7 giugno 2019

Della poesia che stravolge la storia. Il teatro delle Clarisse di Antonia Capria

Che la poesia possa stravolgere la storia, che possa trattenere il corso degli eventi e restituire al passato un movimento e un ritmo del tutto nuovi, non sembra altro che una disorientante utopia. Anche se, in verità, questo ascendente della poesia sulla storia si riassume soltanto in una questione di tempo, anzi di tempi. Come scrive il poeta Titos Patrikios in uno dei pensieri raccolti nel suo zibaldone, La tentazione della nostalgia (2015): «In poesia prevale il tempo presente del poeta, anche quando risale al tempo passato. Nella storia prevale il tempo passato a cui si riferisce lo storico, anche quando esso si prolunga fino al tempo presente».

Un assunto, quello di Patrikios, che si innerva idealmente nell’opera di Antonia Capria e in particolare nella sua silloge Il teatro delle Clarisse (2017), la raccolta di poesie composte dal 1980 al 2008. I testi dell’autrice nicoterese, infatti, diventano la traduzione in versi di una realtà terragna ancora pura, inalterata, che riverbera nel tempo presente una stagione non corrotta dalla contemporaneità.

 

«Oh, bella estate

popolata di astri

tra il Sagittario e la Vergine,

piena di notti azzurre

al di là del Carro,

sento i dolci canti dei contadini,

e profondi passi di noi

come radici».

(da Son finiti i dolci canti, p. 56)

 

Ma questa incontaminata realtà, che cerca di sopravvivere ricostruendosi di continuo sopra i versi, finisce sempre per svelare la sua natura di ricordo e per lasciare spazio al sentimento di un secolo e di una terra vinti e rassegnati, venati di paure. Cionondimeno Capria, che si confessa ai lettori «prigioniera» delle sue memorie, ci affida le sue consapevolezze ultime con l’amore che ogni prigioniero riserva al proprio aguzzino.

 

«Il fuoco arde

nei boschi del mio pensiero,

il gelso diventa infinito,

ma sulle strade

non passano più

le donne di campagna

ad annunziar la primavera.

Passa la morte

Dell’uomo del Sud

e la sua fine

nell’incendio di questa estate».

(da Son finiti i dolci canti, p. 56)

 

La morte dell’uomo del Sud è una chiara conseguenza del desiderio di fuggire lontano dalla morte stessa: solo partendo, imbarcandosi per mete né sperate né sognate, si può continuare a credere che il paese che si abbandona possieda ancora un’opportunità di resistere. Perché leggenda vuole che prima o poi si farà ritorno e il ritorno segnerà il riscatto e la fine del bisogno di andare via. Intanto, però, mutano i corpi, lungo il viaggio cambiano i volti in una definitiva trasformazione antropologica: si diventa emigranti. In Codice siciliano (1957) Stefano D’Arrigo a proposito del verbo emigrare scriveva: «Gli altri migravano: per mari / celesti, supini, su navi solari / migravano nella eternità. / I siciliani emigrano invece». E Antonia Capria ritorna sulla differenza che distingue il migrare dall’emigrare, aggravando sulla prima vocale di emigrare tutto il dolore e la fatica delle rotte intraprese.

 

«Mi è rimasto il molo

con le ombre stupite,

con le ancore abbassate

e il tuo viso di emigrante

smarrito.

 

Il mare era immenso.

La gente si specchiava

nei secchi dei pesci.

Noi due aspettavamo

di salpare

per tenderci le mani»

(da Il tuo viso di emigrante, p.8)

 

Ed è come se la pena e l’afflizione del viaggio incrinassero completamente la percezione di alcuni ricorrenti e scontati attributi poetici, ad esempio l’aggettivo «immenso» legato al mare. L’immaginario comune vorrebbe che venisse associato alla visione di un’interminabile distesa d’acqua calma, colorata dalle tinte calde del tramonto. Ma la poesia di Capria sfata questi sterili esotismi e riporta l’immensità del mare attraversato dagli emigranti all’idea di un deserto incommensurabile, talmente vasto da incutere su chi naviga il terrore del continuo spaesamento. Il mare, a sua volta, diventa una nemesi per l’uomo del Sud, assume le sembianze di una dea che vuole vendicarsi di una sorta di peccato originario.

 

«Il mare travolge,

lo sento parlare,

urlare, rinchiudersi

nell’onda alta

come un nemico.

[...]

Non ho paura

dei paesi

sulle colline

ma del mare sì».

(da I paesi, pp. 24-25)

 

D’altro canto, per non lasciare l’impressione che Il teatro delle Clarisse dia del presente un’esclusiva proiezione cupa e irredimibile, è necessario che Patrikios termini la riflessione sul rapporto fra poesia e storia che ha dato l’abbrivio a questa breve escursione letteraria. Queste sono le sue parole: «Il tempo della poesia è regolato dalla memoria mobile. Il tempo della storia è determinato dalla memoria stabilizzata». La storia è una serrata sequenza di eventi apparentemente immutabili e determinati, perché già accaduti è lecito pensare che non possano essere fermati. Ma l’uomo ha a disposizione «una memoria mobile», che è il tempo della poesia, una forza perturbante capace di stravolgere la storia, di trattenere il corso degli eventi e di restituire al passato un movimento e un ritmo nuovi. E la poesia di Antonia Capria, di questa «memoria mobile», è l’incontrovertibile manifestazione: il Sud ha sofferto e più volte è stato sul punto di morire, ma finché esisterà la poesia avrà la forza di rinnovare le sue utopie e la perseveranza di frenare persino la storia:

 

«Dicevo… dicevo all’universo:

non torni il giorno,

non torni il domani.

Restino le stelle

sulla nostra vita».

(da Stanotte, p. 100)

 

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