7 maggio 2020

Diplomazia culturale

 

L'evoluzione moderna delle relazioni internazionali oscilla tra multilateralismo e bilateralismo, tra spinte alla cooperazione e affermazione di una primazia nazionale. La svolta multilateralista del XX secolo, attuata in risposta alle tragedie belliche mondiali, ha condotto ad una governance più condivisa dell’agenda globale e delle sfide ad essa collegate, senza però eliminare la tensione degli Stati a manifestarsi come volontà di potenza, iscritta nel loro patrimonio identitario. Nel pensiero antico, il πόλεμoς (pòlemos) indicava una legge universale, applicata talora nella forma distruttiva della guerra, altre volte in quella fondativa di una contesa naturale fra entità contrapposte. La temperie politica odierna ha favorito l’emergere di una connotazione soft del potere, riconducibile al pensiero teorico del professor Joseph S. Nye, Jr. dell’Harvard Kennedy School of Government. L’abilità di attrarre, persuadere e portare all’acquiescenza configura una modalità di esercizio del potere statuale più consona agli schemi collaborativi sottesi alla globalizzazione, nonché a matrici culturali ostili all’uso della coercizione come strumento per regolare le contrapposizioni fra Stati. D’altra parte, in un mondo nel quale la conquista territoriale non rappresenta più un’ipotesi percorribile di espansione egemonica, il soft power culturale veicola la spinta degli Stati all’esercizio di un potere e di un’influenza internazionale, ottenuti mediante il perseguimento di primati pacifici.  Da questo punto di vista, la diplomazia culturale evoca sempre un’idea di futuro delle relazioni internazionali. Essa infatti, sebbene preordinata a generare influenza, tende al rispetto della diversità e rappresenta quindi uno strumento privilegiato per costruire solide reti di alleanze.

 

L’inclinazione ad avvalersi della cultura, nelle sue varie espressioni, come strumento di affermazione di un modello identitario, è un dato storico ricorrente. Lo ritroviamo, solo per fare qualche esempio, nella Roma imperiale, nella magnifica Venezia del tardo medioevo e soprattutto nella Firenze rinascimentale, patria di un fermento artistico-culturale unico nella storia del genere umano, grazie al quale i Medici divennero la famiglia più potente d’Europa. Successivamente, durante l’espansione britannica, spagnola e portoghese, l’effetto moltiplicatore dell’influenza culturale di Londra, Madrid e Lisbona venne garantito dagli stretti legami con le colonie d’oltremare. Nel XX secolo toccò agli Stati Uniti, divenuti nel frattempo prima potenza a livello mondiale, consolidare le peculiarità dell’ethos americano e le usanze dell'American Way of Living, avvalendosi del cinema e di altre espressioni artistico-culturali.

 

Nell’ultimo scorcio di storia, la diplomazia culturale - liberata dal retaggio che la relegava a funzioni ancillari - ha trovato una sistemazione organica all’interno della politica estera, rivelandosi in forme diverse. Nei rapporti fra gli Stati, innanzi tutto, la sua importanza è aumentata nella misura in cui l’uguale dignità riconosciuta alle identità nazionali è stata proclamata requisito di base per la costruzione di una pacifica convivenza sociale. Aprendo spazi di dialogo in grado di favorire solidarietà, rispetto e collaborazione, la cultura sintonizza i governi su relazioni meno conflittuali, ed articola alleanze fondate su pluralismo etnico, interazione fra i popoli e sviluppo sostenibile. Non a caso, l’Agenda 2030 dell’ONU la inserisce a pieno titolo fra i 17 Sustainable Development Goals, attribuendole giusta rilevanza in un sistema internazionale ispirato a pace, collaborazione e sicurezza collettiva. Da qui, l’opportunità di azioni diplomatiche volte a creare condizioni propizie per un’armoniosa interazione delle diversità culturali, nonché per superare ogni forma di esclusione o discriminazione. D’altro canto, buona parte della contesa geopolitica globale avviene già, ed avverrà sempre più, sottoforma di contrapposizione fra modelli culturali, che a loro volta custodiscono i valori dai quali dipendono forza attrattiva e influenza internazionale di un Paese.

