16 gennaio 2017

Dove va l’arte quando esce dai musei?

E se decidessimo, davvero, di vivere seguendo le parole del poeta vate: “Fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”, allora, dobbiamo cominciare col fare delle opere d’arte la nostra vita.

Vivere, però, non è sempre l’idillio che si immagina. La vita trascorre tra contrattempi, fatica e affanni, in rincorse e attese, abitudine e monotonia. Raramente possiamo fare quello che ci piace, ma siamo comunque responsabili di ciò che facciamo. Anche l’arte, d’altro canto, sembra poco raggiungibile, tenuta sotto chiave nei musei, sempre più al servizio del mercato, legata inesorabilmente al pagamento di un ticket, esclusivo intrattenimento di chi ha tempo. Ma, fare delle opere d’arte la propria vita è innanzitutto guardarsi intorno, significa fermarsi a pensare e prendere coscienza che quotidianamente camminiamo per le strade, tra palazzi e piazze in cui il tempo della storia non è finito, ci fermiamo a bere l’acqua dalle fontane scolpite dal genio dei grandi maestri, ci sediamo sulle scale del sagrato delle chiese che furono templi greci e poi romani, accarezziamo le statue perché conosciamo le loro storie e con il naso all’insù osserviamo le lastre in marmo che attestano la presenza di qualche illustre personaggio in città. Ci accorgiamo che la città muta con il mutare dei nostri pensieri, ci meravigliamo se nelle stazioni della metropolitana della linea 1 di Napoli troviamo custodite molte delle opere d’arte dei più famosi artisti internazionali del ‘900. Meglio di un museo, tutti i giorni, le opere interagiscono con i viaggiatori, a cui, in quel momento, interessa solo partire e andare, ma per uno sguardo, come per gli innamorati, nasce una relazione di impressioni e ricordi, che può continuare fin dove arriva il piacere della conoscenza. Funzionalità e armonia. L’arte organizza le nostre giornate come se fossimo tutti artisti. Di questo paradigma tra vita e arte parlò anche l’artista Gino de Dominicis, quando gli chiesero quale fosse la sua posizione sull’arte contemporanea rispose: “In piedi se devo dipingere formati grandi, seduto se devo dipingere formati piccoli”. L’arte può fondare nuove città, in luoghi generalmente di passaggio, sotterranei come le stazioni della metropolitana che nell’immaginario collettivo figurano come posti asettici e privi di sentimenti. Spazi da tutti frequentati quotidianamente ma che non dicono nulla di nessuno, né un ricordo, né una traccia; ma con la forza dell’arte possono diventare il salotto della città, il luogo degli scambi, degli incontri, delle attese dei lavoratori, del riposo dei turisti, dove tutti inesorabilmente si trovano ad ascoltare la stessa lingua, quella della bellezza. E così che possiamo specchiarci nei quadri di Michelangelo Pistoletto, interagire con i suoi personaggi, sempre lì, con noi, per tenerci compagnia nella stazione Garibaldi. Alla fermata Università, invece, il pavimento a losanghe è formato da piastrelle tridimensionali che ci accompagnano fino all’uscita dove, prima dell’ultima rampa di scale, spunta l’immagine di Dante e Beatrice, a ribadire il legame sentimentale con il passato ma anche a ingentilire gli animi. Di eccezionale sensibilità è l’intervento dell’artista Jannis Kounellis nella stazione Dante. Alla fermata Municipio si va a spasso nel tempo. La piazza ipogeo incontra il vecchio porto della città di Neapolis, l’antico diventa contemporaneo, le mura e i reperti archeologici da secoli sotterrati ci vengono restituiti come autentiche tracce di civiltà. Quotidianamente scorrazziamo da una parte all’altra della città, e senza accorgercene arricchiamo il nostro bagaglio interiore di impressioni, emozioni, idee e opere d’arte, perché - come dice Borges - “secoli di secoli e solo nel presente succedono i fatti…tutto ciò che realmente avviene, avviene a me”.

 


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