1 marzo 2021

ACT. Dieci cose che so degli schermi dopo un anno di pandemia

 

Era la fine di marzo di un anno fa quando il terribile shock prodotto su noi tutti dalla pandemia suggerì a Maurizio Ferraris di annunciare la nascita dei Post Coronial Studies. Subito quel post mi sembrò doversi riferire non soltanto a quanto sarebbe accaduto dopo, ma anche a quanto era stato prima, segnalando l’aprirsi della straordinaria opportunità di gettare su quest’ultimo uno sguardo retrospettivo che, mettendo tra parentesi le conoscenze assodate, ci consentisse, tra l’altro, di “reimparare a vedere” almeno qualche profilo dei trent’anni di rivoluzione digitale trascorsi dall’inizio della diffusione di Internet.

Tuttora lo shock prodotto dalla pandemia mi pare aver promosso una sorta di “epochè fenomenologica” sui mutamenti accelerati prodottisi in quei trent’anni nel nostro quotidiano stare al mondo, ed in particolare nei nostri rapporti con gli schermi, consentendoci di “reimparare a vederne” almeno certi aspetti. Ovviamente non è dato sapere per quanto tempo e con quali conseguenze. Ecco comunque alcuni di quegli aspetti che mi sembrano tra i più rilevanti.

 

1. L’ho già scritto, ma non posso che ripeterlo, perché ancora troppo spesso se dici “schermi” ti si risponde “immagini”: gli schermi non sono – né sono mai stati – semplici superfici utili a mostrare o nascondere certe porzioni del visibile dette immagini tra le quali, magari, intrappolarci, come “i nostri atteggiamenti magici premoderni” [1] verso di esse non cessano di farci temere. Pensiamo alla siepe che Leopardi guardava dal colle dell’Infinito e che gli schermava il paesaggio sottostante, stimolandolo a immaginare quanto non poteva vedere [2]. Come quella siepe, in ogni epoca gli schermi hanno operato una certa distribuzione del visibile e dell’invisibile (storicamente, culturalmente e tecnologicamente determinata), ad essa esponendoci e insieme da essa proteggendoci per evitarcene gli eccessi, in ogni caso di volta in volta istituendo relazioni e perciò aprendo esperienze mediate. Insomma, anziché come semplici superfici, gli schermi hanno sempre funzionato da interfacce, se è questo che mettere in relazione sottintende [3].

 

2. Con la rivoluzione elettronica e poi con quella digitale, gli schermi sono via via diventati appunto le principali interfacce visuali della nostra comunicazione, nel frattempo sviluppandola però in senso multimodale. Proprio tale sviluppo è oggi sottoposto ad un crescente impulso. Basti pensare – ed è già molto significativo – al successo di prodotti culturali appositamente concepiti per essere ascoltati tramite dispositivi connessi e dotati appunto di schermo, come audiolibri, podcast, video ASMR o – esempio tanto recente (per l’Italia) quanto eclatante – il social network per sole voci Clubhouse. Ma si pensi anche ad altri dispositivi, per ora utilizzati soprattutto nell’ambito dei video-giochi o in quello della riabilitazione fisica tramite realtà virtuale, che riproducono sollecitazioni tattili od olfattive: è il caso di https://feelreal.com/.

 

3. Abbiamo avuto bisogno dello shock della pandemia di Covid-19 – ripeto: all’incirca trent’anni dopo l’inizio della diffusione di Internet – per renderci collettivamente conto di certe possibilità aperte dall’uso dei nostri schermi. Allora non ci siamo più limitati a scambiarci foto di cibo prima di assaggiarlo, ma abbiamo preso a consumarlo insieme grazie agli schermi. Ma la possibilità di impiegarli in questo modo c’era già. Perché non l’abbiamo sfruttata prima? Mi pare sia culturalmente rilevante domandarsene le ragioni. Non sarà che, piuttosto degli schermi, il problema sia il nostro vecchio pregiudizio metafisico che ci fa pretendere di poter separare e tendenzialmente preferire ciò che consideriamo “realtà” da quanto di volta in volta chiamiamo “apparenza”, “ideale”, “immaginario” o “virtuale”? Come se l’una e gli altri non si richiamassero a vicenda in continuazione, smentendo così di essere davvero divisi? Durissimo da scalfire, quel pregiudizio. Però, dopo vari confinamenti da pandemia, non sarà facile tornare all’idea degli schermi come pareti di caverne o di prigioni che ci rinchiudono nella trappola delle immagini escludendoci dalla cosiddetta realtà.

