina dell’artista. L’unica attività che può svolgere in quella piccola cella è scrivere, continuamente, senza sosta, per non essere divorato dal silenzio. Un silenzio, per giunta, che viene descritto nella lettera e che se il lettore provasse a leggere e poi a chiudere gli occhi, immaginando la scena così ricca di malinconia, vedrebbe un uomo dallo sguardo assente chinato su un foglio, e facendo più attenzione sentirebbe un unico, debole, tenue rumore: quello della penna che si muove lentamente sul foglio. Sarebbe possibile anche sentire qualche goccia cadere sul foglio, disperdendo così l’inchiostro ai bordi, perché le lacrime Wilde non le tratteneva. Non si vergognava di mostrare ciò che provava, descriveva perfettamente il fallimento dell’anima dell’artista che diviene schiavo d’amore.

Rivolgendosi ad Alfred con rabbia e rancore, all’inizio della lettera scrive: «Se vi sarà in essa un solo passo che porterà le lacrime ai tuoi occhi, piangi, come piangiamo noi in carcere, dove per le lacrime non esiste distinzione tra il giorno e la notte». Tuttavia, non dà a lui tutta la colpa, almeno non inizialmente. Wilde si rimprovera, si maledice per essere stato così stupido da cadere nella sua trappola e non essere riuscito a liberarsi in tempo dalle catene di quell’amore che, adesso, sono sostituite dalle catene del carcere. Insieme al suo corpo anche l’immaginazione poetica è prigioniera in quella cella: «Mi rimprovero senza riserve la mia debolezza, poiché si trattò soltanto di debolezza […]. Ma nel caso di un artista, la debolezza è poco meno d’un delitto quando si tratti di una debolezza che paralizza l’immaginazione». Può un amore ridurre un artista così? O meglio, può una società condannare un artista per avere amato un’altra persona?

In Inghilterra, agli inizi del Novecento, essere omosessuale voleva dire disubbidire alla legge, e questo non prevedeva soltanto il carcere, ma l’esclusione sociale. Chi parlava con il “colpevole” era accusato di essere suo complice. Immaginate di passare un’intera vita sempre tra la folla che vi osanna come un artista e d’un tratto di non poter più parlare con nessuno perché d’autorità qualcuno ha deciso che non siete liberi di amare chi volete. Nel carcere di Reading Goal Oscar Wilde compì una profonda riflessione sull’esistenza; il dolore, scrive nella lettera, è il sentimento attraverso cui esistiamo, perché grazie adesso diventiamo consapevoli di esistere. Il ricordo delle sofferenze del passato, perciò, è necessario per ricordare chi siamo diventati oggi. Wilde questo lo sa, per questo decide di scrivere il De profundis: ricordare il passato per capire chi voler essere nel presente. Diventare un uomo più profondo è il privilegio di chi ha sofferto, ecco perché decide di volersi circondare solo di artisti che hanno provato un dolore tale da cambiarli per sempre. «Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore […], e la sua bellezza. Il tuo affezionato amico, Oscar Wilde».

 

Immagine: Oscar Wilde. Crediti: Karen Arnold [CC0 Public Domain], attraverso www.publicdomainpictures.net

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