10 dicembre 2018

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

Ricorrono i settant’anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a Parigi il 10 dicembre 1948. Composta da un Preambolo e da trenta articoli, definisce le libertà civili e politiche e i diritti sociali che ogni essere umano possiede sin dalla nascita, sancendone dunque l’universalità ed estendendone per la prima volta la validità a ogni luogo del mondo: per questo motivo rappresenta un passaggio storico fondamentale nella storia dei diritti umani.

La Dichiarazione accoglie in sé i principi fondamentali del giusnaturalismo già presenti nel Bill of rights (1781) americano e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) francese, che nel XVIII secolo avevano rivoluzionato il tradizionale rapporto tra Stato e cittadini: questi ultimi sono portatori per nascita di libertà e diritti che non spetta allo Stato concedere, bensì solo riconoscere e proteggere. Ha inoltre come precedenti più prossimi i Quattordici punti redatti da Wilson nel 1918 e i pilastri delle Quattro libertà enunciati da Roosevelt nella Carta atlantica del 1941. Ma la sua grande novità fu quella di allargare per la prima volta questi principi, a garanzia del loro rispetto, all’intera comunità internazionale, responsabile quindi, in via teorica, della protezione di «tutti i membri della famiglia umana» di qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi tempo, anche contro i loro stessi Stati. In sostanza, per citare un aneddoto espressivo raccontato da René Cassin, Goebbels non avrebbe mai potuto più affermare, come aveva fatto nel 1933 di fronte all’Assemblea della Società delle Nazioni, «noi siamo signori e padroni in casa nostra. Siamo uno Stato sovrano […] Con i nostri socialisti, pacifisti ed ebrei facciamo ciò che vogliamo» senza ricevere un’immediata condanna, di diritto, da parte degli altri Stati.

La Dichiarazione nacque infatti soprattutto dalle ceneri della guerra e, come scriveva nel 1950 Giuseppe Capograssi, «questi testi, ed i principi scritti in questi testi, non sono arbitraria escogitazione di individui o gruppi per quanto autorevoli: sono l’effetto di fondamentali esigenze che l’umanità contemporanea ha sentito e sente in conseguenza delle esperienze a cui è stata sottoposta». Benché informata a principi elaborati nel corso dei secoli soprattutto dal pensiero occidentale – già nel 1947 la Commissione ricevette un memorandum dalla American Anthropological Association per scongiurare il rischio di etnocentrismo, e non sono mancate anche in seguito accuse di essere una delle tante espressioni di “imperialismo culturale” dell’Occidente – rappresentò comunque uno sforzo fino ad allora inedito di trovare punti in comune tra culture diversissime tra di loro, di stabilire un fondamento “filosofico” al valore intoccabile della dignità umana in cui tutti potessero riconoscersi – tra i suoi estensori vi furono, oltre a Eleanor Roosevelt, John Peters Humphrey e Cassin, figure di alta “mediazione culturale” come il cinese Peng Chun Chang e il libanese Charles Malik.

Oggi è tradotta in più di cinquecento lingue ed è alla base di oltre settanta trattati internazionali, nonché della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo istitutiva della Corte europea dei diritti umani.

 

Galleria immagini


0