 

4. Ovviamente il ritardo culturale richiamato al punto precedente non riguarda comunque la sola esperienza collettiva. Sviluppatisi proprio sulla spinta della rivoluzione digitale, gli screens studies si sono tuttavia concentrati prevalentemente sullo statuto del loro oggetto di studio proprio quale superficie per mostrare o nascondere immagini, confinandosi così in un’ottica riduttivamente imagocentrica che finisce per rivelarsi ben lontana dalla multimodalità delle nostre esperienze schermiche attuali o prossime venture. 

 

5. Anche certi visual culture studies non hanno saputo cogliere e mettere in risalto lo statuto di interfacce visuali innestate su dispositivi di relazione multimodali che gli schermi elettronici e poi digitali andavano progressivamente evidenziando. In tal modo, troppo spesso anche quegli studi si sono concentrati su una considerazione ristretta della visualità e delle sue mutazioni. Significativamente, essi hanno allora isolato tale ambito d’indagine da quello, complementare, riguardante le parallele mutazioni che l’uso degli schermi ha introdotto nei nostri rapporti con la lingua scritta e parlata, favorendo una “rinascita delle parole” [4]. Insomma, anche quegli studi hanno prevalentemente considerato gli schermi appunto quali superfici che mostrano o nascondono quelle porzioni del visibile che chiamiamo immagini, come se le parole scritte da essi veicolate non fossero a loro volta “una modulazione dello spazio visibile” [5]. E come se la scrittura stessa non si fosse a sua volta avviata verso il sincretismo additato da Montani per indicare come essa vada sempre più integrando immagini fisse e in movimento, oralità ed altri suoni [6]. Proprio assumendo un’ottica strettamente imagocentrica, invece, in parecchie occasioni i visual studies si sono lanciati in poco meditate fughe in avanti per pronosticare il dispositivo visuale che avrebbe soppiantato gli schermi stessi, ritrovandolo invariabilmente nei devices per la realtà virtuale, già indicati da Manovich nel 2001 [7]. Del resto, la logica che conduce a queste conclusioni sembra piuttosto lineare: la rivoluzione digitale ha prodotto il pictorial o l’iconic turn, inteso genericamente come «una svolta dal linguaggio all’immagine», la quale a sua volta ha dato luogo ad una «proto-disciplina di recente invenzione chiamata visual culture o visual studies», scriveva Mitchell nel 2008. Ed è appunto un’ottica simile che da un lato vedrà nell’evoluzione e nella moltiplicazione degli schermi prodotte dalla rivoluzione digitale il semplice pendant del nuovo statuto e della proliferazione delle immagini, dall’altro si domanderà quali future tecnologie ce ne potranno fornire una fruizione più immersiva, concludendo che l’avvento di queste ultime metterà da parte l’uso degli schermi stessi. Ecco il rischio di guardare ad essi dall’esclusivo punto di vista delle immagini, come in fondo fanno Steven Spielberg e Alejandro Gonzáles Iñárritu quando sembrano identificare nel superamento del frame cinematografico la fine degli schermi in quanto tali.

 

6. Guardare a questi ultimi non dalla prospettiva di un regista cinematografico, ma da quella di una pandemia ci ha fatto reimparare a vedere la funzione da cui deriva etimologicamente il loro nome, e che anche Leopardi ne L’Infinito implicitamente evocava: proteggere. Una funzione che abbiamo imparato a riconoscere in molte esperienze vissute al tempo del Covid-19, in cui essa non solo non s’incentra sulle immagini, ma nemmeno si collega necessariamente alla dimensione visuale. La ritroviamo infatti nell’uso delle mascherine sanitarie quanto nel ricorso ai cosiddetti “gesti-barriera”, come tossire o starnutire nell’incavo del proprio gomito, constatando allora che tale funzione protettiva è esercitata anzitutto dal nostro corpo, il quale anche per questa via rivela dunque il suo statuto di proto-schermo.

