15 ottobre 2014

Elogio del politeismo

Cosa possiamo imparare oggi dalle religioni antiche? Sembra una domanda bizzarra, eppure è di quelle che aprono riflessioni feconde, in qualche modo ribaltando i consueti modi di vedere il mondo attuale, la nostra storia e le nostre radici culturali. Maurizio Bettini, ordinario di Antropologia del mondo antico a Siena, affronta il tema nel suo saggio Elogio del politeismo, partendo da una necessaria rivoluzione terminologica, che ci restituisca in qualche modo la diversità del mondo antico; idolatria, paganesimo, politeismo sono termini coniati per contrasto, affermatisi insieme al trionfo del cristianesimo. Ma per quella via sfugge il carattere totalmente altro delle religioni antiche, la loro apertura plurale, diversa peraltro anche dalla moderna tolleranza, che nasce come in opposizione all’intolleranza monoteista. Il fatto storico, rilevante ma reso opaco dalla storiografia prevalente, è che i Greci e i Romani non hanno mai combattuto una guerra per affermare la propria religione su un'altra. Il meccanismo dell’interpretatio rendeva possibile far corrispondere tra loro le divinità appartenenti a culture diverse; i romani ‘traducevano’ Artemis con il nome di Diana, Poséidon con quello di Neptunus, Zeus con quello di Iuppiter così come l’egizia Isis corrispondeva alla greca Athena. Ma anche quando questo meccanismo non era possibile, gli dèi stranieri potevano essere accolti nel proprio pantheon. Bettini analizza ad esempio la pratica dell’evocatio: gli eserciti romani, prima di assaltare le città nemiche, richiamavano a sé le loro divinità, assorbendole tra i propri protettori, ed evitando che venissero profanate e offese nel saccheggio e nella distruzione. In generale l’assunzione di un punto di vista che prevede molti dèi porta a essere curiosi e aperti verso le altre divinità, a non considerarle falsi dèi o demoni maligni. È una riflessione che assume una dolorosa attualità, in un mondo attraversato dall’intolleranza e dallo scontro di civiltà.


0