22 gennaio 2015

Exodus, Scott fa il fondamentalista

Diffidate del nuovo, vecchio Ridley Scott. Da giovane, l’uomo che forse più di ogni altro ha saputo riassumere in sé Hollywood e cinema d’autore, riflessione e azione, affrontava i massimi sistemi, i cardini del pensiero moderno o persino distopico e i dilemmi della vita del vecchio e nuovo millennio, fossero etici, spirituali o antropologici, con brillante incoscienza e inconsueta sensibilità. Ora, semplicemente, non ci riesce. Se con Blade Runner rifletteva su nuove forme di esistenza, sulla dignità dei sentimenti rispetto alle origini, di ogni tipo, e se con Alien fa una ricerca sull’Altro da te – e in te – sovvertendo molte delle nostre certezze, ora, invece, prova ad assecondare i nostri istinti più radicati e radicali. Con Prometheus, film imbarazzante per discontinuità narrativa e pochezza visiva, voleva trovare le basi della vita in improbabili alieni, superando e cancellando il darwinismo, scomodo orpello per chi è abituato a sognare. Con Exodus prende il libro fantasy più letto della storia, la Bibbia – nessuna considerazione di valore o merito, ma solamente l’individuazione di un genere per stile, dialoghi e caratterizzazione dei personaggi – e lo segue con pedante infantilismo, facendo sembrare I dieci comandamenti un lavoro di approfondimento psicologico e dogmaticamente problematico. In una civiltà occidentale sempre più in difesa dei propri valori, senza alcuna voglia di discutere e trovare una piattaforma di confronto con altre culture, il film di Ridley Scott arriva a gamba tesa, con un’ottica quasi fondamentalista e con il rischio di essere persino controproducente rispetto alle posizioni del cineasta stesso. Il dio di Ridley Scott è, letteralmente, un bambino dispettoso e vendicativo, immemore (manda le 7 piaghe contro gli egiziani dopo aver sopportato la schiavitù del suo popolo per 400 anni) e irragionevole. Il popolo eletto non brilla per simpatia, tanto che il buon Mosè – Christian Bale, in forma ma vittima di un personaggio scritto male – deve mediare nell’irrazionalità divina e umana. Una sorta di Batman d’un tempo condannato da un’infanzia che l’ha privato ingiustamente dei genitori dandogli potere e ricchezza, a cercare la sua strada, magari caricandosi addosso una responsabilità immensa. Scott, però, non riesce a essere moderno né filologico, parla alla pancia dello spettatore senza però riuscire a coinvolgerlo. Exodus diventa un film d’azione in 3D che non sa stupire neanche negli effetti speciali più arditi, con dialoghi imbarazzanti, scritti malissimo, una sceneggiatura raffazzonata, un’idea di regia elementare. Forse anche perché certe opere erano più nelle corde del compianto fratello Tony, che nelle sue. Exodus, però, ci pone un problema. Il cinema, come sempre, si fa condizionare dagli opposti estremismi che società e geopolitica impongono. Così Ridley Scott finisce per far diventare un pamphlet il suo kolossal, che rischia, per contrasto, di essere antisemita, tanto mette in una posizione scomoda gli ebrei. Usare la Bibbia come testo storico, come traccia per ricreare una memoria storica, collettiva e condivisa che non è fedele alla realtà è rischioso quanto farlo con il Corano. Non va dimenticato. Anche a Hollywood.


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