9 novembre 2018

Donne al fronte nella Prima guerra mondiale

«What on Earth is mother doing here?»

(Telegramma inviato dalla Francia nel 1917 dal soldato americano Stanley Rinehart Jr. a suo padre)

 

In un “ottimistico” manifesto di propaganda del 1914, sotto la scritta «Women of Britain say “Go!”», due donne abbracciate e un bimbo osservano i soldati partire per il fronte dalla finestra di una casa: la casa in cui, presumibilmente, avrebbero atteso il loro ritorno. Con il procedere del conflitto, però, la propaganda dovette cambiare linguaggio e inedite immagini di lavoratrici e infermiere di tutte le età iniziarono a esaltare il grande sforzo che anche le donne stavano compiendo: una celebrazione che durava almeno fino a quando non tornava utile umiliare i renitenti alla leva paragonandoli a “femminucce”, come in una locandina americana del 1917 in cui una ragazza ammiccante in divisa da Marines esclamava «Gee!! I Wish I Were a Man!» – come a dire, addirittura le donne vorrebbero arruolarsi, sei più vigliacco di loro?

Anche oggi, parlando del contributo delle donne alla Grande guerra, che si concluse l’11 novembre 1918 con la firma dell’armistizio da parte della Germania, si pensa soprattutto alle loro funzioni suppletive nel processo produttivo o ai ruoli assistenziali nelle retrovie. Ma non fu sempre e per tutte così. Alcune di esse, malviste e ostacolate, vollero raggiungere i diversi fronti, per testimoniare in prima persona, per non separarsi dai loro cari, o per combattere. Covarono le stesse illusioni dei maschi e come loro vissero l’infrangersi delle proprie aspettative contro la totale insensatezza di quella carneficina.

La scrittrice francese Colette seguì il marito di stanza a Verdun, e da lì inviò un reportage, che non passò la censura, sul fenomeno delle spose al fronte che vivevano nascoste per non essere rincasate. Corrispondenti di guerra furono anche le americane Edith Wharton, autrice dell’Età dell’innocenza e prima donna a vincere un Pulitzer, dalla Francia; Peggy Hull, prima giornalista accreditata dal dipartimento dell’American Expeditionary Forces, da Francia e Siberia; Nellie Bly, che inviò i suoi reportage al New York Evening Journal dalla Serbia; Mary Roberts Rinehart, la famosa scrittrice di gialli, dal Belgio, per il Saturday Evening Post.

L’inglese Flora Sanders partì come infermiera e riuscì poi a farsi arruolare nell’esercito serbo, raggiungendo il grado di capitano, e la mitica eroina rumena Ecaterina Teodoroiu partì per raggiungere il fratello, rimase per vendicarne la morte ma cadde nel 1917. Pur di abbracciare le armi, si travestirono da uomini tra le altre l’austriaca Viktoria Savs, che non voleva separarsi dal padre, l’inglese Dorothy Lawrence, e varie russe, spesso educate nella tradizione cosacca, come Marina Yurlova, che avrebbe poi continuato a combattere nell’Armata bianca per infine fuggire negli Stati Uniti.

Ma il caso più rivoluzionario di tutti fu quello della russa Marija Bochkareva, detta Ashka, che ottenne da Kerenskij di farsi affidare un’unità di fanteria interamente femminile, battezzata con il nome altisonante di “Battaglione della morte delle donne”, che combatté a Smorgon, in Bielorussia, nel luglio del 1917. La sua storia, che entusiasmò femministe come l’americana Louise Bryant, che era in Russia con il marito John Reed a testimoniare la Rivoluzione, e la suffragetta inglese Emmeline Pankhurst, e che, ancora recentemente, è stata presentata come un caso di studio utile a dimostrare che le donne sono abili anche sul campo (Susan R. Sowers, Women Combatants in World War I. A Russian Case Study, 2003), fu in realtà assai triste. Benché infatti le circa 200 donne fossero state da lei duramente addestrate e anche esteticamente assimilate agli uomini con un lavoro di rasatura, e si fossero fatte valere in battaglia, dovettero scontrarsi con l’atroce misoginia dei compagni, che le chiamavano “le cagne di Kerenskij”, e l’abbrutimento e l’indisciplina delle truppe, tanto che l’unità venne presto smobilitata. Ashka si unì quindi all’Armata bianca, e riuscì a fuggire poi negli Stati Uniti, dove ebbe l’appoggio dell’ambiente femminista e incontrò anche Wilson, e poi in Gran Bretagna, dove riuscì a farsi finanziare il rientro in patria per organizzare una nuova iniziativa militare. Fu, però, giustiziata dai bolscevichi nel 1920, lasciando un libro di memorie che aveva dettato, poiché era analfabeta, a un connazionale durante il soggiorno americano.

 

Crediti immagini, da sinistra: da Unknown author [Public domain], attraverso Wikimedia Commons; da Haskell Coffin (Library of Congress) [public domain], attraverso wikipedia.org; da Henry George Gawthorn (1879-1941) (http://www.firstworldwar.com/posters/uk3.htm) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons; da E.J. Kealey, Parliamentary Recruiting Committee, Hill, Siffken & Co. (L.P.A. Ltd.) (Te Papa Tongarewa, The Museum of New Zealand) [public domain], attraverso wikipedia.org

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