15 febbraio 2016

Esplode a Torino la luce di Matisse

Il sublime poeta, nonché squisito conoscitore e amante dell’arte, Guillaume Apollinaire fu tra i primi a sostenere e teorizzare, legittimandola, l’estetica cubista. Al suo sguardo e alla sua mente non poté pertanto neanche sfuggire il genio di Henri Matisse, definito dal poeta “frutto che esplode di luce”.

Nato a Le Cateau-Cambrésis nel 1860, Matisse sarà destinato a dare un importante contributo a quella rottura dei canoni artistici tradizionali, iniziata da Manet e proseguita con le avanguardie storiche, che ebbe a Parigi il suo epicentro tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Lo spirito da cui maturò questa rivoluzione formale è quello che si vuole trasmettere al visitatore della mostra “Matisse e il suo tempo”, inaugurata il 12 dicembre a Torino, in Palazzo Chiablese, ex sede degli uffici della corte reale e oggi parte integrante del nuovo Polo Reale di Torino. Cinquanta opere di Matisse e 47 di artisti a lui contemporanei, provenienti dal Centre Pompidou di Parigi, proseguono la politica culturale del Polo legata all’arte contemporanea e che aveva già portato negli spazi di Palazzo Chiablese il fascino di Tamara De Lempicka.

La mostra è organizzata in dieci sezioni che seguono essenzialmente un ordine cronologico, partendo dall’apprendistato del giovane Matisse presso l’atelier del pittore Gustave Moreau. È qui che nascono e si cementificano l’amicizia e il sodalizio con alcune delle personalità, come André Derain e Maurice de Vlaminck, destinate a suscitare scalpore alcuni anni dopo. L’esplosione di colore ci abbaglia e già la distanza dal mondo impressionista ci sembra incolmabile, come appare evidente nel confronto tra le due versioni del Pont Saint Michel. Sia Matisse che il compagno di bottega Albert Marquet si cimentano col medesimo soggetto. Quello che però imprimono sulla tela è molto differente. Se Marquet è ancora legato al gusto impressionista, totalmente diversi sono l’approccio e l’esito cui giunge Matisse. Non ci troviamo più davanti alla restituzione del dato percepito, non vi è più l’attenzione maniacale agli effetti atmosferici e luminosi, ma la trasmissione dei sentimenti dell’artista. Non più piccoli tocchi di colore la cui ricomposizione è affidata alla retina ma ampie, piatte, larghe campiture di colore puro. La tela si accende dalla giustapposizione dei rossi, dei verdi e dei gialli con un equilibrio che ancora oggi sorprende ed emoziona. Il percorso prosegue con la stanza dedicata al fauvismo, etichetta dispregiativa attribuita al gruppo dal critico Louis Vauxcelles quando vide la stanza dedicata a Matisse e compagni al Salon d’Automne del 1905. Attraverso olii su tela (la serie delle Odalische), statue in bronzo (le Henriette degli anni ’20…) e disegni si passa al tentennamento verso il cubismo, mediato forse dalla lezione di Cezanne, con opere in cui la tela si spegne e il disegno si irrigidisce e si geometrizza, e viceversa si scopre un Braque “fauve”. La bellezza della mostra sta proprio in tutti questi confronti possibili tra l’arte di Matisse e quella dei suoi contemporanei su medesimi temi e soggetti: le nature morte, l’atelier, il nudo femminile. Ne emerge la figura di Matisse come crocevia e la consapevolezza che le etichette storico-artistiche non sono compartimenti stagni e che gli artisti, nei caffè di Montmartre e di Montparnasse, discutevano febbrilmente, si scambiavano idee e opinioni, si influenzavano a vicenda, attraendosi e respingendosi. La successione delle opere, che presenta anche un Le Corbusier pittore e nomi come Modigliani, Picasso, Gris e Severini, dimostra l’importanza di Matisse come ispiratore cui hanno guardato simbolismo, surrealismo, modernismo e la pop art degli anni ’50.

Quella che si può apprezzare fino al 15 maggio 2016 è una mostra in cui si scorre piacevolmente verso la fine, grazie a un’esposizione che alterna diverse tipologie di opere e che non annoia mai, anche in virtù delle didascalie essenziali, e che lascia al visitatore il piacere di ammirare i colori fauves e di respirare lo spirito di tempo.

 


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