18 aprile 2021

Donne, parole da inventare e storie da riscrivere

 

Nel 1975 Cloti Ricciardi, artista e attivista romana, dedica alle compagne del movimento femminista e a tutte le donne Alfabeta, un libro composto da 21 fotografie, una per ogni lettera dell’alfabeto, fronteggiate sulla pagina accanto da una serie di parole. Le avvertenze sono chiare: «Immagini da cui cominciare a inventare nuove parole e parole da cancellare, eliminare, sostituire». Si tratta, cioè, di un dispositivo semantico in grado di fornire alle sue fruitrici una piena autodeterminazione a partire dalle immagini e dalla decostruzione di un lessico patriarcale. Autorità, benpensante, casalinga, decenza, fallocratico, gerarchia, hitlerismo, martire, nazionalista, paternalismo, razzismo, scomunica, teocrazia, zitelle: dalla A alla Z c’è una rivoluzione da mettere in atto, sotto l’egida di un pantheon di donne – da Amelia a Zita – compagne di lotta e di vita. Le parole da emendare narrano di abusi e stereotipi centenari, poteri incontrovertibili e politiche dittatoriali, mentre quelle da inventare sono associate agli sguardi fieri e luminosi delle coraggiose signiferae del cambiamento.

Protagonista – come afferma la professoressa Silvia Bordini – è l’esigenza di contenuti nuovi: parole non scritte, parole da inventare. Il fascino dell’operazione concettuale di quest’opera risiede infatti nel non detto, nell’invito a pensare qualcosa che ancora non ha forma. La grande sfida è, allora, immaginare qualcosa di cui non si conosce la parola: formulare un proprio personale vocabolario. Un’operazione di rielaborazione che, a pensarci, corrisponde inevitabilmente alla riscrittura di una storia (e della Storia) privata e collettiva, in cui le donne condividono lo stesso destino degli uomini, senza soprusi e prevaricazioni.

L’invito a riconsiderare la potenza attuativa del linguaggio, questa volta ulteriormente scomposto nelle sue unità minime, proviene anche da Tomaso Binga, pseudonimo di Bianca Pucciarelli, autrice di poesia visiva, sonora e performativa e dal suo Alfabetiere Murale del 1976. Ispirandosi alle graziose tavole che si usano nelle scuole elementari per insegnare a leggere e a scrivere, nei suoi Alfabetieri Binga si serve del proprio corpo nudo, libero da sovrastrutture, per dare peso e forma alle lettere dell’alfabeto. La certezza è una e una sola: la lingua è sempre anche corpo.

È allora possibile porre le basi per un nuovo auspicabile inizio, proprio a partire dalla lingua? Del resto, se il confronto critico con il linguaggio, inteso come strumento del potere maschile, non è insolito nelle opere di artiste come Cloti Ricciardi, Tomaso Binga, Nicole Gravier, Ketty La Rocca, Libera Mazzoleni e Verita Monselles, ancora oggi sono tanti i nodi irrisolti.

Non si sono ancora esauriti gli accesi dibattiti che, nel 1987, hanno convinto Alma Sabatini a pubblicare Il sessismo nella lingua italiana, volume il cui merito è stato sicuramente quello di portare il dibattito sociolinguistico, tramite la stampa, al grande pubblico. Né sembra essere superato da una certa opinione pubblica quel cosiddetto “complesso di Michelangelo”, che vedrebbe le artiste (“le artiste donne”) battersi in una estenuante lotta per il giusto riconoscimento, oppresse da un inguaribile senso di inferiorità nei confronti del divino artista uomo.

La lingua non è neutra nella mente dei parlanti, lo vediamo quotidianamente nella forte resistenza alla femminilizzazione dei sostantivi e alla preferenza dell’uso del maschile con funzione neutra, oltre che collettiva e indeterminata, così come, a livello macroscopico, con l’impiego di aggettivi e sfere semantiche in grado di determinare e caratterizzare inequivocabilmente i due sessi. L’ormai celebre esercizio per bambini «La mamma cucina, il papà lavora» rappresenta solo la punta dell’iceberg, anzi, suscita quasi tenerezza per la sua lucida coerenza. Ricorda tanto quell’opera di Marcella Campagnano, L’invenzione del femminile: Ruoli (1974-80), in cui, di fronte all’occhio – maschile e voyeuristico – della macchina fotografica, si fa immortalare travestita, scatto dopo scatto, seguendo come da copione i Ruoli delle donne: la Madre, la Prostituta, la Sposa, la Casalinga…

L’impostazione “androcentrica” della lingua – da cui si evince anche l’inutilità dei pleonasmi al maschile, come artista-uomo – riflettendo una situazione storicamente situabile, ha permesso che giudizi intrinseci alla parola ridimensionassero, colorassero in un certo modo e, in definitiva, penalizzassero i ruoli raggiunti dalle donne. Ma la portata dell’emergenza, oggi, chiama in causa tutti noi e fa sorgere una nuova consapevolezza: esiste un legame tra le ingiustizie che viviamo e le parole che sentiamo, pronunciamo o lasciamo che gli altri pronuncino. Il riconoscimento dei ruoli passa dalle parole, l’inclusione è fatta di parole, il rispetto è esso stesso parole.

Se la rivoluzione, come quella di Cloti Ricciardi e le altre, deve partire dal linguaggio, troviamo, allora, il coraggio di intervenire sul reale, sabotandone le strutture patriarcali e inaccettabili e, al tempo stesso, proponiamo una significativa pars costruens: edificare nuovi binari su cui far viaggiare il pensiero.

 

Immagine: La statua Fearless Girl di Kristen Visbal con indosso un colletto di pizzo in omaggio alla giudice Ruth Bader Ginsburg, New York, Stati Uniti (22 settembre 2020). Crediti: Jennifer M. Mason / Shutterstock.com

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