23 maggio 2018

Falcone e il pool antimafia

Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone, assieme alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e ai tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, cadde vittima della mafia a Capaci, in prossimità di Palermo; poche settimane più tardi, il 19 luglio, nella strage di via D’Amelio sarebbe morto anche Paolo Borsellino. Si giungeva così al culmine del crescendo di violenza mafiosa che aveva accompagnato quegli anni, durante i quali Cosa nostra, invertendo di fatto i rapporti di asservimento con la politica, aveva tentato di imporre la sua legge non solo alle cosche, ma anche allo Stato e, mutuando i metodi dal terrorismo politico, aveva perciò rivolto le armi contro politici, poliziotti, magistrati.

Era stato per contrastare questa atroce deriva che al principio degli anni Ottanta, su iniziativa di Rocco Chinnici, era nato il pool antimafia, ossia un gruppo ristretto di persone che si occupavano solo di mafia e condividevano i risultati di tutte le indagini per poterne cogliere i reciproci collegamenti e acquisire quindi una visione d’insieme del fenomeno mafioso. Per riportare le parole di Ninni Cassarà, il poliziotto collaboratore del pool ucciso a Palermo nel 1985, a quell’epoca coloro che contrastano la mafia sono “cadaveri che camminano”: solo a Palermo e provincia e solo per citare i casi più celebri, furono uccisi nel 1979 i poliziotti Boris Giuliano e Lenin Mancuso e il magistrato Cesare Terranova; nel 1980 l’ufficiale dei carabinieri Emanuele Basile, il magistrato Gaetano Costa, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella; nel 1982 il deputato comunista Pio La Torre e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro; nel 1983 Chinnici; nel 1985, oltre a Cassarà, l’altro poliziotto collaboratore del pool Beppe Montana; nel 1988 il magistrato Antonino Saetta con il figlio; nel 1991 il magistrato Antonino Scopelliti.

Ma centinaia furono in quegli anni i morti: si trattava di una vera e propria guerra, il cui nemico più insidioso – come aveva denunciato, inascoltato, Dalla Chiesa – era la solitudine. Bisognava perciò ‘fare rete’, in modo che l’isolamento non rendesse ancora più esposti i giudici agli attentati e i risultati di ciascuna indagine non venissero smarriti con la morte di chi li aveva prodotti.

Del primo pool fece parte, oltre e Borsellino e Falcone, Giuseppe Di Lello; dopo l’uccisione di Chinnici, a guidarlo fu chiamato Antonino Caponnetto, che cooptò anche Leonardo Guarnotta. E questo nuovo metodo d’indagine coordinato, integrato e centralizzato, ispirato a quello già adottato dai magistrati contro i terroristi, permise una conoscenza d’insieme del fenomeno mafioso, dei suoi meccanismi, della sua rete e della sua struttura mai avuta prima.

A ciò diede un contributo fondamentale la testimonianza del boss Tommaso Buscetta, il più eclatante e importante dei pentiti, che con effetto domino venne poi seguito da molti altri: un fatto non solo rilevante per le indagini, ma di impatto fortissimo anche sulla società civile nazionale, che per la prima volta poté comprendere la reale complessità del fenomeno mafioso.

Il lavoro del pool portò nel settembre del 1984 all’arresto di 366 mafiosi (blitz di San Michele) e nel 1986 all’istruzione del cosiddetto – con espressione giornalistica – maxiprocesso, in cui furono imputate oltre 450 persone (tra cui Pippo Calò, Luciano Liggio, Michele Greco) e a cui seguirono numerosissime condanne anche all’ergastolo, poi confermate dalla Cassazione.

Tuttavia, dopo le dimissioni di Caponnetto per motivi di età, a guidare il pool fu preferito a Falcone non senza accese polemiche Antonio Meli, più anziano del primo ma assai meno esperto di lui in tema di mafia. Nel contempo molti attacchi da diverse parti furono diretti all’operato del pool, sia da destra (per esempio, dal Giornale di Indro Montanelli, che lo accusava di essere strumento di un qualche complotto comunista), sia da posizioni garantiste, in cui si distinse particolarmente quella di Leonardo Sciascia. Infine, dopo che Meli lo aveva di fatto esautorato e smantellato, ripristinando i vecchi metodi di indagine, nel 1988 il pool si sciolse ufficialmente e nel 1991 Falcone assunse la carica di direttore dell’Ufficio affari penali presso il ministero di Grazia e giustizia. Cosa nostra organizzò allora l’estrema rappresaglia.

 

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