24 febbraio 2014

Dopo il Festival di Roma, Tir arriva al cinema

“La mia urgenza era quella di raccontare il conflitto che vive un padre di famiglia costretto ad assentarsi da casa per mantenere la famiglia. Nel camionista vedevo la metafora migliore per raccontare questa lacerazione.” Il padre in questione è Branko, ex-insegnante sloveno, ora camionista per una ditta di trasporti italiana. Branko ha deciso di cambiare lavoro perché il suo nuovo stipendio è circa quattro volte maggiore del precedente, ma questa scelta sta logorando lentamente i suoi rapporti con la famiglia, rimasta a Rijeka: una moglie triste e distante e un figlio senza riferimenti, in costante bisogno di aiuto economico. Il 27 febbraio arriva nelle sale Tir, il film – a metà tra fiction e documentario – già vincitore della passata edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Frutto di ben cinque anni di ricerche – è proprio il caso di dirlo – on the road, Tir è inevitabilmente figlio di tutti i personaggi che il regista Alberto Fasulo (alla sua seconda opera) ha incontrato nel corso delle sue peregrinazioni in solitaria, a bordo di autocarri e autoarticolati. Personaggi legati a doppio filo con il proprio lavoro, e perciò con il loro mezzo di trasporto, di cui Branko presenta un ritratto a metà tra rappresentazione simbolica e realismo. Il protagonista di Tir dorme, mangia e si lava sul camion, che anche in virtù della sua dimensione appare come un monolito verso il quale Branko nutre un sentimento conflittuale. A seconda delle circostanze, infatti, il tir appare a volte come una casa, a volte come un recinto: il dinamismo delle autostrade finisce con il contrapporsi allo spazio asfissiante dell’abitacolo, mentre la possibilità di osservare posti sconosciuti si trasforma velocemente nella condanna alla monotonia del cemento che scorre sotto le ruote. Grazie a un bilanciato mix di finzione e realtà, e soprattutto grazie al valore inestimabile di un materiale collezionato in sei lunghi mesi (passati in autostrada con due fonici), Fasulo dirige un ibrido cinematografico di rara delicatezza e crudeltà. Impietoso nel sottolineare gli aspetti inumani (a volte schiavizzanti) della vita dei camionisti, soprattutto stranieri, ma capace di emozionare con esempi di determinazione, forza di volontà, bontà d’animo, e una certa dose di cieco, disperato, ammirevole eroismo.


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