17 agosto 2022

Entrare nel Cretto di Gibellina

Per entrare dentro il Cretto di Gibellina occorre partire da lontano, attraverso un percorso di vite e di storie che si riallacciano sulla provinciale SP5 Gibellina - Salaparuta - Poggioreale. La strada consunta dal sole sembra sparire sotto gli occhi e tornare polvere. Sbiadita, quasi trasparente è la striscia della mezzeria. Ai margini non ci sono costruzioni né illuminazione pubblica e il guardrail non trattiene la selvatica vegetazione che pare chiudersi al nostro passaggio, mentre alte più di ogni cosa, anche delle traiettorie di volo degli uccelli, svettano minacciose sulle nostre teste le pale eoliche. Come spesso capita con le cose belle se ne stanno protette dall’incuria, custodite dalle difficoltà per raggiungerle. Così, tra le colline di Gibellina, il Cretto si negava ai nostri occhi.

 

Siamo nella Sicilia occidentale tra le province di Palermo, Trapani e Agrigento, di preciso nella valle del Belice, che prende il nome dall’omonimo fiume; mentre la storia di Gibellina ha nel 1968 il suo anno zero. La notte tra il 14 e il 15 gennaio di quell’anno la terra tremò e nell’intera valle sei comuni furono rasi al suolo, tra questi Gibellina. Il terremoto colpì una zona dell’Italia periferica e marginale, già di per sé depressa. Mali endemici di verghiana memoria come povertà, analfabetismo, criminalità mafiosa, superstizione, immigrazione e un sistema di lavoro ancora feudale, aggiogavano e opprimevano gli abitanti che, più che essere cittadini erano di fatto servi della gleba. Lotte coraggiose e proteste nonviolente venivano represse anche con il sangue, e ciò accadeva quando i contadini alzavano il capo e da braccianti diventavano marcianti. Molte infatti furono le contestazioni, come la marcia per la pace del 1967, quando dal Comune di Partanna attraverso le campagne contadini e pescatori giunsero nel capoluogo Palermo. Tra i manifestanti c’erano lo scrittore Carlo Levi, l’architetto Bruno Zevi, il pittore Ernesto Treccani e il diciannovenne Peppino Impastato, tutti uniti dal sociologo Danilo Dolci, che in quelle terre aveva creato un centro studi. I manifestanti chiedevano l’attuazione del piano di sviluppo della Sicilia occidentale: la diga sul Belice e quindi l’acqua per quelle terre polverose; la strada veloce Sciacca-Palermo per uscire dall’isolamento e una riforma agraria improntata su principi di giustizia e dignità.

Danilo Dolci è stato il tribuno della plebe che sul finire degli anni Cinquanta dalla Lombardia si è trasferito nella Sicilia occidentale, impegnandosi personalmente nel combattere gli asfissianti mali di quelle terre. Nel 1956 a Partinico aveva organizzato con i disoccupati uno “sciopero alla rovescia” ovvero lavorando volontariamente per la pubblica utilità. Con alcuni di loro riattivò una strada comunale abbandonata. Lo sciopero fu interrotto e i manifestanti arrestati; a nulla era servito brandire l’art. 4 della Costituzione. Il processo ebbe risonanza nazionale e molti intellettuali si schierarono dalla parte dei disoccupati e di Dolci, che fu difeso dinnanzi al Tribunale penale di Palermo dall’avvocato civilista nonché costituzionalista Piero Calamandrei. Insomma, questo era il tessuto sociale già precario a cui il terremoto del 1968 aveva dato il colpo di grazia. La ricostruzione pertanto non poteva essere il ripristino dello stato dei luoghi, ovvero un ritorno alle miserabili condizioni precedenti, e ciò rese più facile scappare e andare via che ricostruire sulle macerie. «Il governo offriva le navi per andare in Australia o in Venezuela. Si negava ogni possibile ricostruzione. Il Genio civile aveva affidato alle ruspe il compito di distruggere quel che il terremoto aveva lasciato in piedi» racconta Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina [1].