 

7. In una simile prospettiva, lo stesso impiego degli schermi quali interfacce visuali di dispositivi digitali connessi non poteva che riorientarsi. Perciò si torna a leggere con nuova attenzione la notizia, diffusa già da qualche anno, delle sperimentazioni in corso in Germania per il perfezionamento di schermi tattili che funzionano senza contatto, in quanto includono rilevatori dei movimenti o dell’umidità del corpo di chi sta loro di fronte. 

 

8. Proprio per i motivi sin qui esposti ritengo importante e urgente sviluppare una ricerca transdisciplinare che si concentri sullo studio non degli schermi, ma delle esperienze schermiche multimodali presenti e prossime venture, nella convinzione della loro perdurante centralità e della loro decisiva influenza sul più ampio raggio delle nostre interazioni sociali.

 

9. Quella sorta di “epochè fenomenologica” che l’emergenza dovuta alla pandemia ha prodotto sul modo di considerare le nostre esperienze schermiche mi pare mostrare con grande evidenza che guardare ad esse dal punto di vista degli studi di cinema, media, letteratura o estetica rischia fortemente di tagliar fuori dalla visuale una parte cruciale degli elementi che le caratterizzano e che stanno influenzando in modo decisivo il mutare delle nostre strutture antropologiche.  

 

10. Per cercare di evitare questo rischio potremmo anzitutto accogliere il suggerimento di Kevin Kelly di definire “visualizzare (screening)” – ovviamente in un’accezione storicamente determinata di tale verbo – il peculiare rapporto che tendiamo attualmente a stabilire con gli schermi [8] e che include «leggere le parole, ma anche guardare le parole e leggere le immagini», purché si sottolinei che la peculiarità di quel rapporto tende a investire, trasformare e ibridare tra loro tali attività, tanto percettivamente quanto affettivamente e cognitivamente:

 

«Su uno schermo, le parole sono in movimento, si fondono in immagini, cambiano colore e forse perfino significato; a volte le parole non ci sono proprio, ma solo figure o diagrammi che potrebbero essere decifrati in significati diversi. Questa liquidità è terribilmente inquietante per qualunque civiltà basata sulla logica del testo» [9].

 

Già ho sottolineato però che sempre meno le esperienze schermiche digitali risultano riducibili a un rapporto meramente “visuale”, sia questo ristretto alle immagini o allargato ai testi. Si tratta perciò di dettagliare la descrizione delle molteplici declinazioni che esso di volta in volta assume all’interno di tali esperienze, nonché di articolarla con quella delle concomitanti forme espressive multimodali. Appare comunque prevedibile che, «proprio come cinque secoli fa sarebbe sembrato strano vedere qualcuno leggere in silenzio […], in futuro ci sembrerà strano guardare uno schermo senza che qualche parte del nostro corpo risponda ai contenuti» [10].

 

[1] W.J.T. Mitchell, Che cosa vogliono le immagini? (2005), trad. it. di S. Pezzano, in Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, a cura di A. Pinotti, A. Somaini, Raffaello Cortina, Milano 2009, p. 102.

[2] «Ma sedendo e mirando, interminati / Spazi di là da quella, e sovrumani / Silenzi, e profondissima quiete / Io nel pensier mi fingo; ove per poco / Il cor non si spaura».

[3] Cfr. B. Hookway, Interface, The MIT Press, Cambridge (MA) 2014, pp. 13-15.

[4] K. Kelly, L’inevitabile. Le tendenze tecnologiche che rivoluzioneranno il nostro futuro (2016), trad. it. di A. Locca, Il Saggiatore, Milano 2017, p. 95.

[5] «La parola letta è una modulazione dello spazio visibile», ricorda M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione (1945), trad. it. di A. Bonomi, Il Saggiatore, Milano 1965, 19803, p. 200.

[6] Cfr. P. Montani, Emozioni dell’intelligenza. Un percorso nel sensorio digitale, Meltemi, Milano 2020, p. 9.

[7] Cfr. L. Manovich, Il linguaggio dei nuovi media (2001), tr. it. di R. Merlini, Olivares, Milano 2002, p. 132.

[8] Kelly sceglie screening, reso in italiano con “visualizzare” (su schermo), come uno dei dodici verbi che definirebbero le tendenze tipiche dell’era digitale, precisando che si tratta appunto di «una nuova attività, con nuove caratteristiche» (K. Kelly, L’inevitabile, cit., p. 95).

[9] Ibid., p. 94.

[10] Ibid., p. 109.

 

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