11 settembre 2014

Ebola, un biologo accusa Big Pharma

Il perché non fosse stato ancora sviluppato un vaccino per contrastare la pandemia di ebola lo sospettavano tutti. La verità è che serviva qualcuno in grado di prendersi il disturbo e la responsabilità di dire “il re è nudo”. Un qualcuno ovviamente titolato a farlo. Ecco, trovarne uno più titolato del professor Adrian Hill dell’università di Oxford non è facile. L’accusa dello scienziato, lanciata nel corso di un'intervista al quotidiano inglese The Indipendent, è pesante.

Secondo Hill, a cui la Gran Bretagna ha affidato la creazione di un vaccino sperimentale anti-ebola, la ragione per cui una cura non è stata subito disponibile è determinata da cause economiche e non da un’effettiva difficoltà nell’individuarla. In altre parole, il vaccino non rappresentava un “business case” e quindi non ci si è investito. GlaxoSmithKline (GSK), Sanofi, Merck e Pfizer: Hill chiama in causa “Big Pharma” al completo. “La diffusione del virus, che finora è costata la vita a oltre 2000 persone in Africa occidentale - spiega- sarebbe potuto essere stroncata sul nascere se il vaccino fosse stato sviluppato e accumulato prima”. Un vaccino “tecnicamente più fattibile di quello per altre malattie difficili e più diffuse, come la tubercolosi, l'HIV e la malaria, che però ricevono più finanziamenti”. Ed ecco il punto. “Oggi le scorte di vaccini sono monopolizzate da 4 -5 grandi aziende – afferma il professore – Il problema è che, anche se c’è un modo di fare un vaccino, a meno che non ci sia un grande mercato, le major decidono che non ne vale la pena”. Come per il caso ebola. “Non c’era mercato per un vaccino contro ebola: primo per la natura dell’epidemia, secondo per il numero di persone contagiate, che finora si pensava molto piccolo, e terzo perché queste persone vivono in paesi molto poveri, che non possono pagare un nuovo vaccino”. Secondo Hill l’approccio di Big Pharma è stato sbagliato fin dall’inizio e il fatto che un vaccino non fosse stato subito disponibile quando sei mesi fa è emersa la malattia in Guinea ha rappresentato un “fallimento del mercato”, dominato dai giganti del farmaco. “Invece se si investe in una piccola quantità di vaccino, disponibile dove ve ce n’è bisogno al momento giusto, si possono risparmiare molti soldi e salvare tante vite”. Ciò che forse stride di più nello sfogo del professor Hill è apprendere che il vaccino che sta elaborando con il suo team, co-prodotto dalla britannica GSK e dai National Institutes of Health (NIH) americani, era stato originariamente sviluppato negli Stati Uniti per l'uso potenziale contro un attacco bio-terrorismo, e si basa su un ceppo del virus del raffreddore dello scimpanzé conosciuto come ChAd3. Nelle prossime settimane il team di Hill, che ha ricevuto 2.8 milioni di sterline dalla fondazione benefica Wellcome Trust, dal Medical Research Council (MRC) e dall’UK Department for International Development (DFID), inizierà i test clinici su 150 persone sane fra Inghilterra, Mali e Gambia. Se dovessero dare risultati positivi, 10 mila dosi di vaccino potrebbero essere già distribuiti in Africa occidentale entro dicembre. Il vaccino GSK/NIH è tra le terapie più promettenti, anche se un vaccino canadese sta dando risultati incoraggianti e al momento è sottoposto a test negli Stati Uniti. Vale la pena ricordare che, a causa della devastazione che l’ebola sta portano con sé, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ordinato un’accelerazione senza precedenti dei processi di sviluppo normali dei vaccini. Nonostante questo, il 5 settembre scorso a Ginevra l’OMS ha concluso che, nonostante le misure straordinarie, "nuove terapie o vaccini non sono previsti che entro la fine del 2014”. Chissà fino a quando potremo permetterci di arrivare sempre tardi e male.


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