Solo nel Comune di Gibellina ci furono 111 morti, ma molti altri morirono nei venti anni successivi tra baracche, lamiere e amianto. Per fermare il genocidio della popolazione si ritornò agli appelli e alle manifestazioni. Il parroco di Santa Ninfa, don Antonio Riboldi, decise di trasferirsi tra gli sfollati per sollecitare gli interventi delle istituzioni. Alcuni mesi dopo il sisma a Gibellina fu eletto sindaco il giovane deputato Ludovico Corrao, che ebbe in sorte di fondare una nuova città. Volendo rivangare la storia possiamo affermare che Corrao fu l’ecista che, senza consultare aruspici né ascoltare oracoli ma affidandosi alla cultura e alla bellezza, rese ai gibellinesi la “terra promessa”. Corrao era un intellettuale sensibile e aveva ben capito che non bisognava ricostruire solo le case ma: «bisognava ricostruire le ragioni di una vita degna di questo nome» [2]. Dopo due anni dal sisma ci fu l’ennesima assemblea tra gli sfollati; testimonianza diretta dell’evento è il quadro La notte di Gibellina (1970) di Renato Guttuso che, insieme a Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Cesare Zavattini, firmarono per primi con il sindaco Ludovico Corrao e altri sindaci della valle del Belice un appello rivolto ad artisti, architetti e intellettuali, affinché all’unisono con i residenti elaborassero un modo nuovo di costruire, abitare e pensare la città.

 

Oggi Gibellina sorge a 20 km di distanza dalla vecchia roccia originaria ed è un museo a cielo aperto. «Una fabbrica civica d’arte» la definì il critico Achille Bonito Oliva. I contadini hanno lavorato e partecipato con gli artisti alla creazione di un’identità civica, diventando artigiani e infine comunità cittadina. Questa è stata la grande scommessa di Corrao: il processo di realizzazione di una società civile. Tra gli artisti che hanno lavorato a Gibellina abbiamo Pietro Consagra, Emilio Isgrò, Turi Simeti, Carla Accardi, Fausto Melotti, Giuseppe Uncini, Mimmo Rotella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino e molti altri. Insieme hanno contribuito alla nascita della Fondazione Orestiadi, del Museo delle trame mediterranee e del Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao”.

Ma il simbolo più forte di questa storia è senza dubbio il Cretto di Alberto Burri, unica opera d’arte realizzata direttamente sul vecchio nucleo abitativo. Burri su invito di Corrao giunse in Sicilia nel 1981, ma non si mostrò interessato a lavorare per la nuova Gibellina. Prima di andare via volle vedere ciò che restava del vecchio Comune e lì fu colto dall’ispirazione. In quel luogo di macerie e morte la sua arte avrebbe avuto un senso «mi veniva quasi da piangere. E subito mi venne l’idea [...] compattiamo le macerie, che tanto sono un problema per voi, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento» [3]. Iniziato nel 1985, il Cretto, dopo una lunga interruzione, è stato terminato nel 2015. È composto da 184 blocchi di cemento bianco sui ruderi compatti, alti 1,60 m e larghi dai 2 ai 3 m, per una superficie di circa 80.000 m2, mantenendo la topografia originaria del vecchio paese. L’opera è stata definita un’archeologia del futuro, una stele, una sindone, evocando fantasie e accendendo metafore. Non possiamo sapere quale sentimento abbia mosso l’artista, se la pietas cristiana, l’òikos greca di Antigone, oppure il sacro principio di seppellire i morti già conosciuto nel corpo di leggi delle XII Tavole del 451 a.C. circa.

Nemesi storica sulla roccia originaria di Gibellina, il Cretto si innesta sull’intero corpo civico che sopra vive, questo è il motivo per il quale negli anni a venire tra i solchi del Cretto soprattutto anziani hanno portato fiori, additato luoghi e rivissuto ricordi della loro vita precedente. Il capolavoro di land art di Burri continua sotto, dietro, sopra, accanto e unisce in modo inscindibile uomini, ambiente e paesaggio, e sopravvive soprattutto nel riconoscimento pubblico del suo eterno valore civico.

 

[1] Davide Camarrone, I Maestri di Gibellina, Palermo, Sellerio Editore, 2011

[2] Davide Camarrone, I Maestri di Gibellina, Palermo, Sellerio Editore, 2011

[3] Stefano Zorzi, Parola di Burri. I pensieri di una vita, Milano, Electa, 2016

 

Immagine: Il Cretto di Alberto Burri, Gibellina, Sicilia (9 gennaio 2020). Crediti: Catrina Genovese / Shutterstock.com