 

Il grado di maturazione della diplomazia culturale, tuttavia, non si manifesta soltanto nelle relazioni fra gli Stati, come poc’anzi osservato, ma anche nella promozione dello Stato. Concepita nel quadro di una strategia di promozione sistemica, la cultura può liberare un potenziale enorme a supporto delle politiche di crescita del Paese. Lavorando su livelli percettivi diversi da quelli politici, e su riferimenti cognitivi più ampi di quelli economici, la diplomazia culturale contribuisce a consolidare elementi fiduciari stabili e profondi. Compito del decisore politico e dell’attore diplomatico, pertanto, è quello di elaborare una cornice strategica che consenta di esprimere appieno la “potenza intrinseca” dello Stato, trasformando in dividendo politico ed economico il capitale di immagine e reputazione generato dalla cultura. Per farlo, occorre maturare la consapevolezza che la cultura diventa risorsa spendibile ai fini del posizionamento internazionale di un Paese non tanto se genericamente indicata come tale, ma in quanto riconosciuta elemento strutturale di una precisa identità competitiva, pensata e attuata in forma strategica. Un principio universale, che diventa ineludibile, quasi “moralmente vincolante”, per i Paesi dotati di uno straordinario patrimonio storico-artistico, archeologico e paesaggistico, nonché della creatività necessaria a trasformarlo in valore tangibile.

 

In questa chiave interpretativa, la diplomazia culturale agisce come espressione di un soft power preordinato all’interesse nazionale, esercitato, in primis, dai Ministeri degli Esteri, dalle loro reti diplomatico-consolari e dalle altre istituzioni preposte. Tuttavia, per essere efficace, quel potere va esercitato aprendo la promozione culturale al contributo dinamico ed innovativo offerto da soggetti diversi dallo Stato, pubblici e privati, profit e no profit. Tali entità, espressione di ricchezza e dinamismo del tessuto nazionale, sono dotate di una visione diversa da quella governativa e, proprio in virtù di tale diversità, possono contribuire in modo rilevante alla complessa opera di posizionamento del Paese nelle geografie della competizione globale.

 

La diplomazia rappresenta dunque un veicolo formidabile per coniugare la vitalità dell’economia creativa di un Paese e la forza attrattiva del suo patrimonio intangibile, attraverso il coordinamento armonico di valori, espressioni culturali e scelte di politica estera. Tali finalità chiamano in causa il cosiddetto “potere integrativo” attribuito alla diplomazia. Spetta a lei, infatti, il compito di concertare la proiezione internazionale del Paese e potenziarne la capacità competitiva, avvalendosi anche delle rappresentazioni - materiali ed immateriali - del suo patrimonio culturale. In questo processo di creazione del valore condiviso, l’impresa si propone come alleato nuovo e vitale dell’attore istituzionale.  Non si tratta soltanto di investire in cultura. Superata l’idea del semplice mecenatismo, le aziende hanno compreso l’importanza di integrare un insieme di fattori culturali nei propri modelli di business, per moltiplicare il differenziale competitivo. Vi è poi, da parte del settore privato, una maggiore consapevolezza circa l’opportunità di sostenere la promozione culturale come volano per uno sviluppo economico dell’intera comunità, nonché come vettore privilegiato per la penetrazione e la conquista di nuovi mercati.

 

Muovendo dall’opportunità di concepire il “bene culturale”, di qualunque natura, non in quanto oggetto a sé stante, ma come elemento peculiare di un più ampio contesto storico e geografico(1), la diplomazia culturale convoglia il contributo di tutti gli attori del sistema nazionale verso la realizzazione di obiettivi condivisi, assumendosi la responsabilità istituzionale e manageriale di trasformare l’intero patrimonio del Paese in un valore narrato al mondo in maniera unitaria e potente. 

 

(1) La riflessione è riconducibile all’idea del giudice emerito della Corte Costituzionale italiana, prof. Sabino Cassese, di concepire la cultura come diritto fondamentale dell’uomo, e quindi all’esigenza di una sua visione unitaria del concetto

 

 

Immagine: Hans Holbein. Crediti: Public domain                      

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0